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Le giovani e sempre verdi.

Tra tutte spicca Carolina C, la cui opacità tentacolare cattura rianimati registi ottantenni in over viagra che, rimirando in lei scenari sodomitici di gioventù e capinere mai del tutto dimenticate e chiamate ancora nei sogni Mamma, in posa plastica da poeti e da Pallotta, a gennaio con panama e pantaloni di lino con imbarazzanti maculature, tra na bistecchina, un quartino e na scaglia de formaggino bono, con voce tremante e pisello bizzoso, sussurrano loro:
Ti trovo una meraviglia! Molto meglio dell’ultima volta che ci siamo incontrati” (mai vista prima)
Loro li assecondano con il vitreo occhione da teletubbies sperando in ruoli storici e n’portanti na cifra, che valorizzino la loro comicità e al tempo stesso la loro.
Rivoluzioni, dame, tanto settecento che non guasta; o eroine brigatiste tormentate e con tate. Che poi segue il dibattito “su quegli anni” da riconsiderare sempre sotto “una nuova luce” e ampie riflessioni sulla tanta preparazione per quel ruolo. Ovvero dimagrire.
Cascate di profumi e costumi, er grande cinema de na vorta, con Visconti che pure le teiere controllava e il prezzemolino Pasolini che chissà che direbbe oggi.
Chissà.
Per lei ci sarà finalmente un ruolo dopo la gavetta della palestra dei cento corti girati con registi sempre “emergenti” ma mai emersi e dopo la palestra del documentario e dopo la palestra quella vera.
Per approdare finalmente, in un sussulto salvifico di botox, ad autisti sulle macchine degli sponsor, tanto tappeto rosso e conferenza stampa. Sorridete!
Le giovani attrici eccitano i catarrosi, cisposi, incontinenti e vegliardi “maestri”, con un contagioso entusiasmo pensabile solo in un’ebete assoluta e quindi forse ….
Almeno così credono, ingenue cataratte, al terzo quartino, abbindolati dalla voce flautata delle giovani, dal loro disarmato sorriso.
Il tutto insaporito da sfibrante allegria e la sincerità della gioia contagiosa, come la lebbra.

Le tricologiche.

Basando la loro recitazione sugli ondeggiamenti di ombrosi mustacchi, le tricologiche rivelano il meglio di sé nei totali dove si confondono con la vegetazione. La meravigliosa Maia S. può così esplicitare la sua potenza mammaria allontanando da sé lo spettro inquietante dell’ispido pelo, non inquadrato o stemperato dietro calcestruzzi di fondo tinta e luci soffuse all’insegna dell’ovattata e nebbiosa pianura:
Inquadramela de lungo”.
Il loro merito maggiore è inquietare registi sessantenni prostatici , verbosi ma inspiegabilmente ancora arzilli nonostante anni di militanza extraparlamentare e di psicoanalisi. Memori di madri e nonne baffute che, nel sollevarli da infanti, li baciavano poi con scorticanti cespugli pungenti, lasciandoli per sempre nel limbo di un ricordo sempre vivo e ravvivato da anni di carissimo lettino.Sinestesia persino.

Facendo leva su questo flusso di coscienza moquettato sempre riemerso, le tricologiche si aggiudicano i provini anche per parti improbabili, bibliotecarie monacali, cucinatrici di brodini e tisane per sedare rivoluzionari mica no, con frasi asfittiche, quasi asmatiche del tipo “ Sento in me l’amore della passione che brucia” in film dal titolo esatto
Amore che strugge via nella casa sul lago del tempo
E tanto non detto, ma proprio tanto.

Le alouatta.

L’astro maggiore di questa tribù e senz’altro Laura M. E’ spesso madre con figli rasta cannaroli e sciamannati ma tanto n’telligenti e ricopre, da sinistra con coscienza e anche pure storica e sempre critica, ruoli eclettici da castratrice di mariti assenti (e chi ci torna a casa con una così!) o anche simboliche parti da attrice preficale, di lutto reale o potenziale, con “tante “sfumature. E poi, con il tempo e l’esperienza, è approdata infine al ruolo che la valorizza di più: la gran cornuta urlante. In scena se ha desideri urla, se ha gioie e dolori urla, se ha, urla. Se ha corna da copione, urla di più.

Questo “stile fibrillante” come lo spasmo di un epilettico, la rende assolutamente prescindibile nelle sue apparizioni nevrotiche e molto francesi. Molto assai.
Un destino più felice l’avrebbe vista sui banchi dei mercati rionali ad istigare al consumo“ Accattatevillo, tutto a n’euro” invece, una crudele parabola borghese, la vede oggi protagonista in sonnacchiose premiazioni museali e festivaliere, tra champagnini, tartine muffe, piramidali tramezzini, sfizi e frizzi, a sedare il suo urlo munchiano, represso in una voce soffusa, in un discorso in cui sia accavallano noiosissimi consigli di lettura intervallati da esangui retoriche “Particolarissimo! Leggilo e fammi sapere che ne pensi, sono curiosa del tuo giudizio”.

Dice rivolta ad un primate analfabeta e obeso forse pluriomicida ma sicuramente produttore.

Libera solo sul set di scatenare il suo urlo e solo per il “suo” regista che replica:

Bonaaa a primaaaa!

Le zombie o il ritorno delle morte morenti.

La categoria più ampia delle attrici italiane per precise motivazioni generazionali, gli anni settanta vissuti con impegno di da e per sinistra e gli anni ottanta, vissuti dal divano della festa, con tristezza e fragilità che, diciamolo, garantivano la pedana della gatta morta e quindi corteggiamenti di sfiancati paninari penitenti in cerca di novità e non delle solite. O invece, in epoca di piombo, i corteggiamenti di capi popolo baffuti e pidocchiosi e sermoneggianti, ma tanto tribali.
In un ruzzolamento erotico emotivo affine alla necrofilia “ Tu non sei come le altre
La più recente rappresentante del gruppo è l’esangue crisantemo Alba di nome e tramonto di fatto. E il cognome? Famosa recitatrice di sfiati e sempre asfittica e scavata nella ricerca di un’identità ma proprio tanto sfuggente. Forse perché sedata farmacologicamente. Il metodo Blister.
Si potrebbe con uno sforzo auricolare capire la sibilla, capire cosa dica mentre recita, ma sicuramente meglio godere intuitivamente del biascichio che, per chi non lo sapesse, è sinonimo di dolore interiore e assai profondità. Un abisso di profondità, pure di sofferenza e anche per noi.
Grazie.

Le abusatrici.

La matrigna Valeria G, ogni volta che entra in scena è lecito chiedersi se da piccola toccava lo zio più che essere toccata. La risposta evidente è sì perché lei, conturbatrice di zii semplici e quindi poi suicidi, sempre incastonata in contorni scenografici idilliaci e magici meglio se a sud, oggi del sud incarna una certa istintualità da cinghialessa, donna contornata di cavernicoli in ruspanti greppie e stalle, ma tanto sincera e con “quel pizzico di follia” in più, amore e bellezza “incontaminata”.
Anche adesso che è sofisticata.
Risulta falsata in ogni ruolo che recita non per mancanza di impegno ma per mancanza.
Possibile rilancio e premi in trame da infermiera sentimentale ma border all’ospedale San Camillo, ma in riva al mare, tra primari erotomani, pazienti abbandonati, bimbi ma buoni, migranti e flebo.
Immaginabile sempre in una campagna pubblicitaria per un impegno gravoso, leucemie e febbri pestilenziali e relativa raccolta fondi, mentre scavicchia al buffet di presentazione dentature non ancora cedevoli con stuzzicadenti uncinati e sussurra al suo amato, ormai bolso di prosecchi e teenager:
Amò stasera famolo strano!”

Le ostesse.

Pettorute e sanissime pianificatrici di amplessi, con una fitta agenda di tuberi centenari da sedare in pochi minuti, disprezzate dal Cinema, si riciclano in epifanie memorabili affiancate da Teste di Cocco. Manuela è sicuramente la nave scuola, idrovora di cippe anziane, ne porta le conseguenze su un volto cristallizzato, in una posa a buco. Di culo dicono i maligni ma sarebbe più giusto dire di innata generosità.
Da vere manager di se stesse trattano i clienti con sufficienza “ Tesoro, gioia , presidente” mentre controllano il tariffario dal loro attico dei Parioli, ripensando all’amico di famiglia che le toccava in: latteria, stalla, macelleria, sacrestia, gita nei boschi, auto, cinema,cantina.
A fine carriera aprono un caseificio biologico con clienti proprio del mondo del cinema, mai del tutto dimenticato e sempre rimpianto, ci mancherebbe.
Perché tanta è la mestizia agricola e perché tanto è il volemose bene.

E allora volemoselo!

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7 pensieri su “Le grandi attrici italiane di cinema. Un’utile tassonomia

  1. Lucia Sardo, che ha avuto i più grandi maestri della ricerca mondiale.., che ha data al mondo il personaggio di Felicia Impastato nel film i cento passi, che non ha mai avuto un premio, che lavora pochissimo , che spazio ha in questo circolo di grandi attrici? che possibilità ha nell’altro circolo di grandi registi?

  2. E’ molto interessante ma incompleta aggiungerei la tassonomia dei registi e dei produttori… non per malafede ma rischia di essere l’ennesima azione contro le donne mentre bisogna sottolineare che chi gestisce il traffico è generalmente maschietto

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