Shame: la natura demente e il prontuario del perfetto peccatuccio

Prodotto culturale sintomatico e quindi importante come tutti i sintomi. Il film comincia subito con il tono enfatico della fanfara lounge: una musica adatta a creare il clima in cui calare il grande tema : la crisi del maschio contemporaneo.Un contesto dove lui, il peccatore senza più l’amore, chiama la puttana.

Lei conta i soldi (erezione e design mal si conciliano che almeno paghi il dovuto !) e sbadigliando lo segue nella stanzetta del peccato. Spogliati lentamente dice lui, lei esegue stiracchiandosi. Tutto qui? Tocco femminile?

Si intuiscono cose inenarrabili talmente inenarrabili che non ci sono proprio. Peccato senza far vedere i peccatori, come si addice al cinema raffinato che fa riflettere.

Poi consumata la cosa, con scarsa partecipazione soprattutto di lui, inappagabile onanista e gay evidentissimo, lui stesso si lava sì ( e ci mancherebbe!) ma non disdegna un richiamino proprio sotto la doccia.

Che malato! Ma stavolta fa tutto da solo, con molto impegno sembrerebbe e c’è da capirlo dopo tutti i soldi spesi per nulla.

Come in tutti i safari per ricchi è tutto finto: i leoni sono da subito sdentati!
La toccata in doccia è sofferta assai e lo si vede da una gestualità da boscaiolo intuita (piange pure?) dietro gocce che cadono, ricordando sudore e lacrime ( ma invece è acqua) in un ambiente familiare, la doccia appunto, in un’intimità femminea, il cesso. Meglio se di design. E lo è. Mancano solo i trucchi.

Che le donne non pensino però fin da ora che lui, il maschio protagonista, in crisi sì ma redimibile, non abbia la giusta prestanza!
Per fugare l’equivoco e per allontanare dicerie tutte femminili e tutte nobili, (non si farà tutte sté cose perché non gli si alza?) ecco un memorabile profilo di nerchia adulta in chiaro e oscuro, pochissimo l’oscuro.
Profilo che fa avvampare i cuori delle maestre in platea mentre i gastritici mariti, già russanti, guardano altrove nei loro sogni.
In aggiunta, e come ulteriore onda di palpiti, un bel paio di chiappe tornite di quelle che piacciono cross-over ma soprattutto alle donne nelle sere dell’addio al nubilato.

Culo maschile quindi come colonna portante di quel campo di marketing esperienziale che va dalla visita al sexy shop con il marito, per rinverdire lo spasmo erettile, alla ben più impegnativa gita ai Castelli per scambismi aerobici e acrobatici.

Subito dopo il bel protagonista, che ora e menomale sappiamo ben messo, lo appoggerà pure alla bella in metrò. Un’avventura estemporanea con lo sconosciuto in un luogo pubblico: c’è uno stereotipo migliore per riscaldare i cuori delle mamme devote e avvampate?
Insomma lui ci prova , si impegna tanto, e la seduzione sui mezzi di trasporto, fatta prima di sguardi e poi di spinte mica tanto innocenti, con tanto di lei al palo, finisce, anche quella, in un nulla di fatto.
Nemmeno uno schiaffo. Qui siamo alienati metropolitani mica ruspanti di campagna!
Suona il telefono a vuoto, sarà la sorellina?
Mette un disco su un vecchio giradischi, mangia cibo spazzatura e va sui siti sporcaccioni.

Tanta solitudine!

Anche in ufficio è tutto un tetragiga di porno. Ma come non giustificarlo? Con tutto quel tempo libero qualcosa dovrà pur fare.
Non si ferma nemmeno quando sente che una sconosciuta gli lascia un messaggio: ha un tumore, la tapina, in realtà la perfida sorella sanissima, ma lui è senza umanità e continua, assorto, il rimestare.
Rimorchia poi la bionda che piace al suo capo gaudente e la rimorchia standosene asettico e aggrappato al bancone del bar, solo qualche sguardo lancinante, mica i rantoli di quel cialtrone sudaticcio e ubriaco! Compostezza da manichino che tanto piace alle nonne!
Lo stesso capoufficio però gli tromba poco dopo la sorella, tignoso e voglioso, e lo fa nel suo letto, proprio di lui, l’igienista che perde giornate a lindare alla fonte le lenzuola adesso stropicciate da parenti serpenti e da capi tanto sposati e truffatori di sentimenti.

Con grande gioia sua, della sorella, e sua , del capoufficio.

Certo la ragazza è tanto problematica, canta persino Frank con alienante lentezza e struggente dolore in un ambiente tutto luci soffuse, da ultimo spettacolo, che il packaging scenografico vuole luogo di artisti, melanconici fallimenti, derive, sbronze e rimembranze noir. Ed è già suicidio. Quanti tagli signora mia, tutti sul polso, “avevo molto tempo libero.”
Versione patologica del punto croce.

Finirà nelle grinfie del cinico la povera e ingenua e suicidabile sorella? Sì. Avevate dubbi?
E siamo solo al primo tempo. Ma basta e avanza perchè la sofferenza come accettazione dei mali ma senza l’invasione della causalità non c’è mai stata e non ci sarà.

Anzi il film è tutta una rincorsa di cause. Le grandi maratone onaniste, tenere pulsioni automatiche dell’uomo bestia, ci vengono annacquate e spiegate con un passato forse peccaminoso a cui si allude con “raffinata” censura (che sia incesto?). La sofferenza è sempre motivata e quindi urbana, castrata, giustificabile e tanto contemporanea perché inserita in un percorso di crisi, categoria che è la base della cultura del piagnisteo e del suo infantilismo.

Un personaggio indifeso e in crisi, ma mai minato e minacciato davvero dai pericoli indifferenti a lui , i soli davvero terribili perché animati dal caso. Un personaggio paradossalmente sempre consolato nel suo mondo di pericoli personali, con precise tassonomie e precise deviazioni “patologiche” dovute ad un ossessivo ripiegamento sul sé.
E’ proprio il concetto di crisi a non esistere in realtà se non all’interno di questo contesto perturbato da cose note: sorelline tentatrici, cinismo e alienazione, noia e disperazione a comando e a chili.
Un film igienizzato in un vero e proprio packaging di consumo “raffinato” del dolore, strutturato sulle enfasi midcult dei grandi della musica classica e sulle luci e gli ambienti lounge in cui rilassare tutte le erezioni indefesse e alienare quelle future. Con un protagonista che è pronto alla redenzione o alla completa alienazione ma secondo le regole.
Quindi sempre frignando, sempre con l’infantilismo della crisi interiore, caposaldo consumista della proteiforme cultura della redenzione o della perdizione, concessa solo se è redenzione mancata. Con la sua economia di analisti, redentori, confessori, solutori, meglio se sanitari.
Il maschio è in crisi, la società è alienante, siamo nati per soffrire.
E proprio questa ossessione per l’interiorità, quella di un narciso spanato e senza presa, è il segno evidente della rinuncia: le sensazioni che si provano nel film sono sempre scelleratamente inquadrate dall’alto di ciò che pensiamo.
E se proprio noi spettatori non pensiamo, ci pensa il film a spiegarci tutto, a farci abboccare con un gustoso boccone peccaminoso ma senza mai alcun vero peccato.
Spiegare un mancato sviluppo. Quando invece lo sviluppo, almeno quello del cazzo e dei suoi automatismi, o quello della originale follia masturbatoria, ci sarebbero stati eccome nel film.
Non quindi la natura demente, intesa come un vero miracolo negativo, come prova suprema di saggezza, da assecondare perché in fondo non fa male a nessuno essere un pornomane oggi, ma la natura demente come devianza ortopedica, da raddrizzare, ingessare e spiegare in un melanconico piagnisteo.
Il prestigio dell’inferno, l’idillio meccanico e mostruoso e anche noioso di un marchese de Sade, diventa qui il languore di un petulante fratacchione che, tra una toccata e l’altra, riflette e ci invita a riflettere su quanto sia incardinato in una cultura della terapia.
Al di fuori di questa ideologia, il suo personaggio si scioglierebbe come neve al sole, come sabbia al vento. Perché è inesistente.
Non una visione davvero esterna  quindi, non un azzardo artistico ma un prontuario medicale del perfetto peccatuccio.  Tanto più attraente perché in fondo controllabile. C’è persino la retorica dell’orgia “come si deve” e cioè  con la mora e con la bionda, una fantasia da oratorio ormai.

Invece di arrendere gli ebetismi filosofici che spiegano i comportamenti all’evidenza della fisiologia, invece di raccontare i propri veleni ciechi, ecco che scattano le manette della devianza e della crisi in chiave piagnona.
Per essere sofisticati poi non ci si appiglia più alle ermeneutiche annacquate e ingenue ma ancora tanto narrative dello psicologismo. Ma solo perché il pubblico è ormai “sofisticato” e conosce cosa sia davvero passato di moda.

Meglio piangere senza provare ad immergersi fino in fondo in questa suprema libertà, davvero vertiginosa, della bestia e del suo ebetismo.
Ecco allora un popolo di spettatori colti e sermoneggianti, pronti persino ad un dibattito dove spiegare le cose che si sanno già.
Pronti a tenersi solo gli spigoli concessi, a godere di un evidente elitarismo, il cinema “ben fatto”, a compiacersi per un analfabetismo affettivo, il piagnisteo, che non concede spazio alle parole amore, corpo, godimento, dolore.

Vergogna certamente, ma solo con i giusti e anemici rossori.

Annunci

I fuochi in agosto

I fuochi d’artificio illuminavano a sprazzi la profondità dello spazio, tu mi hai guardato tra un boato e l’altro e sotto di noi la nostra erba, tana dei grilli, si piegava per accoglierci.
“ Stai comoda?” ma non importava davvero neppure a te.
Forse pensavi alle cavallette striate di giallo e ai grilli quando li catturavo nei pomeriggi di noia, per te. Urlare ridere e scappare e in pugno le bestie catturate ma senza stritolarle.

“ No, non me le tirare nei capelli ” Mi pregavi.
Prima che venisse l’autunno e che le femmine depositassero le uova c’ero io tra le zolle con un rapido acchiappo. Ci piaceva guardarle, ricordi, saltare per qualche minuto in una bottiglia, un mondo intero e portatile, puntellato di occhi neri che ricostruivano ciascuno la sua parte di universo, fuori dove c’era il prato di prima e dove le antenne, ora disarmate, difendevano da predatori che non ero io.
Una lama di sole illuminava nel vetro le più grosse, i loro particolari preistorici, le loro corazze accese di sfumature grigie e il verde appassito dalla prigione.
“Liberale”. Solo per questo stavi al gioco, perché ne conoscevi la fine, la fuga di tutte loro di nuovo a saltare.
E ridevi ad ogni passo in avanti nel prato per arrivare al profilo di ombre che perimetrava il bosco, dove la frescura diventa nera. Già pensavi al dopo, alle mie mani curiose, e mi seguivi fino agli alberi.

I lampi nella luce compatta delle nubi grigie e, sotto gli alberi, le gocce ritmate che si moltiplicavano e ci chiedevano un rifugio più affondato, proprio in mezzo alla rete di rami, da aprire per farci posto e pace.
“ Dove vai? “ “Segui me.”
Superate le felci, un altro prato. Solo per noi.
“ Quali sono le cose che ti piacciono davvero?”.
La notte di ferragosto, pensai, così importante per noi, più di altre volte, le prime, di me e te sulla collina dell’erba.
Quella notte infatti le voci non arrivavano fino al nostro luogo, segreto. Rimanevano non troppo lontane da noi, tanto che se ne poteva sentire un sibilo, ma ignare, le voci degli altri, radunati in gruppi oscuri.
“ Mettiti i miei occhiali colorati, ti sembrerà tutto più bello “
E quando li hai indossati li hai tenuti un po’ e poi me li hai ridati.
“ I sogni però sono una cosa diversa”. E lo pensavi davvero. Altri  corpi distesi su altri prati si godevano la festa perché era di tutti, come ogni anno. Voci che rincorrevano voci, suoni di chitarre e cocci che brindavano e cascavano.
Noi due però avevamo scelto bene dove respirare il buio. La luce pirotecnica ci nascondeva e ci faceva vedere la gola in fondo al monte e prima dello  spazio profondo, gli steli rigidi del campo di pannocchie che ballavano, attraversati dal vento del frastuono come se fossero anche loro, un pubblico messo a guadare. La luce si spegneva tra una cascata di fuoco e l’altra e, solo allora, riemergeva come un disegno pastello nel buio o come un cadavere dal lago, la casa della donna che scendeva di rado in paese e che quando appariva era parlata da tutti. Protetta dietro alle pannocchie dal buio e dalle paure degli altri che proprio per questo la lasciavano sempre sola.
“ E’ morta da viva e ha gli occhi scavati come i fossi” dicevano.
Mentre nella valle scoppiava il  verde delle  piogge del mese e  bastava a coprire anche le acque che ristagnano nelle gore e ad innervare la terra piena di cose vive o spolpate e morte da tempo.
“ Se avessi tanti soldi li spenderei tutti per te” mi avevi detto una volta.
Poi hai deciso tu che la mia spalla era il tuo porto notturno e da sola hai avuto il coraggio di arenarci il capo. Io non ho fatto nulla, perché non lo sapevo fare.
“Ho deciso che oggi sarà il nostro compleanno, quello di noi due insieme, quello da festeggiare sempre anche l’anno prossimo e per tutti i nostri anni futuri. ”
E mentre lo dicevi ho sentito il profumo acuto del tuo balsamo alle mele, lo stesso che usava tua madre per imitare te e sentirsi  tua amica.

L’anno prossimo avrai lo stesso profumo. Questo me lo devi promettere.

Un suono in fondo ad ogni botto, in fondo al torrente, in fondo al campanile di pietra della chiesa appollaiata sul dosso, nata per  custodire tutta intera la valle e vegliare sui morti di un cimitero antico. Lumini, murate di pietra, fantasmi sfiancati dal freddo e risorti solo ad agosto, apparsi improvvisi sulle strade e dietro le curve, pronti a bussare di notte o a fare sparire le cose di giorno. “C’è qualcuno in casa?”
C’eravamo io e te nelle ore delle merende, preparate dai grandi per tenerci con loro, come se ci fossimo fermati ad essere bambini. Ogni volta invece cercavamo una scusa per rifugiarci a giocare al sesso. Era stata proprio quella l’estate del bacio, eterno, ripetuto, nato per dilatare il tempo e abitare lo spazio.
“Tienimi”
Il tuo respiro raccolto negli angoli di questa stanza di spifferi o sul prato. La valle che ci guardava muta e il nostro luogo che si è consumato fino all’invisibile, almeno un giorno all’anno, per il bagliori dei fuochi. La luna diroccata dietro quei lampi, la tua voce vicina e sussurrata.

Era quella l’estate delle bici usate per scalare le salite impossibili e rifugiarci in alto dove era più duro seguirci per la lentezza e la rinuncia degli  adulti; era quella l’estate dei sassi del torrente saltati a balzi per andare dall’altra parte, la parte abbandonata e il territorio privato della donna sola; per  rischiare e lasciare una data incisa nella corteccia, 25 08 1989.
Scolpita ad aspettarci per tutto l’inverno, sommersa di neve come una pausa nel tempo, in un posto ovattato nato per cedere il mondo alla voce dei gufi e rimasto ad  aspettare che il ghiaccio si sciogliesse, liberando di nuovo l’erba e liberando anche lei. La donna che muore da viva, pronta a volare tra i rami, i suoi unici amanti.

Ora, di notte, i nostri fuochi nel cielo e la tua voce sussurrata e vicina che mi dice: ascolta, lo senti anche tu?