Prima della primaverile retata di arresti, si riuscì ad inaugurare il giardinetto Zen, nel nuovo ingresso della sede centrale. Con tanto di Taxus ma soprattutto una tenera colata di sabbia, mitigata da onde marine fatte col rastrello, sciabordio di acque sintetiche da cascatelle mignon, carissime sia le une che le altre perché l’acqua era minerale, ma di sicuro effetto.

Splash.

Il traffico caotico degli invitati e impiegati tutti,  copre con afrori ascellari  gli odori di muschio e i cinguettii elettronici a tutto lounge ,  spruzzati dallo scenografo chiamato a dar forma e sostanza olfattiva e uditiva all’evento.

L’evento è murti sensoriale

Al  buffet, le bacchette sono subito sostituite da pratiche cucchiare, forchettoni  e mestoli per favorire l’assalto e l’ingolfo.

Bono sto sushio

Tiziana, impiegata di concetto e quindi specializzata in sudoku e marmellate genuine, da sempre acrobata del punto croce e di rimedi per gonfiori gastro-ernio-intestin-scrotali, entrata in Rai per omonimia perché scambiata per la figlia del cugino del marito della cognata del sottosegretario, dopo la pomposa cerimonia, con anche la presenza consolatrice di un rubicondo monaco buddista affittato da un’agenzia di sosia, ha subito ribattezzato il giardino “Er cagatore”

Co tutta sta sabbia ce porto a piscià er gatto.

Un sibilo inspiegabile negli androni rende più zen il rifugio degli ameboidi, singoli loculi con affaccio corridoio, dove è spalmata la moquette celeste virato grigio, colore una volta detto “manto della vergine” e ridotto a venatura campo rom, con buchi di cicche, chiazze inspiegabili e biologiche e armadi da servizi segreti Uzbeci in metallo grigio, pieni di faldoni  nella dimenticanza, polveri assassine e risuoni di echi lontani dai loculi:

Chiudi quaaa porta!

Guardie giurate con sempre pronto un  “Dica!”sulla punta delle trippe, scrutano le lontananze, finestroni opachi su Roma prati, assenze, e loro rinchiusi a vigilare, ma cosa?,  come pesci, nuotano in una luce sottomarina.

Dicaaaaa!

Ai piani più alti , altri corridoi più ricchi, con parquet in mogano bara che portano a  loculi più spaziosi per Zombie con migliore pedigree, in grisaglie, assopiti su fiammanti porno visioni, scaricatori di tertragiga,  chat, Facebook e tutti in  attesa dell’ora di mensa.

Ore, minuti, secondi, e poi la domanda:

Annamo a magnà?

Alcuni restano in stanza, ormai incapaci di alzarsi, tra scrivanie in formica e radiazioni, mentre boccheggiano narrando imprese da Guinness :

Poi me so pure fatto a carbonara de pesce

Altri, come grappoli, tornano per assieparsi alla macchinetta del caffè, ondeggiando nella bonaccia  della noia:

Sto caffè è proprio na ciofega

Poi tutti di corsa nella  stanza  dei simpatici, dove c’è   l’imitatore del cipolla “ Mamma mia comme stooo”, il sosia nano di Pruzzo, decaduto a sosia di nessuno per l’alopecia e la barba incolta, e lei , silicon valley che, all’ultimo restyling, sono andati tutti a trovarla in corsia al San Camillo, perché la davano per morta. “ Due zinne a cocomero m’ha fatto” disse, prima di intentare una causa di durata decennale al primario morto poi durante il processo e niente rimborso per “danni morali”.

Nun me se po’ guardà” dice lei, provando a alzare la tetta destra fuori asse rispetto alla sinistra, una che cola, l’altra che decolla.

E invece la guardano eccome.

Armando, guardia giurata del prestigioso gruppo metropol ed esperto in secondi lavori, coordinatore del gruppo paramilitare di over sessanta cultori del paint ball, spararsi fucilate con la vernice, fondatore senza fortuna del gruppo politico Gladiatori per Anzio, emarginato da tutti dopo una mai provata parentela con un ebreo, capo e unico membro degli ariani metropolitani, socio in un pub di Nibelunghi sulla Pontina misteriosamente andato a fuoco, lucidatore e venditore di asce bipenne a Porta Portese, la guardava eccome.

Che te farebbe” dice ogni volta, tra una grattata rettoscopia al deretano e un assestamento testicolare, mentre, assonnato, dietro una guardiola stile regime Corea del Nord,  lentamente leva lo sguardo dal Corriere dello Sport.

Che te farebbe” sospira.

Ma lei mira in alto, nonostante la deformità mammaria o forse proprio per quella. Settimo piano, nelle grazie del dirigente siculo calabro in quota Opus Dei, Nunzio Coccia.

Assunto per l’intercessione del politico ottuagenario e paesano Arziglia, sottosegretario e sindaco e amministratore delegato e consigliere regionale e di amministrazione in centotredici società. Uomo integerrimo, tuttologo dalla geologia all’oroscopo senza trascurare l’ingegneria, noto come il collocatore per aver piazzato sessantotto uscieri monchi nelle guardiole di misteriosi enti romani, come quello da lui fondato e voluto, il prestigioso EPRI, Ente per la prevenzione dei rischi idropregeogogici, cioè forse terribili.

I monchi, tra i quali però almeno due maratoneti, si genuflettevano sulla gamba rimasta a baciargli lo zampone cotecoso appena lo incrociavano, lui, il fiero. E con loro i sedici  autisti ciechi assunti al Senato e al Parlamento, messi a lucidare armature se le trovano, e poi liquidati con lo scivolo d’oro che alcuni  spesero al poligono di tiro diventando esperti di piattello e trasgredendo la loro cecità.

Poi lui, Nunzio Coccia, piazzato in Rai dopo una comunione con gli zii andata a gonfie vele.

Nunzio si è fatto subito valere. La sua carriera fulminante è legata a quando, dopo aver  sollevato un paiolo di salsicce alla sagra di San Nunzio, spacciò l’ustione lancinante alle mani per stigmate. Per il miracolo fu ricevuto subitamente dal Cardinale addetto alla comunicazione, l’ abruzzo-lucano dell’Opus Dei Tonino Laccà.

Il prelato, glossatore poliglotta di Bibbie ed esegeta del Talmud, latinista ed enogastronomo di fama, alcolizzato nonché traduttore dall’aramaico di tegole in  legno da lui stesso ritrovate e definite i dieci comandamenti, lo volle vedere.

Alla sibillina ma decisiva domanda  “ Ninque quosque quique quante?” Nunzio rispose “Be…”. E venne promosso.

Quando il suo protettore cadde in disgrazia perché implicato in un’amena e senza dubbio falsa vicenda di pedo-copro-feto-nano pornografia, Nunzio cominciò a parlare per aforismi mistici e pubblicò un testo teosofico e teologico “ La trinità del tre ”, incomprensibile ai più ma certamente vero, garantendosi a destra al centro e a sinistra una reputazione inattaccabile.

E’ un vero signore, lo si capisce dalla modestia “diceva qualcuno. “ E’ uno dei pochi qui dentro” ribatteva l’altro  “ E’ davvero”  confermava il terzo.

Nunzio, sempre più torvo e paranoico e sempre più potente, concludeva le riunioni di palinsesto appollaiato e silente alla fine del lungo tavolo della sala, lanciando frasi come:

Si deve credere nello spirito santo del Cristo redentore che ci accompagna nello sconforto

Qualcuno si grattava i coglioni, altri toccavano il corno rosso, sempre da avere nelle riunioni con il mistico dirigente. Si sparse la voce che Nunzio fosse la iella.

Ma lei non credeva alle voci, lei, lady silicone, credeva in  lui. E l’amava. Si era rifatta per lui e per lo sconforto.

E quando Nunzio fu ritrovato tubero nella sua stanza, soffocato da schiume  e boccheggiante un“ Ahhhhhh”, tutti pensarono a lei. Era stata sicuramente lei, con la sua specialità ginnica, il Gorgoglione, misteriosa pratica orale fatta di geometrie linguali con il turbine del vortice a cui si univa il ritmo deciso e armonico di uno stantuffo,  a succhiare tutto il santo e ridurlo così.Poco prima di schiattare lui  ritmava con mano immacolata il capo della donna, impegnata  nell’opera paziente, e mormorava :

Oh maronna mia, vengo vengo”.

E venne invece la bolla  tra le sinapsi.

Piazzata per questa colpa allo smisto dei neolaureati, incurante delle loro parentele nobiliari, scaraventava i più saccenti e quelli vestiti da cresima nelle catacombe della biblioteca a catalogare, tra polveri e lebbre, i nuovi arrivi di saggistica , acquisiti di titoli immancabili come “ Comunicare nell’era del post streaming” o “ Il crisma catodico” o il trittico di volumi di autori vari a cura dello sciamano universitario, inventore del concetto semiotico di “ tela comunicativa ibridata a zuava”, Albertozzi.

Me cojoni “ diceva lei, leggendo i titoli sulle copertine e scaraventando il tutto lontano, su pile di tomi.

Solo quando lampeggiano per poi morire i neon dei corridoi, le luci degli anfratti, dei pianerottoli, degli stanzini e dei bagni, solo quando, nella notte che viene , si fermano gli ascensori e si acquieta il ronzio dei condizionatori, solo quando si stempera anche il sibilo ignoto che anima sempre le sale, solo quando la mensa è vuota e nessuna mandibola risuona, solo quando tutti gli abitanti del palazzo sono usciti, solo allora qualcuno giura di aver visto, in fondo alla sala del bar, nel tavolo dimenticato e distante  sulla destra, un uomo in bianco e nero, accompagnato da un pappagallo in tutto simile a Portobello, chiedere:

Dove eravamo rimasti?”

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2 pensieri su “Magna Rai, parte prima: i vinti

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