La sera, lo ricordo bene, era quella del 18 maggio del 2011 alla festa di San Gaetano da Thiene, l’ospite d’onore non tardò ad arrivare, l’orgoglio della Puglia, venuto a  Monteparano, lui, ugola d’oro Albano, per cantare gratis.  Tutti noi seduti alle tavolate in legno davanti alla Chiesa nella piazza principale, in attesa del canto con le bocche strabordanti lampascioni e sughi di carne di agnello e puddica e pittule e intorchiate annaffiate di oli e vini, su metri croccanti di scalcioni, pucce, zeppole e panzerotti in pance catramate di patate e friselle, pezzi di cavallo in umido e burrate, scamorze e giuncate.

Nella valanga gastrica tra molari, premolari e incisivi rutilanti, scalpitanti e meccanici non c’era tempo per pause e silenzio perché ognuno si gargarizzava di chiacchiere e anatemi, previsioni e sentenze, e urla e risa e si imbestiava e trasaliva in una pantagruelica incantagione, favorita dal tepore della sera d’estate, dalle carni ben cotte dalla griglia, dai richiami d’amore per i fumi dei vini. Organi con qualche spasmo di turgore e bambine a rischio se inghiottite nell’ombra perché accompagnate dagli zii.

Col procedere della notte però gli aliti si facevano sempre più cupi, e lo sarebbero stati ancora di più al risveglio; i corpi satolli e costretti da cinte contenitive per lui, ventriere reggipancia e guaine per lei, recriminavano più spazio, sfiniti dall’inesausto lappare; gli occhi si incispavano, mentre nelle viscere si aprivano interstizi inesplorati da riempire e farcire di nuovo e di più, pressati all’estremo limite della loro elasticità, sfibrati dall’onda gastronomica, pronti a dilaniarsi come una diga che cede ma, nonostante tutto, ancora al loro posto. Budelli, vescicoli, balze di trippa che ancora non tracimavano il calco che la natura concedeva loro.

Albano mordeva anche lui tutto, rapace ghiottone, inghiottiva e beveva e rideva, lo ricordo bene, affamato e ingordo come se fosse il suo ultimo pasto. Almeno così si mormorava tra le anziane carampane senza pietà e dalla pelle tigliosa, mentre lo fiutavano con gli occhi, a volte sorridendogli benedicenti, altre volte maledicendolo nei pensieri di sospetto e invidia e odio. Perché tanta fame? Perché quella voracità? Perché era tutto a gratis? Con tutti i milioni che teneva. E sarebbe riuscito a cantare anche se così farcito? Se solo non fosse stato lì per le canzoni,  a morsi lo avrebbero preso, sotto un ulivo e tra le zolle mentre lui annaspava, e poi a casa sua a bruciargli tutto, che aveva pure la piscina, lui.

Pare proprio curciu, pidocchioso, fetente e parassita, mugugnavano, sputando veleno, con sguardi di sottecchi e fauci sdentate e mangianti.

Intanto la statua del santo in chiesa sembrava ignara di tutto, protetta e ammantata dall’oro e dai fiori delle offerte e dallo spessore del buio, ma attenta e in ascolto, nel silenzio ascetico della cappella, rotto dall’eco delle mandibole in piazza, dalle grida ubriache e dalla sciabordio delle stoviglie lavate. Cumuli di piatti bottiglie e vetri e posate sotto acque e saponi. Il santo guardava fisso davanti a sé, nel vuoto, come ogni notte, con gli occhi spalancati e pittati, ma quella sera, e lo si è scoperto soltanto poi, non era immobile ma vivo, si stava infatti macerando in volto, come già era accaduto nel 1600. Cresceva su di lui una piaga, un bubbone, che si sarebbe dovuto nutrire di carne e che invece fermentava sul cipresso intagliato, una carie nel legno del simulacro, come presagio di peste. Una morsura delle fibre che lievitava, irrorata dal bianco schiumoso della purulenza e dal destino che stava per arrivare e che si annunciava lì, sul muso dell’icona. Santo sì, ma ora anche lebbroso, squamato sulla guancia e sbozzato dalla vescicola, un mostro, santo osceno e marinato, sfibrato, con una slavina a metà del volto mentre il resto, ancora integro, ad accentuare il contrasto d’orrore.

C’erano sì le cicale quella notte, ma dopo i tanti infuocati bicchieri di vino nero, le si poteva sentire non frinire ma ululare, giù nella valle. Pronte anche loro a mutarsi. Sfregavano come sempre le elitre sclerificate che le piombavano al suolo, ali evolute in ossa vegetali, ma ormai il suono, la stridulazione, non era più la stessa perché il corpo non era più quello. Tornate a essere larve, o pronte ad ingrossarsi in insetti evoluti, o cosa?

Il vento di scirocco dal mare era pastoso per la troppa salsedine e correva tra i rami degli alberi a lambire gli stormi degli uccelli, in un tempo arcaico bestie feroci, ma ora forse solo dormienti, però pronti e in attesa, per scattare di nuovo, precipitare dai rami in picchiata e ristabilire l’ordine primordiale che fu. Anche la tavola di mare a largo del golfo si stava increspando, mossa da qualcosa alla radice, il mostro che si dice la abiti, il gorgoglio preistorico dell’eruzione che viene, il marasma dei fondali abitati? In cani non latravano, come nei romanzi, in lontananza. I cani , saggiamente, tacevano. Dai campi erano saliti gli anziani, resti geologici, minerali e fossili al posto delle ossa e dei profili, ma con lo sguardo acceso, per ascoltare Albano e farsi vedere e farsi riconoscere, perché ancora in vita.

“Nasce dopo il canto del dolore, l’alba di un amore che vivrà”. Cominciò a cantare e tutto sembrò ristabilirsi. E il suo canto sensibilizzò  per primi i maschi quarantenni, acciambellati al bar da tempo incalcolabile, nell’attesa dei concorsi o con i concorsi già fatti ma nell’attesa delle risposte, comunque in spasmodica attesa. Erano proprio i più restii ad ammettere il valore dell’intramontabile melodico. Ma sono quasi calvi, prostatici e sformati, con sciatiche ed ernie e tanta prole, orfani del folta chioma a foresta, fondamento per  ogni heavy metallaro che si rispetti,  senza un degno scalpo da scatenare al vento con sciabolate di testa, ritmate dai berci bufalini delle canzoni degli amati Slayer:

“ Waiting the hour destined to die, here on the table of hell”

Di tutto quel credo e quella passione erano rimasti loro, polpettoni, il tavolo del bar e non dell’inferno, il languore da alcolisti navigati, frantumati dalla mancanza di tempo pieno e fedeli solo alla sagra. Non più adoratori del metallo sciolto nei riff , non più dediti alle code tagliate su altari di legno improvvisati in mezzo ai boschi. Non più nostalgici del sabba agricolo, durato poco e concluso con la fuga sulla statale del caprone, che non si era mai riconosciuto nella parte di mefisto ed era morto invece quasi subito, dopo essere fuggito dal recinto scalpitante sull’asfalto della pericolosissima statale, alla ricerca di libertà, in fuga nel nebbioso pulviscolo dell’alba ma subito investito e ciancicato dai camion, capace solo di un ultimo trillo belante verso il cielo: “Beeeee” prima di evaporare in poltiglia. Certo c’era anche stata la cerimonia per seppellirlo E il gruppo sembrava ricompattarsi, crederci ancora, perché erano vestiti come si doveva, da sacerdoti del maligno, nel bosco seminato di fusti alla diossina e nelle ore più tarde della notte. Tutto sembrava tornare. Ma cosa era rimasto da seppellire? Un pezzo di corna, qualche pelo del pizzo caprino e uno zoccolo irriconoscibile e ammaccato. Tutto il resto del ruminante se ne stava  sparpagliato sull’asfalto, cibo per uccelli e liquame  per pneumatici. Addio Satana addio.

Ad ascoltare bene le parole di Albano si cominciavano ad amarlo davvero e ad apprezzarlo, favoriti dal vino che portava a galla lo stesso struggimento della giovinezza. Nostalgia, nostalgia canaglia di una strada, di un amico, di un bar di un paese che sogna e che sbaglia ma se chiedi poi tutto ti dà: anche il ricordo vivido dei panorami esplorati sulle spalle dei padri, anche il brivido della carezza e il fragore della madre, anche le nuotate oltre l’orizzonte e fino alla stanchezza, rigide bracciate verso il pericolo che annega. Assopiti e stracolmi, cullati dalla notte, ascoltavano la musica per arrendersi davvero del tutto, incapaci di piangere ma liberi, finalmente acquietati nel flusso melodico dell’ospite d’onore e nel loro sfiato sibilante, la supernova di gas, la cometa lanciata nelle valli a tuonare:

Nostalgia nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi, ti ritrovi con un cuore di paglia e’ un incendio che non spegni mai

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Un pensiero su “L’esplosione di Albano – primo capitolo

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