Identità perduta: il maschio e gli anni ottanta in Michael Mann

Michael Mann è un regista di sintomi e la parte del suo lavoro più sbozzata e in fieri, e per questo più interessante, è quella degli anni ottanta. Il suo carotaggio di un’epoca magmatica e ricchissima come quella, porta alla luce una serie di ambiguità che possono essere sintetizzate nelle crisi definitiva del maschio e in una ridefinizione del concetto di narcisismo. Senza salvezza alcuna.

Solo apparentemente regista di super uomini, Mann  è in realtà un cantore del maschio  sfrangiato, frollo, disorientato, alla ricerca di una continua identità narcisistica, di un appagamento sempre mancato e nevrotico nelle cose che ha o vorrebbe e in una sessualità sempre ambigua. Il maschio di Mann non può avere una famiglia felice, non può avere una precisa identità sessuale, non può avere una donna compiacente  e, quando riesce a trovare una consolazione e un approdo, lo trova in ciò che compra e consuma: auto, casa, vestiti.

Il maschio di Mann è gli anni ottanta e il narcisismo di massa che li caratterizza, narcisismo non più arginabile nel percorso teleologico della libido, in fondo di redenzione igienista, codificato da Freud (concetto poi  discusso e criticato  dalla psicologia del sé di Kohut e da Lasch e il suo libro che non a caso apre il decennio. La Cultura del narcisismo).

Il narcisismo degli anni ottanta sembra invece una pallina impazzita che vaga senza un io di riferimento e approdo, solo deriva, senza una motivazione e una diagnosi possibili. Si può essere incarnazione di narcisismo senza avere un’identità da amare? E nonostante un ruolo sociale preciso e manicheo, da film di genere, ovvero il ladro o il poliziotto, si può essere minati in tutto, anche sessualmente?

L’io maschile dei personaggi di Mann vaga  alla ricerca di una serie di oggetti di consumo e di persone da amare: casa , macchina, donna, vestiti, che possano identificarlo e consolarlo. E ancora ci crede. Crede ancora, ma dopo qualche anno nessuno ci crederà più, di potersi redimere e ritrovare. E’ un nostalgico anche quando è un mostro.

Ma questo agitarsi  è inappagabile semplicemente perché lui, la sua identità, non esiste più al di fuori della ricerca stessa. Il territorio paradossale  dove vivono i personaggi di Mann è quindi una palude di stimoli, la cui importanza per capire quegli anni dal punto di vista visivo e di immagine, è pari a quella di Bret Easton Ellis, lo scrittore che quegli stimoli identitari e animaleschi li porterà alla luce e  li codificherà  nel protagonista del suo libro simbolo che chiude il decennio come vera summa valoriale e schizoide: American Psycho (1991)

Mann invece esplora alcuni valori mentre vanno formandosi e in corso d’opera forma il suo stile, con la serie televisiva più significativa,  Miami Vice, e con quattro film,  Jerico Mile (1979), Strade Violente (1981)e Manhunter ( 1986) e  il televisivo  L. A Takedown  (1989).

Miami Vice è il culmine di questo processo anche per la durata della serie (1984-1989). All’insegna della più folle e inspiegabile spersonalizzazione sociale e inverosimiglianza, i poliziotti della serie,  prima che personaggi e ruoli, sono dei manichini per abiti di moda,  girano a Miami in Ferrari Testa Rossa, vestono Armani e lanciano la moda, sempre Armani, dei colori pastello negli abiti maschili. Sono eroi femminei nonostante l’ostentato, ma mai credibile, machismo. Irrompono nell’immaginario collettivo con assurde T shirt sotto costosissime giacche sportive e i loro abiti sono morbidi e con colori innaturali, mai visti prima. Le loro case sono da catalogo di design, la loro pettinatura è curata, il loro ordine formale  irrealistico e sempre perfetto nonostante il lavoro di polvere da sparo e asfalto, pozzanghere e rincorse notturne. Eppure sono deboli perché non esistono se non come supporto alle merci.

Mann si fa invadere dalla moda e in particolare dal doppio movimento dello stile dell’epoca : irrigidimento dell’abito femminile e contemporaneo prolasso dell’abito maschile, sformato e calante, morbido e costoso. E’ la moda femminile infatti a rinforzare in maniera iperbolica la mascolinità delle donne e depotenziare del tutto quella dell’uomo.

Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta il vestire femminile cambia radicalmente e se vogliamo sintetizzare lo svuotamento delle curve femminili e della sensualità che comportano, possiamo usare un’immagine simbolo di quegli anni della fotografa Cindy Sherman che ci descrive esattamente cosa stia succedendo. 

Una donna che lavora, che ha grinta da vendere e che si svuota della sua femminilità per indossare abiti severi.

Ma, per restare nel cinema, il personaggio che icasticamente incarna meglio questa androginia e che apre a tutta una serie di donne androgine  è la Rachel di Blade Runner (1982). 

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Le grandi attrici italiane di cinema. Un’utile tassonomia

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Le giovani e sempre verdi.

Tra tutte spicca Carolina C, la cui opacità tentacolare cattura rianimati registi ottantenni in over viagra che, rimirando in lei scenari sodomitici di gioventù e capinere mai del tutto dimenticate e chiamate ancora nei sogni Mamma, in posa plastica da poeti e da Pallotta, a gennaio con panama e pantaloni di lino con imbarazzanti maculature, tra na bistecchina, un quartino e na scaglia de formaggino bono, con voce tremante e pisello bizzoso, sussurrano loro:
Ti trovo una meraviglia! Molto meglio dell’ultima volta che ci siamo incontrati” (mai vista prima)
Loro li assecondano con il vitreo occhione da teletubbies sperando in ruoli storici e n’portanti na cifra, che valorizzino la loro comicità e al tempo stesso la loro.
Rivoluzioni, dame, tanto settecento che non guasta; o eroine brigatiste tormentate e con tate. Che poi segue il dibattito “su quegli anni” da riconsiderare sempre sotto “una nuova luce” e ampie riflessioni sulla tanta preparazione per quel ruolo. Ovvero dimagrire.
Cascate di profumi e costumi, er grande cinema de na vorta, con Visconti che pure le teiere controllava e il prezzemolino Pasolini che chissà che direbbe oggi.
Chissà.
Per lei ci sarà finalmente un ruolo dopo la gavetta della palestra dei cento corti girati con registi sempre “emergenti” ma mai emersi e dopo la palestra del documentario e dopo la palestra quella vera.
Per approdare finalmente, in un sussulto salvifico di botox, ad autisti sulle macchine degli sponsor, tanto tappeto rosso e conferenza stampa. Sorridete!
Le giovani attrici eccitano i catarrosi, cisposi, incontinenti e vegliardi “maestri”, con un contagioso entusiasmo pensabile solo in un’ebete assoluta e quindi forse ….
Almeno così credono, ingenue cataratte, al terzo quartino, abbindolati dalla voce flautata delle giovani, dal loro disarmato sorriso.
Il tutto insaporito da sfibrante allegria e la sincerità della gioia contagiosa, come la lebbra.

Le tricologiche.

Basando la loro recitazione sugli ondeggiamenti di ombrosi mustacchi, le tricologiche rivelano il meglio di sé nei totali dove si confondono con la vegetazione. La meravigliosa Maia S. può così esplicitare la sua potenza mammaria allontanando da sé lo spettro inquietante dell’ispido pelo, non inquadrato o stemperato dietro calcestruzzi di fondo tinta e luci soffuse all’insegna dell’ovattata e nebbiosa pianura:
Inquadramela de lungo”.
Il loro merito maggiore è inquietare registi sessantenni prostatici , verbosi ma inspiegabilmente ancora arzilli nonostante anni di militanza extraparlamentare e di psicoanalisi. Memori di madri e nonne baffute che, nel sollevarli da infanti, li baciavano poi con scorticanti cespugli pungenti, lasciandoli per sempre nel limbo di un ricordo sempre vivo e ravvivato da anni di carissimo lettino.Sinestesia persino.

Facendo leva su questo flusso di coscienza moquettato sempre riemerso, le tricologiche si aggiudicano i provini anche per parti improbabili, bibliotecarie monacali, cucinatrici di brodini e tisane per sedare rivoluzionari mica no, con frasi asfittiche, quasi asmatiche del tipo “ Sento in me l’amore della passione che brucia” in film dal titolo esatto
Amore che strugge via nella casa sul lago del tempo
E tanto non detto, ma proprio tanto.

Le alouatta.

L’astro maggiore di questa tribù e senz’altro Laura M. E’ spesso madre con figli rasta cannaroli e sciamannati ma tanto n’telligenti e ricopre, da sinistra con coscienza e anche pure storica e sempre critica, ruoli eclettici da castratrice di mariti assenti (e chi ci torna a casa con una così!) o anche simboliche parti da attrice preficale, di lutto reale o potenziale, con “tante “sfumature. E poi, con il tempo e l’esperienza, è approdata infine al ruolo che la valorizza di più: la gran cornuta urlante. In scena se ha desideri urla, se ha gioie e dolori urla, se ha, urla. Se ha corna da copione, urla di più.

Questo “stile fibrillante” come lo spasmo di un epilettico, la rende assolutamente prescindibile nelle sue apparizioni nevrotiche e molto francesi. Molto assai.
Un destino più felice l’avrebbe vista sui banchi dei mercati rionali ad istigare al consumo“ Accattatevillo, tutto a n’euro” invece, una crudele parabola borghese, la vede oggi protagonista in sonnacchiose premiazioni museali e festivaliere, tra champagnini, tartine muffe, piramidali tramezzini, sfizi e frizzi, a sedare il suo urlo munchiano, represso in una voce soffusa, in un discorso in cui sia accavallano noiosissimi consigli di lettura intervallati da esangui retoriche “Particolarissimo! Leggilo e fammi sapere che ne pensi, sono curiosa del tuo giudizio”.

Dice rivolta ad un primate analfabeta e obeso forse pluriomicida ma sicuramente produttore.

Libera solo sul set di scatenare il suo urlo e solo per il “suo” regista che replica:

Bonaaa a primaaaa!

Le zombie o il ritorno delle morte morenti.

La categoria più ampia delle attrici italiane per precise motivazioni generazionali, gli anni settanta vissuti con impegno di da e per sinistra e gli anni ottanta, vissuti dal divano della festa, con tristezza e fragilità che, diciamolo, garantivano la pedana della gatta morta e quindi corteggiamenti di sfiancati paninari penitenti in cerca di novità e non delle solite. O invece, in epoca di piombo, i corteggiamenti di capi popolo baffuti e pidocchiosi e sermoneggianti, ma tanto tribali.
In un ruzzolamento erotico emotivo affine alla necrofilia “ Tu non sei come le altre
La più recente rappresentante del gruppo è l’esangue crisantemo Alba di nome e tramonto di fatto. E il cognome? Famosa recitatrice di sfiati e sempre asfittica e scavata nella ricerca di un’identità ma proprio tanto sfuggente. Forse perché sedata farmacologicamente. Il metodo Blister.
Si potrebbe con uno sforzo auricolare capire la sibilla, capire cosa dica mentre recita, ma sicuramente meglio godere intuitivamente del biascichio che, per chi non lo sapesse, è sinonimo di dolore interiore e assai profondità. Un abisso di profondità, pure di sofferenza e anche per noi.
Grazie.

Le abusatrici.

La matrigna Valeria G, ogni volta che entra in scena è lecito chiedersi se da piccola toccava lo zio più che essere toccata. La risposta evidente è sì perché lei, conturbatrice di zii semplici e quindi poi suicidi, sempre incastonata in contorni scenografici idilliaci e magici meglio se a sud, oggi del sud incarna una certa istintualità da cinghialessa, donna contornata di cavernicoli in ruspanti greppie e stalle, ma tanto sincera e con “quel pizzico di follia” in più, amore e bellezza “incontaminata”.
Anche adesso che è sofisticata.
Risulta falsata in ogni ruolo che recita non per mancanza di impegno ma per mancanza.
Possibile rilancio e premi in trame da infermiera sentimentale ma border all’ospedale San Camillo, ma in riva al mare, tra primari erotomani, pazienti abbandonati, bimbi ma buoni, migranti e flebo.
Immaginabile sempre in una campagna pubblicitaria per un impegno gravoso, leucemie e febbri pestilenziali e relativa raccolta fondi, mentre scavicchia al buffet di presentazione dentature non ancora cedevoli con stuzzicadenti uncinati e sussurra al suo amato, ormai bolso di prosecchi e teenager:
Amò stasera famolo strano!”

Le ostesse.

Pettorute e sanissime pianificatrici di amplessi, con una fitta agenda di tuberi centenari da sedare in pochi minuti, disprezzate dal Cinema, si riciclano in epifanie memorabili affiancate da Teste di Cocco. Manuela è sicuramente la nave scuola, idrovora di cippe anziane, ne porta le conseguenze su un volto cristallizzato, in una posa a buco. Di culo dicono i maligni ma sarebbe più giusto dire di innata generosità.
Da vere manager di se stesse trattano i clienti con sufficienza “ Tesoro, gioia , presidente” mentre controllano il tariffario dal loro attico dei Parioli, ripensando all’amico di famiglia che le toccava in: latteria, stalla, macelleria, sacrestia, gita nei boschi, auto, cinema,cantina.
A fine carriera aprono un caseificio biologico con clienti proprio del mondo del cinema, mai del tutto dimenticato e sempre rimpianto, ci mancherebbe.
Perché tanta è la mestizia agricola e perché tanto è il volemose bene.

E allora volemoselo!

Crepuscolo di plastiche sul lago dei cigni

Allora, egli mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.

Hans Christian Andersen

 

Mia nonna, simpaticamente alcolizzata ma feudataria, sopravvissuta all’esondazione del Po, ad un bombardamento che aveva decimato il decimabile, alle tartine alla maionese di un battesimo di febbraio mangiate a fine Agosto, disse:

“ Voglio guardare la morte in faccia con gli occhi bene aperti quando arriverà, per questo ho venduto il vigneto”

“ E perché non sorriderle ? “ ribatté il suo chirurgo plastico di fiducia, João.

Eliminazione dell’eccesso di pelle nelle palpebre superiori e impianto dentario di ceramiche lucenti.

“Via le borse palpebrali” Urlò il brasiliano mentre arrotava il bisturi.

E lei in coro “ Palpebrali!”

Fu lipoaspirata, tagliata, sollevata, spostata, lisciata e resa una pupetta d’altri tempi. Che amore!

“Mamma non ti riconosco più“ Disse il figlio, cioè mio padre, allora già settantenne, mentre tentava di capire dov’erano nascoste le carte di credito.

Lei annuì, in paresi da botox, alzò il calice di prosecco con un braccio da culturista grazie alla brachioplastica e latrò, con le poche mosse labiali che le erano rimaste, un suono cavernoso uscito dagli interstizi delle capsule  che sfavillavano sulla sua nuova dentatura:

“ Ararararara !”.

L’enorme vigna dove erano stati sepolti nei secoli i contadini e i loro peccati e gli animali tutti, era sfumata, venduta,  per lisciare le palpebre della matrona.

Le cose cominciarono a precipitare con la prima esposizione al sole. Mia nonna, sulle piste da sci di Sankt Moritz, si godeva il post operatorio,  il riverbero del sole sul terrazzo della baita mangiando  profluvi di strudel,  cioccolata calda con panna e grappe.

Il tutto almeno fino a quando non prese fuoco. Una pira  sul bianco e candido manto della pista.

Prima fumi sotto la giacca a vento da teenager delle linea per anziani adventure, fumi dai mammut ai piedi, fumi dai guanti in gore tex ed ermellino. Poi alte fiamme a bruciare tutto: piume, carne plastificata, filler, scaglie di silicone sottopelle e protesi tutte.

La spensero gettandole addosso neve fresca e rimasero integri solo i denti, poi trafugati. Quando provarono a ricostruirla con scampoli di pelle di gluteo, autoinnesto disse João, si resero conto che il gluteo non c’era più, sostituito da silicone sotto forma di gel coesivo che conferisce una pressoché totale indistruttibilità e forme anatomiche per un aspetto meno proiettato e più omogeneo. Disse João.

Rebolado e culo brasiliano Nonna, lo volevi tanto, per i tuoi pomeriggi di samba.

Disse João :” E’ stata la reazione tra grappa silicone e raggi ultravioletti. Ma i programmi di fedeltà basati sulla carta per i parenti sono una continuity promotion che permette  sconti per tutta la famiglia e …”.

Tagliaci stronzo, taglia anche noi!

Papà si precipitò sotto i ferri con ciò che restava dell’eredità. Nel liceo di materie ginniche  lui insegnava solo letteratura e veniva molto dopo lo spinning e poco prima del pumping.

Lo spietato comitato di salute pubblica dei  sanissimi studenti lo aveva già richiamato più volte. Il direttorio imponeva agli  insegnanti di  affiggere in bacheca la loro cartella clinica, farsi misurare il ventre e le spalle e i polpacci due volte all’anno e dimostrare ai loro datori di lavoro, sempre gli studenti, di essere sani con evidenze morfologiche  incontestabili, i muscoli, e prove pratiche:  salti, capriole, corse sul posto e incontri sul ring.

Mio padre era lo sfascio, un crogiolo di trippe, un incrocio casuale di elementi gastro cardio psico purulenti, uno sfiato continuo. La sua materia , in un liceo di ginnastiche, era la sofferenza del pensiero opposta all’evidenza dell’addome. Una bestemmia.

Rischiava grosso senza addominali.

“ Dottore mi salvi lei”

E lui rispose, afferrando l’assegno :” L’età dell’aspetto e l’età dello spirito” che poi era il suo claim.

Per prima cosa intervenne sul doppio mento, più simile ormai ad un piatto di straccetti. Impiantando un impasto di pongo e vetroresina, lo riassestò tirandolo allo spasimo e agganciando il tutto ad un moschettone sottopelle.

Con muto bancario ventennale papà approfittò della liposuzione per la ginecomastia (un busto marmoreo disse João !) dell’addominoplastica (via balze di strutto e frattaglie, disse João!) della ricostruzione dei polpacci ( via flaccide squame, disse João !) dell’impianto di cespugli di folti peli sintetici  su spianate di stempio (via oscena coccia calva e avanti col ciuffo, disse João !) .

Gli studenti furono entusiasti ritrovandolo nuovo, ibrido tra un gadget, un cofano, Jon  Bon Jovi e una mascotte. Lui era nuovo, un altro io  ripeteva spesso,  e  superò di slancio la prova di fine anno al bilanciere, sollevando davanti al comitato ben 75 kg.

“ Pompo!” sudando, schiacciato dal peso.

Ma un’ernia lancinante, un eccesso di rapporti sessuali  e la mancata revisione annuale delle plastiche per mancanza di soldi  (il  tagliando lo definiva  João) lo paralizzarono su una sedia a rotelle. Mamma se ne era andata e mia sorella, persa perché  videomaker, non voleva più vederlo perché dal vivo non poteva photshopparlo.

Toccava a me portarlo a prendere aria nel  parco pubblico, per evitare che la pelle di alcantara e moquette suppurasse, per evitare che il sottomento si sfrangiasse ancora di più in un vero liquame. Portarlo fuori per potergli oliare le piaghe con una mistura di brodo, arnica, borotalco e olio da frittura, come consigliato da Joao, prima della sua fuga all’estero. Portarlo fuori per evitare di sentire il suo continuo lamento su cui si era bloccato il suo cervello embolato:

“ Pompooo!”

E così, ai bordi del laghetto artificiale, spazio di natura al centro dell’Outlet del nostro quartiere  radiante  alla periferia della periferia di qualcosa, sotto al viadotto mutilato e mai finito che si affacciava nel vuoto, tra cani, pali con brandelli di reti, scampoli di lavatrici, fossili di motori e manubri, marciapiedi mangiati dalla strada, proprio lì, il nostro mondo babbo, lo avvicinavo all’acqua e ai liquami e lo invitavo a guardare l’orizzonte dopo avergli gonfiato le guance e il collo con una pompa da canotto per farlo stare dritto:

“ Papà guarda l’orizzonte. Li vedi i cigni bianchi del  lago? Guarda come scivolano sinuosi sull’acqua, guarda che grazia infinta! E’ il miracolo della natura!”

“Pompoooo”

Stava scendendo la sera piena di ombre e rantoli e venti radioattivi e luci al neon con relative pozzanghere. Il tempo dei lupi e dei ladri, ma i lupi non c’erano più . Bisognava riportare il coso, lui, l’uomo nuovo, a casa e in fretta perché l’umidità della sera lo faceva lievitare come una pagnotta viva.

Mentre risalivo la rampa che dal lago va alle villette a schiera, riuscii a vedere il frenetico lavorio di due addetti in divisa dell’Outlet. Per evitare che il vanto dei Granai sparisse nella notte, per evitare che qualcuno li portasse a casa come dono  o come oggetto sessuale da abusare o come tacchino da sgranocchiare o come prezioso da esporre nella vetrinetta tra il pierrot di ceramica e la gondola di plastica, dopo averli catturati con una arpione e trascinati a  riva, tutti i cigni, venivano accuratamente sgonfiati. Un lungo lavorio di apertura dei tappi,  gestione degli sfiati, spremitura delle parti per ridurle a lenzuoli grinzosi e senza vita da gonfiare di nuovo il giorno dopo.

Ma nonostante l’attenzione e la cura degli addetti, qualche pupazzo, mentre si sgonfiava, faceva ancora in tempo a scappare, zigzagando in aria come un insetto impazzito:  ora a  destra e ora  a sinistra, ora in alto e ora  in basso.

Per sfracellarsi poi, come un sacco vuoto, altrove, molto lontano, proprio laggiù.