Mentre la madre a balze e pio pio scucchiaia ciottoli di cibarie impentolate tra fumi e bolliti e nella pause pomeridiane si lascia fare la permanente alla criniera e tirare i solchi degli ormai anta in uno specchio impietoso, il padre scivola sulla poltrona per incastrarsi meglio e sparire ingoiato dai cuscini, lasciare andare l’anima in divisa nello sciabordio dei sogni e sfiatare arreso da qualche pertugio. E più a mammà sfugge la vita, più si fa raccontare anche i contorni del tutto, i particolari sfavillanti della corte e le esorta a dare e prendere e ancora dare e prendere, che qualcosa prima o poi ne viene. Per tutti.  Loro, le ragazze, aprono armadi stipati di borse e tubini neri, mentre raschiano nel portagioie sulla credenza, mentre ricercano la farfalla sbrilluccicante Swarovski, il ciondolo delle favorite. Loro, che si sono gonfiate in faccia per succhiare anche solo ridendo,  sentono in strada le voci che conoscono dei compagni di scuola  diventati rugosi sfacciati e sfasciati al bar, quelli che le ricordano per rapaci incastri nel capanno in cima alla valle; loro che non hanno tempo e voglia di salutarli mentre vengono portate via da auto monumentali e si girano indietro a guardare il paese appollaiato sulla statale che è  il posto dove c’è stata persino infanzia.

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