Allora, egli mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.

Hans Christian Andersen

 

Mia nonna, simpaticamente alcolizzata ma feudataria, sopravvissuta all’esondazione del Po, ad un bombardamento che aveva decimato il decimabile, alle tartine alla maionese di un battesimo di febbraio mangiate a fine Agosto, disse:

“ Voglio guardare la morte in faccia con gli occhi bene aperti quando arriverà, per questo ho venduto il vigneto”

“ E perché non sorriderle ? “ ribatté il suo chirurgo plastico di fiducia, João.

Eliminazione dell’eccesso di pelle nelle palpebre superiori e impianto dentario di ceramiche lucenti.

“Via le borse palpebrali” Urlò il brasiliano mentre arrotava il bisturi.

E lei in coro “ Palpebrali!”

Fu lipoaspirata, tagliata, sollevata, spostata, lisciata e resa una pupetta d’altri tempi. Che amore!

“Mamma non ti riconosco più“ Disse il figlio, cioè mio padre, allora già settantenne, mentre tentava di capire dov’erano nascoste le carte di credito.

Lei annuì, in paresi da botox, alzò il calice di prosecco con un braccio da culturista grazie alla brachioplastica e latrò, con le poche mosse labiali che le erano rimaste, un suono cavernoso uscito dagli interstizi delle capsule  che sfavillavano sulla sua nuova dentatura:

“ Ararararara !”.

L’enorme vigna dove erano stati sepolti nei secoli i contadini e i loro peccati e gli animali tutti, era sfumata, venduta,  per lisciare le palpebre della matrona.

Le cose cominciarono a precipitare con la prima esposizione al sole. Mia nonna, sulle piste da sci di Sankt Moritz, si godeva il post operatorio,  il riverbero del sole sul terrazzo della baita mangiando  profluvi di strudel,  cioccolata calda con panna e grappe.

Il tutto almeno fino a quando non prese fuoco. Una pira  sul bianco e candido manto della pista.

Prima fumi sotto la giacca a vento da teenager delle linea per anziani adventure, fumi dai mammut ai piedi, fumi dai guanti in gore tex ed ermellino. Poi alte fiamme a bruciare tutto: piume, carne plastificata, filler, scaglie di silicone sottopelle e protesi tutte.

La spensero gettandole addosso neve fresca e rimasero integri solo i denti, poi trafugati. Quando provarono a ricostruirla con scampoli di pelle di gluteo, autoinnesto disse João, si resero conto che il gluteo non c’era più, sostituito da silicone sotto forma di gel coesivo che conferisce una pressoché totale indistruttibilità e forme anatomiche per un aspetto meno proiettato e più omogeneo. Disse João.

Rebolado e culo brasiliano Nonna, lo volevi tanto, per i tuoi pomeriggi di samba.

Disse João :” E’ stata la reazione tra grappa silicone e raggi ultravioletti. Ma i programmi di fedeltà basati sulla carta per i parenti sono una continuity promotion che permette  sconti per tutta la famiglia e …”.

Tagliaci stronzo, taglia anche noi!

Papà si precipitò sotto i ferri con ciò che restava dell’eredità. Nel liceo di materie ginniche  lui insegnava solo letteratura e veniva molto dopo lo spinning e poco prima del pumping.

Lo spietato comitato di salute pubblica dei  sanissimi studenti lo aveva già richiamato più volte. Il direttorio imponeva agli  insegnanti di  affiggere in bacheca la loro cartella clinica, farsi misurare il ventre e le spalle e i polpacci due volte all’anno e dimostrare ai loro datori di lavoro, sempre gli studenti, di essere sani con evidenze morfologiche  incontestabili, i muscoli, e prove pratiche:  salti, capriole, corse sul posto e incontri sul ring.

Mio padre era lo sfascio, un crogiolo di trippe, un incrocio casuale di elementi gastro cardio psico purulenti, uno sfiato continuo. La sua materia , in un liceo di ginnastiche, era la sofferenza del pensiero opposta all’evidenza dell’addome. Una bestemmia.

Rischiava grosso senza addominali.

“ Dottore mi salvi lei”

E lui rispose, afferrando l’assegno :” L’età dell’aspetto e l’età dello spirito” che poi era il suo claim.

Per prima cosa intervenne sul doppio mento, più simile ormai ad un piatto di straccetti. Impiantando un impasto di pongo e vetroresina, lo riassestò tirandolo allo spasimo e agganciando il tutto ad un moschettone sottopelle.

Con muto bancario ventennale papà approfittò della liposuzione per la ginecomastia (un busto marmoreo disse João !) dell’addominoplastica (via balze di strutto e frattaglie, disse João!) della ricostruzione dei polpacci ( via flaccide squame, disse João !) dell’impianto di cespugli di folti peli sintetici  su spianate di stempio (via oscena coccia calva e avanti col ciuffo, disse João !) .

Gli studenti furono entusiasti ritrovandolo nuovo, ibrido tra un gadget, un cofano, Jon  Bon Jovi e una mascotte. Lui era nuovo, un altro io  ripeteva spesso,  e  superò di slancio la prova di fine anno al bilanciere, sollevando davanti al comitato ben 75 kg.

“ Pompo!” sudando, schiacciato dal peso.

Ma un’ernia lancinante, un eccesso di rapporti sessuali  e la mancata revisione annuale delle plastiche per mancanza di soldi  (il  tagliando lo definiva  João) lo paralizzarono su una sedia a rotelle. Mamma se ne era andata e mia sorella, persa perché  videomaker, non voleva più vederlo perché dal vivo non poteva photshopparlo.

Toccava a me portarlo a prendere aria nel  parco pubblico, per evitare che la pelle di alcantara e moquette suppurasse, per evitare che il sottomento si sfrangiasse ancora di più in un vero liquame. Portarlo fuori per potergli oliare le piaghe con una mistura di brodo, arnica, borotalco e olio da frittura, come consigliato da Joao, prima della sua fuga all’estero. Portarlo fuori per evitare di sentire il suo continuo lamento su cui si era bloccato il suo cervello embolato:

“ Pompooo!”

E così, ai bordi del laghetto artificiale, spazio di natura al centro dell’Outlet del nostro quartiere  radiante  alla periferia della periferia di qualcosa, sotto al viadotto mutilato e mai finito che si affacciava nel vuoto, tra cani, pali con brandelli di reti, scampoli di lavatrici, fossili di motori e manubri, marciapiedi mangiati dalla strada, proprio lì, il nostro mondo babbo, lo avvicinavo all’acqua e ai liquami e lo invitavo a guardare l’orizzonte dopo avergli gonfiato le guance e il collo con una pompa da canotto per farlo stare dritto:

“ Papà guarda l’orizzonte. Li vedi i cigni bianchi del  lago? Guarda come scivolano sinuosi sull’acqua, guarda che grazia infinta! E’ il miracolo della natura!”

“Pompoooo”

Stava scendendo la sera piena di ombre e rantoli e venti radioattivi e luci al neon con relative pozzanghere. Il tempo dei lupi e dei ladri, ma i lupi non c’erano più . Bisognava riportare il coso, lui, l’uomo nuovo, a casa e in fretta perché l’umidità della sera lo faceva lievitare come una pagnotta viva.

Mentre risalivo la rampa che dal lago va alle villette a schiera, riuscii a vedere il frenetico lavorio di due addetti in divisa dell’Outlet. Per evitare che il vanto dei Granai sparisse nella notte, per evitare che qualcuno li portasse a casa come dono  o come oggetto sessuale da abusare o come tacchino da sgranocchiare o come prezioso da esporre nella vetrinetta tra il pierrot di ceramica e la gondola di plastica, dopo averli catturati con una arpione e trascinati a  riva, tutti i cigni, venivano accuratamente sgonfiati. Un lungo lavorio di apertura dei tappi,  gestione degli sfiati, spremitura delle parti per ridurle a lenzuoli grinzosi e senza vita da gonfiare di nuovo il giorno dopo.

Ma nonostante l’attenzione e la cura degli addetti, qualche pupazzo, mentre si sgonfiava, faceva ancora in tempo a scappare, zigzagando in aria come un insetto impazzito:  ora a  destra e ora  a sinistra, ora in alto e ora  in basso.

Per sfracellarsi poi, come un sacco vuoto, altrove, molto lontano, proprio laggiù.

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2 pensieri su “Crepuscolo di plastiche sul lago dei cigni

  1. E così, ai bordi del laghetto artificiale, spazio di natura al centro dell’Outlet del nostro quartiere radiante alla periferia della periferia di qualcosa, sotto al viadotto mutilato e mai finito che si affacciava nel vuoto, tra cani, pali con brandelli di reti, scampoli di lavatrici, fossili di motori e manubri, marciapiedi mangiati dalla strada, proprio lì, il nostro mondo babbo, lo avvicinavo all’acqua e ai liquami e lo invitavo a guardare l’orizzonte dopo avergli gonfiato le guance e il collo con una pompa da canotto per farlo stare dritto: “ Papà guarda l’orizzonte. Li vedi i cigni bianchi del lago? Guarda come scivolano sinuosi sull’acqua, guarda che grazia infinta! E’ il miracolo della natura!”

  2. ahahah! divertentissimo e ben scritto, proprio bello…. l’ambientazione mi ha ricordato un po’ Rumore Bianco, con la gente sui cavalcavia a rimirare i tramonti resi assurdi dall’inquinamento atmosferico, forse proprio dalla radioattività

    questa parte, però, è troppo autobiografica, potevi sforrzarti di più: “mio padre era lo sfascio, un crogiolo di trippe, un incrocio casuale di elementi gastro cardio psico purulenti, uno sfiato continuo” 😉

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