Tutto ebbe origine dal sindacato dei calvi indigenti,  lobby in crisi di identità, incapace di comprarsi una cura di ciuffi  vaporosi come i ricchi. Il movimento scatenò guerriglie urbane e assediò i parlamenti e fu il più acuto rivendicatore dei diritti tricologici  non negoziabili. Chiome alle masse, subito.

Scrivendo una norma di legge transnazionale che imponeva agli irsuti la donazione dei bulbi, la lobby creò un clima da inquisizione e una vera guerra civile , oltre ad un lungo dibattito etico condotto da centinai di intellettuali mobilitati, ma sempre non arruolabili, appassionati esegeti del crine nel discutere di bio lacche, pettinature e ricrescita con un occhio ai problemi della fame nel mondo e dell’obesità,  sempre nel mondo.

Chi si ribellava alla donazione dei bulbi in eccesso veniva decapitato e prima sottoposto ad una seduta di fanatici sioux assoldati dai calvi per lo scalpo profondo prima della dipartita. Non si butta niente, dissero. E non si buttò.

La riforma più impegnativa fu stabilita dal primo imperatore capellone del nuovo regno, che si proclamò, appena eletto, anche terzo e quarto imperatore per avvantaggiarsi sul futuro. Abolizione per regio decreto delle montagne. Il paesaggio doveva sfociare sempre in un panorama adatto al fomato 16:9, lo skyline doveva essere evidente e infinito, solo così l’immagine chiara di un futuro radioso sarebbe stata incarnata nella realtà. Anche per i calvi.

La lobby dei geologi si oppose non per ragioni di principio, in fondo chi se ne fotte delle montagne, ma per ragioni di etica professionale, i sassi li gestiamo noi!

La loro rivolta sfociò nel  gesto simbolico di seppellire vivo il leader, un eroe dell’ordine professionale,  fino ad allora savio, che ingoiando sassi, molti, e sabbie, riuscì a gridare “Cazzo ma io così muoio!”.

I vulcanologi invece rimasero in disparte  nella speranza di fare approvare dall’imperatore nuovi ordini professionali e nuove cattedre universitarie: sociologia del vulcano, storia della lava,  ordine dei vulcanologi gastronomi.

Tutto finì in mattanza e in una pubblicazione risolutiva di quarantacinque tomi vergati a mano. E i vulcani aboliti per legge,  chi li avrebbe pensati più?

Per sedare tutte le possibile rivolte future e trovare sfogo alla violenza latente della società contemporanea ma anche al voyeurismo, all’inconscio, all’io, al super io, es,  perturbante, al sado e al maso e alle patologie tutte meglio se psichiatriche, fu istituito, dopo anni di briefing e centinai di buffet,  il reality canoro in prime time dei mutilanti. Avrebbe vinto chi sarebbe rimasto con più pezzi.

Uno di loro, prima di essere amputato della lingua per aver profanato una marcetta nuziale con una cornamusa vestito da re magio sperando nel gradimento di un pubblico crossover, riuscì comunque ad intonare l’inno nazionale prima dell’evisceramento linguale, facendo commuovere milioni di teleutenti che riscoprirono un’identità nazionale, un’umanità a loro sconosciuta, un nazionalismo ancestrale che non sapevano di avere. E furono pronti ad invadere fin da subito qualcosa, scatenando nuove rivolte. Seguirono mattanze con gli oppositori apolidi e lunghi dibattiti con gli intellettuali scettici, poi risolti in ulteriori mattanze.

Fu ben presto fondato il movimento che si ispirava ai valori dell’uomo  senza lingua, a cui venne dedicato un santuario in plexiglas sulla riviera romagnola, con la reliquia della sua lingua esposta e resa mobile da impulsi elettrici attivabili a gettone. Soldi a palate per i custodi malmostosi e cardinalizi poi uccisi dai fumantini villici locali stanchi di abusi sui figli. Una volta l’anno la lingua parlava e fischiava e ogni quinquennio, con grande afflusso di pellegrini,  persino spernacchiava. Ma non cantò mai più.

Il vincitore del concorso fu l’efebo erotico Mao, toy boy cross mediale e perfetto prodotto di massa.

Capace di sedurre grandi e piccini per il suo sfiatatoio di feromoni da accoppiamento, l’unico pezzo che gli era rimasto,  disegnato dal famoso designer dei vip inventore delle piastrelle di soia per i bagni e le cucine degli ecologisti opinionisti, era lui la soluzione. Gli sbuffi di feromone permisero di sedare le rivolte spontanee al palinsesto dei noiosi teleutenti vecchio stampo  alla ricerca pruriginosa di educational nei programmi.  I ribelli più istruiti furono ridotti ad uno stato di prostrazione fisica e costretti ad una masturbazione continuativa e senza oggetto stimolata dalle perfette forme e dagli effetti odorama che l’androide sessuato emanava dalle centinaia di postazioni casalinghe di proiezione di ologrammi 3d ed interattivi in tutto. Ffffffff.

Mao era personalizzabile dalla consolle di casa diventando ora un tanghero romantico, ora un ibrido lolito pantasessuato, ora un femminone  con le lunghe trecce da cheerleader, ora un coso con le misure giamaicane o  in basso o  in mezzo o in  alto. Tra le opzioni da avatar aveva anche le graditissime mani da pianista, l’eloquio pacato del filosofo o del master coprolalico, con l’upgraduate bestemmie in più lingue. I suoi vapori chimici  scatenavano in tutti, soprattutto i più incazzati, uno stato lisergico con visioni concrete di gang bang senza pause e senza direzioni e perimetri, picnic tardo ottocenteschi in riva ai fiumi, visita a casa dell’artista e pittore maledetto, sodomie, matrimoni con e senza carrozza. Tutto un mondo di colpi pelvici nel vuoto che avrebbe assopito la violenza più incallita in un’aerobica dell’accoppiamento.

Mao cadde in disgrazia quando gli indici di gradimento rivelarono che il suo nuovo look con mustacchi e kefia e pantaloni da cavallerizzo, disturbava gli oltranzisti del cardiofrequenzimetro, lobby imperiosa di podisti, in grado, se solo avessero voluto, di fermare la distribuzione di integratori di magnesio e potassio in città e di imporre il crampo alle masse.

La morte di Mao non fu senza conseguenze. Il feromonico tentò di stordire i carnefici, una cinquina di culturisti paramilitari con un curriculum da macellai, con una coltre nebbiosa di peti da accoppiamento, in diretta tv. I boia iniziarono così ad accoppiarsi vicendevolmente con orrore del pubblico di minori, davanti al video per vedere sangue non sesso,  e rivolta dei genitori per bene. Ma finito l’effetto, colpiti nella loro mascolinità di boia, riversarono su Mao i loro rancori più acuti per quella perdita di identità e Mao fu ben presto  poltiglia,  distribuito nella mangiatoie dei cinghiali rumoristi, una specie protetta che formava un dismesso coro di doppiaggio per colonne sonore dell’industria, ormai in rovina, del porno.

C’era finalmente pace nell’aria e fu subito skyline, con solo qualche  grido ovattato  dalle lontananze dell’infinito spazio profondo.

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