Ardua può essere l’impresa già nella discesa a mare. Se c’è la passerella in legno, affiancata da vecchi cartelli ecologisti, riserva naturalistica, con figure di uccelli e pesci estinti secoli prima e disegnati come se fossero vivi e prossimi all’incontro, se appunto c’è quel ponte in legno, è sicuramente un aiuto non da poco. Sulla passerella si sorvola infatti il calore ustionante del sabbione e l’ustione plantare è almeno rimandata; si salta la murata di lavelli, cessi e ferri, che rimangono tutti alle spalle, per vedere finalmente il mare davanti, aperto e accecante, che rimanda luce specchiata.

Di corsa.

Zigzagare sulla sabbia, nella semina di merde secche ricoperte di carta, distribuite a raggiera in una democratica cartografia escrementizia, nata per ostacolare il guado verso la costa, dove immergersi e poi, con muscolose bracciate salmastre, sparire all’orizzonte.

Mare mare mare ma che voglia di arrivare lì da te.

Ma prima c’è l’ostensione del telo, in una nicchia non troppo vicina né troppo lontana dagli altri dannati. E che dannati! Adulti assediati da fameliche figliolanze, flabellanti pizze untuose seguite e completate da cofane di paste al forno, tutto cementato e sorretto con sughi spessi come la calce, e pio pio sempre a lagnarsi

–       Aggia magnà mammà!

Le madri, culturiste, esibiscono i chili di pesi sollevati nell’inverno, gambe totemiche gettate a manovella su tapis roulant.

E’ tutta salute.

Hanno la forza di abbracciarli senza stritolarli, i figli, e spolverano via la sabbia e accarezzano le cape degli infanti con amore, bambini giganti, bambini watusso e mutanti.

Che calore!

Con mani attente, farciscono le fauci dentate della prole sempre denutrita, per poi sgargarozzare litrate di liquami e andare nella distesa delle acque, ma non tanto a largo che si muore, a fare proprio di tutto. E al fresco dei gorgoglii, liberare nel profondo la slavina e sorridere, infami, a pelo d’acqua come se niente fosse, con viso rubicondo e appagato.

-Amore hai fatto il bisognino?

Nonni e nonne boccheggiano morenti, assiepati sotto un ombrellone stitico di ombra; non rinunciano a intingolarsi anche loro le budella cavernose di bollicine e ice cream, pochissimo l’ice, perché sciolto in un battibaleno, squagliato su terrazzati ombelichi a grotta, oscuri, che, come falde o discariche, si riempiono di molliche.

Guancie belle piene e ricottose a mammà e volti rugosi dell’altra generazione e altra digestione. Più lenta ma pur sempre efficace.

Improvviso irrompe  un turbine di schiaffoni a coprire il rilassante sciabordio del mare. Latrato di pianti del pestato, che il figlio nostro s’è magnato pure la roba per noi, tutti i fettoni di cocomero, e ora è pieno fino a star male, è pasticciato di zucchero dalla radice dei capelli ai ginocchi, mentre lui si protegge dai ceffoni, pronto agli spasmi cacatori da indigestione, che viene meglio durante la fuga.

I padri spiaggiati, risvegliati dal loro torpore marino animato da lolite guardate di sottecchi mentre  camminano sul bagnasciuga, sono costretti a tornare a vivere da quel fracasso;

– E allora che succede?

Ma prima di alzarsi assestano una scudisciata turcomanna a ciò che resta del coso, incartonato dentro una mutanda  smargiassa, dai colori accesi, arancione dance, con palme disegnate e surf alla cime dell’onda.

– Chistu na vota era nu cazzo.

Pensano, cercando.

Recluso in stoffe fosforescenti da surfista californiano di un costume scomodo, comprato dalle mogli, con elasticoni a pancera che reggono, come cilici, sbuffi  di trippe stanche, esauste dal sole e dalla troppa cottura, dallo sfinimento della sabbia che raschia; panze ben strette e sbalzate dalle tuniche da culo che loro, le donne, chiamano il costumino.

– Ti ho comprato il costumino pure a te.

Provano a starsene in disparte, i padri, che siano le madri a menare e nutrire, se rischia di affogare mi alzo, pensano,  fingendo di non sentire gli ululati bovini dei pianti, impanati di creme al gusto cocco, lime o amatriciana o rognone, che il cane, se c’è e c’è sempre, prima di assalire i vicini di ombrellone, lippa gustandole dai peli del padrone, per poi la sera, a zampe all’aria, chiedere attenzione veterinaria.

Fuffi amore mio si muorto?

Amen pure a lui.

Ma intanto, catramate di unguenti vischiosi come brodo, reduci dalla menata, le mogli si attizzano di nuovo al sole cocente, nere come le mummie, secche come la carne sotto sale, solcate da tatuaggi su chiappe e caviglia, con nibelunghi e Thor, incroci di linee maori, tribal, lance, asce e frecce Ninja, in un alfabeto cavernicolo.

Augh!

Se ne stanno paralizzate in viso, anche nella quiete della siesta, in un grugno spettrale, mascherone orfico, nella posa da fellatio perenne, per la paresi del volto concimato dal botox, sbalzate da un seno a promontorio, finto o sfinito da ore di pettorali, che ora stridono e sgommano al tatto, come pneumatici.

Le mamme di una volta non ci sono più, non ci sono più le loro frittate untuose nel panino, la loro pace raggiunta per rinuncia, la loro fantasia spaziosa, abitata da qualche divo irraggiungibile con cui fuggire nei sogni e da amare nei ritagli di tempo, nei pomeriggi afosi della solitudine, nei momenti di quiete.

Ciccio, il simpatico obeso, è costretto ad una rovesciata calcistica, come e più di Pelé, non sull’erba ma sulla sabbia del bagnasciuga. Vuol fare colpo anche lui su Michela e però manca sempre la palla, che vola altrove, su chi si riposa, mentre lui, sibilando, rovina a terra, sfracellando cartilagini sotto quintalate di onde lardellose. Traumatizzato dal botto, simula il morto a galla, sempre pronto a riprendersi, ingollando metri quadri di frumenti croccanti. Subito dopo, di nuovo, corre a sbudellarsi sul fondale sassoso, meglio se dagli scogli, per vincere la gara di tuffo a bomba, lui bomba sentimentale e solo, gomitolo di carezze mancate, che vuole proprio l’amore.

Il caldo cuoce e allora tutti a sbracciare, tra insalate di alghe e bitume e corridoi di sabbia vetrata nella scroto, mentre le ombre che si muovono scandiscono il tempo. Proprio dall’ombra mobile di un ombrellone, lui osserva grifagno, fantasma lattiginoso, rannicchiato nei suoi rancori, calvo dall’adolescenza in poi, e nel poi si sono aggiunte le croste; pronto a scattare per rincorrere le pagine al vento dei suoi quotidiani, inerte all’ustione, curata dall’impacco serale materno. Se ne sta appollaiato e arrovellato dal sermone interiore, che ne consuma la gioia piegata al borbottio dei discorsi, delle denuncie, degli scandali, tutti suoi, giudizi su un mondo che non torna proprio mai nella sua mente. Le ragioni profonde, ama ripetere. Talmente profonde che sono sciolte nelle ombre oscure del suo abisso privato. Tutto deve stare dentro la  teoria e le categorie del suo universo tolemaico, fatto di mutazioni antropologiche, decadenza dei costumi e dell’educazione tutta, comunque ora e sempre decadenza.

Pensieri inaciditi, sedimentati e velenosi, che si dipanano solo la sera tardi, nel buio della notte e della casa, ad accarezzarsi fino ai crampi. E man mano che si abitua a quel morto chiarore della luce elettrica, riesce a distinguere odalische adoranti, le visioni portate dalla spiaggia, assediato da allieve, da tutti i volti delle occasioni mancate, vestali disposte a tutto per averlo, lui, che però sa ancora negarsi, anche lì, nello spazio protetto della fantasia e del bagno.

Per poi cedere certo, all’apice dell’eccitazione e solo come concessione, a porno stantuffate salvifiche e animalesche in cui lui si riscopre sultano.

-Oh professore sì, sì.

Ma si riassesta rapido le braghe ai colpi della manata rugosa sullo stipite; è il padre anziano e piscione.

–       Hai fatto? . Grida.

E lui non ha fatto del tutto nemmeno questa volta ma deve andare.

Oggi qualche sirena si è incagliata per sempre negli interstizi che abitano i fondali, perché infatti nessuno l’ha vista a galla come a riva, la risacca si è mangiata altra sabbia e la spigola, ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza con il proprio barbaglio, illuminata dal sole e oscurata dal profondo dell’abisso che ospita lei e tutto un mondo.

Per sempre.

Il ragazzo grasso prepara di nuovo il suo tuffo che la farà fuggire, sempre più a largo, con il  guizzo della paura, ai confini dell’orizzonte, dove le onde si parlano.

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3 pensieri su “Tutti al mare

  1. […] “che il cane, se c’è e c’è sempre, prima di assalire i vicini di ombrellone, lippa gustandole dai peli del padrone, per poi la sera, a zampe all’aria, chiedere attenzione veterinaria. Fuffi amore mio si muorto?”

    Esilarante!

    1. Grazie Simo. Ma fatti pure tu facebook per favore. Almeno ci scambiamo cose fiche su musica, letteratura , cinema, sei l’unico delle persone a cui tengo che non ce l’ha.

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