L’esplosione di Albano-capitolo secondo

Certo quella sera non c’era Romina a duettare con lui; ma la corista di Benevento, con lo splendido corpo rubicondo e il manto di mustacchio sopra le labbra , rendeva bene il tormento dei versi, così contrita nei duetti d’amore e corrugata dall’intensità dei grandi temi, come in Libertà.

“Libertà quanti hai fatto piangere, senza te quanta solitudine, fino a che avrà un senso vivere, io vivrò per avere te.”

Le mamme yamamay e tutte le altre donne della platea, che libere non erano mai state, nelle pause tra una canzone e l’altra scattavano in piedi a gridare “Albano Albano Albano” e Albano le capiva tutte perché lui aveva dalla sua “ l’università della vita” e “ so quanto è duro il mestiere di mamma”  e “ senza le donne noi saremo persi”…

Le altre, senza prole potevano invece ricordare tutte le occasioni attese e mancate e spendere le loro fantasie: sarebbe arrivato qualcuno per loro?.

Alcune di quelle donne si incagliavano nel tempo della storia e del posto, sedimentate, scomparse e mai più riviste, diventando leggende. Sparite in fondo ai fossi e tra gli ulivi o nei pozzi, fuggite con amanti “venuti da fuori” che nessuno aveva mai visto, ma sempre felici di ricomparire in sogno ai mariti, ai padri e ai parenti lontani, emigrati all’estero.

“Concetta!” gridavano svegliandosi madidi di sudore mentre fuori non c’erano i rumori del sud, il mondo era ovattato dalla troppa neve dell’invero, le fabbriche li aspettavano all’alba, il sole non l’avevano più e nello stomaco c’erano crauti e non pesci e pomodori, cibi che facevano arrivare i fantasmi.

Oppure erano state portate via dalla legge: assassine e virago con forbici trancia polli, usate per vendicare gli anni della fatica, fin da quando, ancora bambine, erano state costrette a mungere, svellere, scavare, lavare e cuocere. Gesti repentini, sciabolate da samurai, mattanze epifaniche e liberatorie ma senza ritorno, di cui si sarebbe parlato poi per anni, come memoria collettiva e sempre con le stesse parole per definire la cosa: colpa dell’ amore, della passione e della vendetta.

Nere di capelli, nere di abiti, nere di occhi.

Circondate in casa da sottovasi in feltro verde palude, putti in ceramica da interni e bighe mignon con cavalli e arcieri d’argento, e, quando davvero ricche, anche angeli o felini o nani di gesso fuori, in giardino, tra capitelli e finte fontane. Che tutti vedessero pure!

Poi oggetti fuori luogo, stelle alpine finte sotto vetro appese alle pareti, la gondola in plastica dell’unica gita fin lassù con il gondoliere carillon, e la palla con la neve e con un Duomo vinte dallo zingaro delle giostre.

Sul divano un gonfiabile a forma di palma in plastica sgonfia, che ricordava le Hawai, un cuscino ricamato da loro. Sugli scaffali tutta l’enciclopedia  a fascicoli sulla “La grande storia del mondo”, intonsa, i libri di testo di una laurea in lettere classiche, sottolineati fino ad eroderli, con accanto Siddharta  e Viaggio al termine della notte  abbandonati tra le polveri accanto al manuale di fotografia o origami, alle dispense incomplete su “I segreti della scienza”.

Mentre una fanteria schierata di bicchierini da liquore era in attesa in fondo alla credenza mastodontica, unico mobile prezioso della casa buia, messa insieme dal padre, enorme catafalco ad ante con cornucopie e grappoli di frutti che custodiva nell’ombra lo spumante da aprire se mai si fosse sposato qualcuno.

Il cuscino a cuore di peluche, rosso e scrocchiante, con scritto un “ti amo”; comprato da loro stesse alla festa della donna, quando l’uscita con tutte le amiche era terminata a vedere lo spogliarellista argentino che sventolava le chiappe tornite e le cosce a churrasco, nel night sulla statale il “Fuego” di nome e di fatto, dove i mariti andavano a cubane calabre e lo spogliarellista non era mai fino in fondo argentino.

Ci sarebbe voluto molto più affetto, tutto l’affetto di un regalo o di un’apparizione inaspettata, tutto l’affetto di un fuga realizzata per loro da altri.

 “Mi rimane solo un’avventura,l ‘unico ricordo che ho di te. Il tuo amore è durato soltanto un’ora e per questo ora piango, piango per te “.

Le madri affettuose nei pomeriggi estivi le consolavano,  perché erano state abbandonate e tradite quasi tutte, dai maschi. Le confessavano nelle stanze enormi e lambite dal vento di primavera della casa silenziosa, facendole parlare con le carezze della loro mano anziana sulle guance pasciute e bagnate di lacrime, distese e arenate, spiaggiate ormai trentenni come balene stanche sui cosci rosati e maestosi di mammà. “ Ma dove te l’ha messo? “ “ Lì lì “ “Ma proprio lì?”.” Sì , sì , proprio lì” “ Piangi a mammà, piangi”

“Albano, Albano” gridavano quella notte quasi per vendicarsi di tutto.

“ Mentre si va quel dolce tarlo all’improvviso tornerà”

E lui rivolgendo lo sguardo al cielo per cercare l’ispirazione tra la musica silenziosa delle stelle, tra gli abissi di nero della maestosità del creato, cantò per spingere la voce al limite, come se anche Dio avesse potuto sentirlo e applaudirlo. Cominciò però a gonfiarsi come un pallone, un tacchino, un orrido rospo.

Con il collo taurino pieno d’aria come una zampogna e le fauci canore spalancate e la lingua spugnosa a frinire gonfia “Per amore devi andare verso il sole che c’e’ in te

Ma verso il sole notturno si cominciò a muovere la sua testa.

Cominciò a bollire ogni osso facciale e gli occhi affacciati dalle orbite pronti a schizzare e le labbra quasi esplose definirono il suo nuovo profilo.

Mentre cantava sempre meglio, si gonfiava sempre di più, ma solo in testa, ormai più simile al cranio di un molosso, prima solo le guance ma poi anche la fronte e poi le narici e le orecchie e il cuoio capelluto sempre più gonfio di bernoccoli sotterranei.

E poi la testa schizzata verso il cielo nero e verso le stelle nitide, mentre il pulviscolo e i lapilli di ossa e cervello, come una fontana di lava rovente, continuavano ad eruttare e zampillare, sanguinolenti, dal tronco decapitato, ma ancora palpitante e vibrante, sull’ultima nota cantata.

Rimase come sottofondo il brusio della vocale, uscita con tutto il fiato dei polmoni, il ronzio e il sibilo della parola soleeeeee. Sul palco rimase invece una statua mutilata, il busto tozzo e le gambe, ancora in posa, in piedi, rigido e imperioso, con in mano il microfono, tenuto in alto, proprio dove prima c’era stata la bocca.

E cominciò a muoversi verso la platea, orrido mostro, scese i gradini che dal palco lo portavano tra i suoi fan, terrorizzati e in fuga, e, deambulando come uno zombie, scomparve nella notte spessa, sfiorato dal buio che lo inghiottì.

Da allora  sarebbe cominciato  il tempo della sua caccia.

 “E scende la sera sulle spalle di un uomo che se ne va. Oltre la notte nel suo cuore un segreto si porterà.”

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