Cosa ci sarà in Italia dopo la televisione e le sue cosmologie consolanti? Chi sarà il capro espiatorio in questo passaggio delle consegne? Chi verrà sacrificato per mantenere l’ordine e la coesione sociale?

Una tribù  di teleutenti esemplare, vero modello per future incubazioni, come è l’Italia, rischia di scomparire proprio per la sua unicità assediata  come le tribù cannibali dei Mek della Papuasia o come i Bonda dai collari di bronzo o come i pigmei del Gabon.  Le ruspe di internet sono all’orizzonte e smantellano ciò che resta della foresta , gli investitori si ritirano sul multitasking sponsorizzando un po’ tutto e a caso , i target sfumano in un indistinto arcipelago di sotto tribù  e ombelichi.

Tutta questa rabbia per il crollo imminente del palcoscenico, dell’estasi oppiacea della visione, troverà uno sfogo, una vittima sacrificale che la incanali in un rito? Una mattanza liberatrice ?

Per capirlo ci appoggiamo, sempre impropriamente e semplificando, ad un autore, Renè Girard ( Il capro espiatorio, La violenza e il sacro entrambi Adelphi) ,   pensatore  in grado di riflettere sui comportamenti umani durante le crisi collettive con un approccio sfaccettato  ( teologia, antropologia, letteratura, storia delle religioni, storia della psicoanalisi). E’ lui a darci una spiegazione del  sistema vittimario, come si diventa vittima sacrificale e perché la violenza fonda il sacro.

Per lui una collettività è in crisi quando i suoi membri perdono i modelli da imitare, perdono la capacità mimetica di desiderare ciò che hanno gli altri perché uno o più eventi straordinari hanno scompaginato le carte. I costumi, le mode, i pensieri e le azioni dell’altro uomo usato come modello diventano  la fonte primaria di apprendimento e cambiamento. Ma tutto ciò  porta ad una dinamica violenta, del desiderio e del conflitto. Si desidera ciò che è posseduto dal modello a cui omologarsi.  Quando però l’oggetto posseduto dal modello non è divisibile o scompare, nasce lo scontro. Nasce un contagio mimetico, un sentimento diffuso di vendetta che ingloba le singole frustrazioni e che è indifferenziato perché non ha un oggetto preciso. Ma lo deve trovare per ricomporre il conflitto. Come uscirne? Con una vittima collettiva. Un capro espiatorio da sacrificare, che, in una società tribale di teleutenti, spaesati come zombie quando la tv comincia a non convincere più, deve essere trovata nella stessa tv. E in televisione la figura mitologica per eccellenza, mostruosa perché metà uomo e metà testimonial e merce, diversa da noi e al tempo stesso scelta da noi (audience), perfetta vittima potenziale, è il presentatore.

Diciamolo subito il presentatore è un oggetto di analisi sfuggente, un ectoplasma invasivo, che arriva per l’ora di cena e non mangia con noi ma urla, si accampa nella nostra sala da pranzo o cucina, riempiendola di rumori molesti e festanti, chiasso e smorfie, ostentando un entusiasmo tanto artificiale quanto elettrizzante:“Scossa!”.

Ha un potere ammaliatore perché promette soprattutto soldi, tanti soldi a tutti noi, una vita Smeralda per noi immobili  nell’estasi bianca, disposti a farci ipnotizzare per dimenticare che, a quella stessa tavola, sono seduti ad esempio la nonna incontinente, il figlio disoccupato, la figlia precaria, la mamma sconfitta e il marito petomane.

 “La accendiamo?” “”Il gioco continua e lo spettacolo… PURE” ”,, “Scavicchi, ma non apra”, “Comincia qui la sua scalata verso il… MILIONE” 

Per capirci qualcosa prendiamone due di questi esseri mitologici e mostruosi. Carlo Conti e Gerry Scotti, anche se è difficile, come per tutti i fantasmi, catturarli. L’unica cosa concreta e certa che resta, dopo tutto il trucco e il parrucco per renderli umani, è la loro carne.

Al primo va riconosciuto un potere di sintesi , un’economia dell’apparenza: Carlo Conti è il suo marrone, pena la sua scomparsa. Non può non essere giudicato se non dal colore della sua carne.

Cosa resterebbe di lui se venisse meno questa caratteristica? E certo si può affermare che è marrone solo in apparenza e che esiste invece una sostanza (escrementizia?) che gli renderebbe uno spessore. Ma bisognerebbe toccarlo e odorarlo, interattività che per ora ci è impedita.

Questo tronco marrone in giacca, ogni sera ci usa violenza, si arena nelle nostre case e ci promette fantastilioni. Gli abbiamo permesso tutto ciò perché appunto sembrava uno di noi, era così felice di darci i soldi, e al tempo stesso era così marrone, così altro da noi. Esattamente come deve essere un presentatore televisivo: uguale e diverso, alieno e vicino, adorato e miserabile.

Ma anche, ed è questa la chiave per una vera catarsi, esattamente come deve essere una vittima sacrificale! Amata e odiata, ripugnate e attraente. Altra da noi, pur se da noi scelta e quindi subito riconoscibile e identificabile in caso di mattanza e di caccia all’untore (Manzoni).

Lui che accenna ad un sorriso dal profondo dello sterco che lo sostanzia, che redarguisce le folle di teleutenti abbindolandoli con promesse di soldi ma quando i soldi non ci sono più.

Eppure, il tarantolato carpaccio piace, ogni anno di più; più mente, più ride, più smorfia il grugno, più piace. Ma fino a quando e con quali conseguenze il giorno della sua caduta?

Poi c’è uno dei suoi rivali nella lotta per la supremazia, Gerry Scotti, per gli amici Gerry. Il suo claim è “Smile” anche quando tampona le macchine, la sua forma è un calco del Gabibbo o una sua evoluzione in carne. E’ nato prima lui o l’altro?

E’ lui la rappresentazione incarnata di cosa sia il crossover: muoversi con la propria morfologia sul confine dell’obesità e del mostro, per piacere a grandi e piccini. Confine che, una volta superato, ha condannato nella galleria degli orrori  il diabolico Maurizio Costanzo, protagonista di una decadenza e una dimenticanza definitive, lui, saracca dai contenuti ignoti e gassosi, costretto ad eternarsi, facendo nascere per gemmazione un mostro androgino che lo difenda contro eventuali vendette. Più cattivo dell’originale, che lui ha battezzato “moglie” per riconoscerla e per generosità antropomorfica.

Scotti no, non ingrassa mai abbastanza per diventare realmente obeso e non dimagrisce mai abbastanza per essere in forma.

Esattamente come tutti noi pur essendo lui.

Balla sulla corda, sul confine, sulla fisiognomica impersonale di un rassicurante roast beef o di un tonico culatello.

Pastoso, gaudente e asessuato, non minaccioso. La sua natura da idrovora è mascherata dietro il suo spessore da pongo, che lo rende adatto a grandi e piccini, modificabile nell’universo simbolico, plastico quando ti incula o ti premia. Non spigolo e ripugnante sbalzo, non escrescenza putrescente ma sfera rotolante. Prima dello sfascio e prima dell’evidenza. Un pupazzo di carne.

Come liberarsi dalle trasparenze di questi ectoplasmi accampati in casa? Come non credere più alla malia del loro vocabolario pervasivo ipnotico e performativo? “Ok il prezzo è giusto” “ Un bell’applauso per il concorrente” “ Risposta esatta!”.

In un solo modo e con un rito primigenio, che li renda eterni e li sacralizzi al tempo stesso come meritano: mangiandoli. Un salvifico rito di cannibalismo religioso, un’eucarestia del fan liberato, una catarsi che riporti la questione all’origine (sempre Renè Girad per chi fosse interessato ad approfondire). Per vendetta certo e usandoli come capro espiatorio sicuramente. Per tutte le loro menzogne che noi volevamo ascoltare, un rito che dia pace all’odio senza oggetto di una società di teleutenti traditi. Per ristabilirne la solidità del gruppo dove ok, il prezzo sarà finalmente davvero giusto…

Ma c’è un imprevisto di carattere odontoiatrico. I fan sono sdentati, sono bambini e anziani. E I loro denti sono da latte o dentiere, quando ce le si può permettere. Non hanno le zanne o le hanno perse, ritirate in bocca per vergogna, per accettazione e rassegnazione. I fan sono abbandonati nei flutti, destinati a finire nella pancia della balena, seguire il gatto e la volpe, piuttosto che mangiarli tutti.

A noi scrittori falliti, sfuggiti alle fauci solo perché indigesti anche per la stessa balena, non resta allora che scrivere un’utopia, un ricettario dei vip, non per sapere cosa e come mangiano, ma per capire come si potrebbe cucinarli al meglio. Rendendoli meno merda di quello che sono e digeribili anche dai loro fedeli sdentati, dagli umili che li amano e che hanno diritto al loro pezzo di reliquia senza sentire l’amaro in bocca. Il sangue e il corpo di Gerry, prendete e mangiatene tutti!

Sperando sempre , con la seduzione delle sole lettere, di far venire davvero l’acquolina in bocca a qualcuno. Hannibal mi leggi?

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2 pensieri su “Redenzione cannibale: mangiare Gerry Scotti ci salverà?

  1. Jerry Scotti è decisamente più appetitoso. Conti sembra cagato, rimangiato e poi cagato di nuovo… il frutto di una pessima digestione… no grazie… forse Gianni Morandi? (a buon intenditor)

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