I fuochi d’artificio illuminavano a sprazzi la profondità dello spazio, tu mi hai guardato tra un boato e l’altro e sotto di noi la nostra erba, tana dei grilli, si piegava per accoglierci.
“ Stai comoda?” ma non importava davvero neppure a te.
Forse pensavi alle cavallette striate di giallo e ai grilli quando li catturavo nei pomeriggi di noia, per te. Urlare ridere e scappare e in pugno le bestie catturate ma senza stritolarle.

“ No, non me le tirare nei capelli ” Mi pregavi.
Prima che venisse l’autunno e che le femmine depositassero le uova c’ero io tra le zolle con un rapido acchiappo. Ci piaceva guardarle, ricordi, saltare per qualche minuto in una bottiglia, un mondo intero e portatile, puntellato di occhi neri che ricostruivano ciascuno la sua parte di universo, fuori dove c’era il prato di prima e dove le antenne, ora disarmate, difendevano da predatori che non ero io.
Una lama di sole illuminava nel vetro le più grosse, i loro particolari preistorici, le loro corazze accese di sfumature grigie e il verde appassito dalla prigione.
“Liberale”. Solo per questo stavi al gioco, perché ne conoscevi la fine, la fuga di tutte loro di nuovo a saltare.
E ridevi ad ogni passo in avanti nel prato per arrivare al profilo di ombre che perimetrava il bosco, dove la frescura diventa nera. Già pensavi al dopo, alle mie mani curiose, e mi seguivi fino agli alberi.

I lampi nella luce compatta delle nubi grigie e, sotto gli alberi, le gocce ritmate che si moltiplicavano e ci chiedevano un rifugio più affondato, proprio in mezzo alla rete di rami, da aprire per farci posto e pace.
“ Dove vai? “ “Segui me.”
Superate le felci, un altro prato. Solo per noi.
“ Quali sono le cose che ti piacciono davvero?”.
La notte di ferragosto, pensai, così importante per noi, più di altre volte, le prime, di me e te sulla collina dell’erba.
Quella notte infatti le voci non arrivavano fino al nostro luogo, segreto. Rimanevano non troppo lontane da noi, tanto che se ne poteva sentire un sibilo, ma ignare, le voci degli altri, radunati in gruppi oscuri.
“ Mettiti i miei occhiali colorati, ti sembrerà tutto più bello “
E quando li hai indossati li hai tenuti un po’ e poi me li hai ridati.
“ I sogni però sono una cosa diversa”. E lo pensavi davvero. Altri  corpi distesi su altri prati si godevano la festa perché era di tutti, come ogni anno. Voci che rincorrevano voci, suoni di chitarre e cocci che brindavano e cascavano.
Noi due però avevamo scelto bene dove respirare il buio. La luce pirotecnica ci nascondeva e ci faceva vedere la gola in fondo al monte e prima dello  spazio profondo, gli steli rigidi del campo di pannocchie che ballavano, attraversati dal vento del frastuono come se fossero anche loro, un pubblico messo a guadare. La luce si spegneva tra una cascata di fuoco e l’altra e, solo allora, riemergeva come un disegno pastello nel buio o come un cadavere dal lago, la casa della donna che scendeva di rado in paese e che quando appariva era parlata da tutti. Protetta dietro alle pannocchie dal buio e dalle paure degli altri che proprio per questo la lasciavano sempre sola.
“ E’ morta da viva e ha gli occhi scavati come i fossi” dicevano.
Mentre nella valle scoppiava il  verde delle  piogge del mese e  bastava a coprire anche le acque che ristagnano nelle gore e ad innervare la terra piena di cose vive o spolpate e morte da tempo.
“ Se avessi tanti soldi li spenderei tutti per te” mi avevi detto una volta.
Poi hai deciso tu che la mia spalla era il tuo porto notturno e da sola hai avuto il coraggio di arenarci il capo. Io non ho fatto nulla, perché non lo sapevo fare.
“Ho deciso che oggi sarà il nostro compleanno, quello di noi due insieme, quello da festeggiare sempre anche l’anno prossimo e per tutti i nostri anni futuri. ”
E mentre lo dicevi ho sentito il profumo acuto del tuo balsamo alle mele, lo stesso che usava tua madre per imitare te e sentirsi  tua amica.

L’anno prossimo avrai lo stesso profumo. Questo me lo devi promettere.

Un suono in fondo ad ogni botto, in fondo al torrente, in fondo al campanile di pietra della chiesa appollaiata sul dosso, nata per  custodire tutta intera la valle e vegliare sui morti di un cimitero antico. Lumini, murate di pietra, fantasmi sfiancati dal freddo e risorti solo ad agosto, apparsi improvvisi sulle strade e dietro le curve, pronti a bussare di notte o a fare sparire le cose di giorno. “C’è qualcuno in casa?”
C’eravamo io e te nelle ore delle merende, preparate dai grandi per tenerci con loro, come se ci fossimo fermati ad essere bambini. Ogni volta invece cercavamo una scusa per rifugiarci a giocare al sesso. Era stata proprio quella l’estate del bacio, eterno, ripetuto, nato per dilatare il tempo e abitare lo spazio.
“Tienimi”
Il tuo respiro raccolto negli angoli di questa stanza di spifferi o sul prato. La valle che ci guardava muta e il nostro luogo che si è consumato fino all’invisibile, almeno un giorno all’anno, per il bagliori dei fuochi. La luna diroccata dietro quei lampi, la tua voce vicina e sussurrata.

Era quella l’estate delle bici usate per scalare le salite impossibili e rifugiarci in alto dove era più duro seguirci per la lentezza e la rinuncia degli  adulti; era quella l’estate dei sassi del torrente saltati a balzi per andare dall’altra parte, la parte abbandonata e il territorio privato della donna sola; per  rischiare e lasciare una data incisa nella corteccia, 25 08 1989.
Scolpita ad aspettarci per tutto l’inverno, sommersa di neve come una pausa nel tempo, in un posto ovattato nato per cedere il mondo alla voce dei gufi e rimasto ad  aspettare che il ghiaccio si sciogliesse, liberando di nuovo l’erba e liberando anche lei. La donna che muore da viva, pronta a volare tra i rami, i suoi unici amanti.

Ora, di notte, i nostri fuochi nel cielo e la tua voce sussurrata e vicina che mi dice: ascolta, lo senti anche tu?

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2 pensieri su “I fuochi in agosto

  1. a giubbili’, a cosa der profumo pure l’anno dopo me so’ commossa perchè è na cosa na cifra diffiscile, che pure l’odori cambiano e poi quanno che uno se leva de mezzo nun ce sta più manco quello.

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