Sì sono proprio io, il re del pop o comunque il re. Ora sono morto e su di me continuate a sparlare. Lo dovevate capire prima, da come mi toccavo i coglioni  in Thriller e in Bad  che ero turbato; in fondo lo ostentavo, mica lo tenevo per me, lo facevo vedere a tutti.E tutti a dirmi” Sei Peter Pan” e “Sei il nuovo Peter Pan” e ancora “ Dai Peter e dai Pan”. Ma Peter Pan non si tocca mica quel che resta del pisello come facevo io, e davanti a tutti poi, e danzando pure.

E per toccare qualcosa e far vedere un pacco, mi riempivano di ovatta le mutande e così, con quel pannolone insaccato nei pantaloni di pelle, mi toccava fare della sensualità. Con le mosse e tutti i fumi e le strobo e la camminata e il cappellino e i gridolini, in mondo visione e in tour , da quando avevo undici anni, senza mai una pausa nemmeno per controllare se qualcosa, tra una strizzata e l’altra,  era ancora rimasto lì in mezzo.

Quello era un messaggio rivelatore, una richiesta d’aiuto, una preghiera. Salvatemi ! Sono un maniaco. Ma nessuno l’ha ascoltato quel grido.

Tutto è cominciato quando mi è toccato mantenere quei quattro sporchi negri dei miei fratelli. Parassiti che facevano due accordi e si prendevano ognuno un quinto dei soldi. E il quinto del quinto se lo pigliava mio padre, per gli ormoni diceva lui, ma li spendeva in donnacce, ne sono certo.

Però il cappellino viola da pusher lo dovevo indossare io e le danze le facevo io, e quello piccolo, l’attrazione da circo, il più,  ero sempre e solo io, e la voce da bimbo efebico era la mia. E toccava a me stare sveglio tutta la notte anche se ero un bambino; ed aspettare il mio turno per lo show, per mesi   fatto nei night, prima del vero successo, ai bordi delle tangenziali e delle pianure e delle metropoli, dove si andava per abusare anche dei divani. Io dovevo deliziarli  e cantare:

“Trying to live without your love is one long sleepness night”

Ma in realtà l’amore me lo volevano dare in molti in quei posti: gli alcolisti, i commessi viaggiatori, i camionisti, gli assicuratori, gli usurai  che si toccavano pieni di desiderio nell’intermittenza dei neon e che si infiammavano definitivamente per quel coso strano, l’ultimo numero dopo i culi, che ero io.

Lap dance , table dance, sexy show, disco topless e poi arrivavo io e i quattro negri, ad infiammare la pedo platea di stanchi petomani buoni, infartuati, schiacciati da occhiaie e debiti, oppressi da una storia, ognuno la sua, soldi dati , soldi mancati, creditori da schivare, debitori da minacciare, la solita roba di maschi assopiti e resi felici solo dagli ultimi spasmi di un’erezione tragica, un’erezione che, quando c’era,  era tutto il bello che restava.

Per farmi cantare con gli acuti di un infante anche quando avevo  quindici anni , quando la voce cominciava a prendere la consistenza di un barrito da giungla, mio padre decise che, per non finire tutti in rovina e fare l’orchestrina in qualche ristorante messicano sulle statali dell’Indiana, dovevo imbottirmi di ormoni e rimanere bimbo nei cordoni vocali. La voce funzionava sempre, ma si scassò tutto il resto, i testicoli diventarono cinque e il pisello si ritirò tra di loro, per sparire in un letargo da cui si rianimava solo percependo bimbo.

Anche se sono morto ho saputo della sua mutazione e scomparsa nelle valli e ho saputo che lo stanno cercando. Che lo trovino presto e lo uccidano.

Non potete nemmeno immaginare quanti problemi mi ha creato quel nerboruto macaco pugliese.

Per prima cosa la logistica. Venire a Roma per un processo non è una cosa così semplice come sembra .

Ho chiesto a Madonna se, nella suite Royal  che usava lei, c’entrava una  camera iperbarica, il siluro di metallo da quattro quintali in cui dormo per non diventare cenere. C’è chi si porta il suo guanciale quando viaggia mentre  io, da vivo, mi portavo sempre il sommergibile.

Ma Madonna si è fatta negare, non mi ha risposto, troppo impegnata nella sessione di spanking con il suo toy boy brasiliano e poi l’ippoterapia e l’allattamento bioenergetico di Lourdes, che dice che l’ha partorita lei.

Il brasiliano lo usa anche Armani ma io avevo paura e non l’ho mai chiamato.

E dovevo capire dove mettere la culla per Bubble, già allora bella cresciuta, la mia prima figlia, la mia bambina, la mia scimmia. Ma anche la mia più grande colpa, quella di averla abbandonata quando, da innocuo orsacchiotto peloso, si è iniziata a trasformare in uno scimpanzé da 70 chili che avrebbe potuto attaccare Prince, mio figlio umano, troppo simile anche lui ad una scimmia per non scatenare gelosie tra primati.

La cella frigorifera, con i ricambi di pelle, pesava un sacco, ma senza i miei pezzi, le mie frattaglie, io non potevo certo viaggiare.

Non posso rischiare che l’esposizione all’aria non ossigenata dei miei innesti, faccia comparire le piaghe e non posso permettere che mi si sfaldi il sesto naso, sciolto da quello che lì chiamano Ponentino, che avrebbe potuto anche portarsi via gli ultimi ciuffi di capelli in poliestere che mi ero fatto impiantare dopo che la testa mi si era incendiata durante lo spot della Pepsi. Che fiamme ragazzi!

Poi ho dovuto organizzare  il ranch di Neverland. Chi avrebbe accudito i ghepardi e le mie giraffe mentre ero via? Quanto mi sarebbe costato non farmi leccare dopo cena dalle mie iene della terza gabbia in fondo al viale? Quanto mi sarebbe costato non potere volare e precipitarmi gridando di gioia verso il cielo, sbalzato e felice di cavalcare il cavalluccio della mia giostra, come facevo ogni giorno? E come avrei fatto a non mangiare il cespuglio di zucchero filato anestetico che mi facevo preparare passeggiando nel viali ghiaiosi del mio Luna Park? E  i clown che facevano gonfiare per me tutti i palloncini che volevo, con i più bei colori della plastica e che io, con i guanti, potevo persino toccare? Non avrei certo potuto portarli tutti con me a Roma.

Denunciato per plagio da un certo Albano Carrisi che nasce a Cellino San Marco (Brindisi) il 20 maggio del 1943. Mi ha fatto venire  fino a Roma, a piazzale non so cosa, vai a sapere. E i miei avvocati mi parlavano in aereo di Cigni di Balaka, che chissà cosa sono i cigni e ancora di più cos’è Balaka.

E mi traducevano in inglese questo misterioso verso incomprensibile:

“Uomo dalla barba bianca quello che ci manca l’hai scritto nel vento, lo cantano i cigni di Balaka.” Che voleva dire e chi era l’uomo dalla barba bianca?  Mi avrebbe minacciato e sfiorato con i peli di barba?  La  mia famiglia di scimmie  pupazzi e bambini in pericolo di contaminazione?

Dovevo temere, per ora, solo i raggi ultravioletti del sole africano di Roma, con tante civiltà che nemmeno a Disneyland le trovi tutte queste cose storiche.

Traffico e calca, quanto confusione e quanto amore per me. “A Michè facce vede!” gridavano gli affettuosi e fanatici miei fans. Mentre io, splendido ameboide alieno, scricchiolavo nel mio solito moonwalking, che così tutti sapevano che potevo ancora camminare e pure sulla Luna, io.

Ma sui sampietrini qualcosa andò storto, il piede rimase incastrato tra qualche fessura, costringendo poi i bodyguard, nell’androne del tribunale, a cospargermi di disinfettante.

Furono sempre loro ad allontanare la fanatica che si precipitò sulla mia guancia in lattice per baciarla. Solo la scimmia e Liz mi possono baciare. Ho dovuto affrontare una notte di scrub per togliermi tutto, ma proprio tutto l’odore di umano di quella.

Questo lungo viaggio  per sentirmi poi condannare solo a quattro milioni di lire di ammenda, il costo del bottone della manica del pigiama da samurai, regalo di compleanno della mia madre adottiva tanto bianca e dagli occhi viola.

Un plagio, un’accusa orrenda. Lui voleva da me cinque miliardi e mi è anche andata bene, dissero, perché io negavo l’evidenza, trentacinque note uguali, nella stessa sequenza. Mancavano solo i cigni.

Ma riuscimmo poi a trovare un edificante accordo artistico. Un concerto insieme, io e lui, il re del pop e il per me  sconosciuto villico africano, da organizzare insieme per raccogliere fondi, tanti fondi, tutti i fondi possibili, proprio per loro, per tutti i bambini del mondo. Bello no?

Ma poco dopo vennero fuori le accuse e io ho dato retta alla mia canzone più bella, il mio gioiello di ritmo e Van Halen,  e ho preferito pian piano, lentamente,  sparire nella nebbia della dimenticanza.

Just beat it !

“Don’t wanna see your face, you better disappear. The fire’s in their eyes and the words are really clear .So beat it, just beat it”

Sapete, il concerto non si fece mai.

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Un pensiero su “L’ esplosione di Albano- capitolo terzo- vacanze romane

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