La morte della caldaia

“ La senti la macchina, ha tre anni di vita ancora” E noi sopra la grata a guardare nel nero inchiostro dell’abisso, giù, la profondità cavernosa, percorsa dallo sbuffo e  gorgheggio e spurgo della caldaia condominiale. Morente.

Prima, subito prima, vengo attirato da un crocicchio di complottardi, assiepati nell’ombra della sera accanto alla guardiola. La zona degli assalti dei borseggiatori più lesti, del maniaco del quartiere che si spoglia ma solo davanti alle zie e della Giacardi, appassionata  sbudellatrice di pneumatici perché non vuole motorini parcheggiati nell’area comune che, in quanto tale, è per lei tutta sua.

Amante del whisky, tiene anche una grappa friuli gran riserva nella credenza decò, dono di nozze del compianto fratello poeta e quindi suicida.

Ad insaputa del marito, e quando lui va a deporsi nel letto, lei si insaporisce le gengive con amabili cicchetti e si rilassa assai. Ma mai come quando squarcia le gomme, con pazienza chirurgica.

Per non farsi sentire  biascicano oscure litanie, ingobbiti come cornacchie petulanti,  borbottano come pentole  al mio avvicinarmi. Chi è? Chiede la Giacardi. Che sia contro, contro la mozione in discussione stasera stessa dall’assemblea e quindi contro in genere?

“Lei è?”  “ Sono il figlio di..” “ A gran brava persona…“ mi dice l’altissimo, il funzionario, sibila chi mi sta accanto, di banca. Sistema la cartella in similpelle ricolma di documenti. Solfrizzi Enrico, collezionista  di spadini in argento non ha mai disdegnato il modellissimo ferroviario e le piccole pistole antiche, con cui il 24 maggio del 1986 si ferì gravemente un occhio e disse “ Porca vacca”.

Adesso, l’occhio vitreo nasconde la furia, con calcoli al millesimo, tabulati dei consumi rifatti, gocce d’acqua in più, percentuali in meno e tanto spionaggio.

“Bisogna fare il punto” dice agli altri  “già l’anno scorso lo avevo fatto notare che il problema è quello e non altri, come qualcuno vorrebbe far credere”. Approvo.

“ Facciamoglielo notare una volta per tutte” urla Giacchero Elisa, cultrice di  canarini in gabbia e riuscita, come  suo massimo vanto, a farli riprodurre in cattività, cosa rarissima disse, nella gabbietta con osso di seppia per becchi puntuti, mentre lei li guardava estasiata e cantava  “Pio pio pio”.

Fino alla morte di entrambi, stecchiti come salcicce, il marito e la moglie li chiamava, in una gelata di Marzo improvvisa.

Pio pio.

Fare fuori l’amministratrice, questo è stato scritto nell’ordine del giorno.

“ E lei che ne pensa?” mi chiedono curiosi.

“Io sì “ rispondo, convincendoli tutti del mio totale ebetismo e dell’inutilità di approfondire oltre.

Il più convinto è quello che anni prima l’ha voluta a tutti i costi. Capitani Filippo, ex maresciallo. Come un amante tradito agita l’indice della mano sinistra mentre con la destra manipola uno scatolo grigio, il controllo del volume, scatolo che si unisce alle sue orecchie morte.

” Si è permessa persino di attaccarmi il telefono in faccia” O erano le pile scariche?

E’sordo, Capitani Filippo, nonostante un passato da maresciallo e bim bum bam.

Si dice persino che nell’aprile del 1976 fosse finito sulla cronaca del Messaggero per una denuncia anonima recapitata a chi di dovere con l’accusa infamante di poligamia. Tutta invidia, si difese, dimostrando che erano tutte cugine.

D’altronde che bestemmi da sempre si sa. E non basterebbe già solo questo?

In tre giurano di averlo a casa, l’articolo, conservato per bene. “Non c’è da fidarsi ” Dice la Giacardi, sfiatando afrori di whisky.

Una rapace senza età, Marinoni Roberta, scartabella nella sua borsetta di coccodrillo,  con sbuffi di carte che escono e che sono un grumo di  fazzolettini usati, ma conservati, e grovigli  di rosari e catenine, santini radunati in pila, penne, ciprie, specchietti, dentature e montature di occhiali.

E mentre scruta nella borsetta alla ricerca della prova decisiva,  accanto a lei la figlia testamentaria, cipressona sbilenca che ripete: ”mammà ha detto, mammà ha fatto…”. Più anziana della madre e in procinto di una salvifica tumulazione con accanto la madre affranta. Forse.

Mancano i loro due cani, piccoli vibratori ululanti, feroci  con la rastrelliera di dentini aguzzi del paleolitico, ratti che lei conserva gelosamente in un packaging di cappottini di felpa, con disegno scozzese, mentre li tira a sé, perché non vuole che si sporchino il muso annusando merde, sbiaditi pisci urbani, aiuole erbose e soprattutto altri esseri vivi.

Loro, strangolati da guinzagli cortissimi e ansimanti bave e rantoli, appena possono, appena la Marinoni si distrae un attimo a guardare, partoriscono cacche da capra montana o uccellino, le stesse merde dei canarini,  stitici sassolini da topo malnutrito, come sono i due bau bau. Un miracolo che da questi scheletri esca qualcosa. Ma non ci sono più da un po’, la Marinoni è affranta, solcata da borse tumefatte sotto gli occhi.

Che siano andati?

La madre, vestita in un vortice di vestaglie e accappatoi, con un arcobaleno di tinte in testa dal grigio al rosso all’oro, non si rende conto che sta  in mezzo ad altri. E il suo destino di barbona è sempre rimandato per la forza del suo istinto che la tiene abbarbicata alla vita. L’occhio è vispo e luciferino e le sue competenze matematiche intatte fanno il resto.

“Non torna la quadra” dice.

L’amministratrice sembra si sia fregata i contributi del portiere. Negli anni e con costanza, dal 1996 fino ad oggi. Un bel gruzzolo che la maliarda non avrebbe depositato all’Inps a favore dell’ignaro calabro, scappato anni prima dal paese  di origine per non finire trucidato in porcilaia, reo di avere schioppettato un compare, nella piazza , senza nemmeno colpirlo.

Che gli venga il prurito e spari di nuovo?

Un amico mi saluta calorosamente. Chi è? Chi sei? Alfredo. Mai sentito.

Ho bisogno anche del suo voto in assemblea, ho bisogno che lui mi sostenga , devo aprire un portoncino abusivo su un passo carrabile già di suo abusivo e trasformare un piano interrato, del tutto abusivo, in un primo piano. Non si sa mai quanto possa rivalutarsi, ha detto papà. E allora rivalutiamo. Carissimo Alfredo.

E tutti in fila apriamo le porte di uno scantinato piastrellato di giallo e sporco che affaccia su un’altra stanza illuminata da una fioca lampadina da interrogatorio brigatista. In mezzo alla stanza la sordida matrona pettoruta è già al lavoro e, anche se la vorrebbero licenziare, lei è già lì che se la ride. Ha davanti un registro ed è affiancata da un presidente di riunione e un segretario,  scelti da lei come alfieri  fidati tra i condomini di un’altra fronda. Che si cominci! Ordina.

Esordisce con un “qui ognuno paga quando gli pare” ed è bonaria. Ci perdonerà? Anche i più animosi annuiscono, anche Ernesto Pernasca, che ha il figlio disoccupato che non paga da due anni, nulla. Sia buona, ci venga incontro, sembra dire lui per tutti. Poi però, a freddo, quando lei lo richiama, balza in piedi e urla: lo denunci! Denunci la vergogna mia e della madre che lo amava tanto.

Defunta.

Lo calmano e lo rifanno sedere, sedato anche da una circolazione alternata: il sangue ora c’è, ora non c’è più. Si sistema sulla poltrona e una specie di salvifico embolo lo lascia prima assopito e poi addormentato.

Il sordo maresciallo ha rifatto tutti i conti. E non tornano. La vaporosa maestra, tutto lacche e diademi, tiene testa all’inferocito non facendo semplicemente nulla: non si scompone, non recede e non avanza, non tace ma nemmeno acconsente. Aspetta solo l’errore fatale del poligamo, la bestemmia.

Infatti arriva,  secca, precisa e circostanziata “ Porca Madonna”.

Vampe di vergogna tra le devote e un ronzio, un murmuliare di sottofondo. “Così facendo lei mi passa dalla parte del torto” dice l’amministratrice e tutti approvano e che sia messo a verbale e il segretario scrive e il presidente vidima.

Capitani capisce, si scusa persino, è nuovamente sconfitto.

Si alza  Paoloni Antonio, ed espone la sua ipotesi sull’acqua rubata. In un suo personalissimo studio risulta che l’acqua per innaffiare le aiuole degli spazi comuni è interamente presa da un solo condominio e quindi i consumi come da comma dell’articolato ter e del punto elenco 56 del regolamento, dovrebbero essere ridistribuiti facendo fronte a… Poi si perde in una slavina di eccezioni e nessuno lo segue più. Andate a vedere il punto elenco 56 , intima, ma il punto elenco 56 rimanda al punto 14 quater che però non esiste. E lui, rappresentante di farmaci napoletano, con una figlia ciclopica e odiata perché  già gigante da neonata e pelosissima, “Quanti capelli ha la bambina” e quante barbe, non è assolutamente autorevole.

Che si proceda oltre, dice l’ amministratrice e il segretario scrive e il presidente vidima.

Una giovane canuta vuole che si discuta subito l’infiltrazione che ha distrutto il suo armadio perché lei all’armadio ci teneva e perché era armadio suo e perché come tutti gli armadi faceva da armadio e lei la roba ha dovuto tenerla fuori. E chi se ne fotte, dice uno sottovoce, e mi dà di gomito e io replico già e lui dice eh.

Nessuno ascolta perché la vecchia trentenne ha un tono di voce atono: un fischio petulante, un sibilo, soffio senza picchi e senza fossati. Parole precise ma per raccontare di muffe imperiose, legni frantumati, armadi implosi, reconditi angoli squamosi di casa sua. Chi se ne fotte.

Che si proceda oltre, dice l’ amministratrice e il segretario scrive e il presidente vidima.

Si passi a cose più serie, porca di quella madonna, urla il sordo, che evidentemente ha sentito qualcosa e che viene portato via da una delle sue molte mogli.

L’amministratrice ci riporta alla questione. La caldaia ha tre anni di vita poi, siccome va a gasolio, diventerà fuorilegge. “Seguitemi, vi faccio vedere com’è ridotta, c’è addirittura una crepa”  E in fila ci muoviamo verso i locali  a molti ignoti, dove grugnisce la caldaia morente. Altri spazi, altri rumori , altri cunicoli.

Si spengono le luci della sala piastrellaa, l’ultimo che esce non chiude la porta perché non c’è più.

In fondo, nel buio più nero, spuntano le suole di due mocassini lucidati di fresco e poi, guardando bene, un pantalone ben stirato su gambe rinsecchite e poi una camicia inamidata con un colletto liso e persino una cravatta e una giacca, vestiti importanti per una cosa importante, la riunione.

Qualcuno è rimasto seduto nel buio, sprofondato nella poltrona, dimenticato lì.

E’ il dottor Pernasca che  sogna di andare con il figlio a pagare quello che si deve. Solo così la signora amministratrice sarà di nuovo contenta.

Fare le cose per bene e poi, con i soldi che restano, andare con lui al mare, abbarbicato in moto dietro al figlio, a mangiare insieme il pesce e impastare la bocca di vino bianco e ridere in due, in moto,come se fosse ancora giovane sulla moto che gli ha comprato lui per farsi almeno una volta portare in giro.Ma non è successo mai.

Appoggiare la testa sulle spalle del figlio e sentire la velocità,  fare sventolare la cravatta al vento  e lasciare andare dietro di sé i mocassini a rotolare in strada, abbandonati,  e sbottonare la camicia, che  il figlio guida veloce ma è sempre sicuro anche quando la polvere riempie i polmoni e l’afa offusca gli occhi, incendiandoli, in una giornata di sole, in due, verso la spiaggia.

 

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