Gli unici tormenti che contano  sorgono in noi, nostro malgrado.

Che se cerchi sempre un altrove, alla fine lo trovi vicino e lo senti che ti respira sopra. Proprio accanto.

Non ho potuto ancora dimenticare, madre, tutto quello che avresti voluto da me.

Siamo entrambi svaniti nella  mappa  intasata di  spazi d’incontro solo immaginati, possibili ed evidenti, solo se creduti, ed invece evitati con cura.

Prima che lo spirito, solo lui, fabbricasse la solita assenza, ci sarebbe stato qualcosa tra noi.

Anche se solo dopo abbiamo imparato che gli unici tormenti che contano davvero sorgono da noi, nostro malgrado.

Che anche l’attrito delle frasi sia stato un dialogo muto non me lo spiego ancora, se ruvidi ci piaceva recitare,  lo abbiamo fatto  senza  nemmeno me o te a guardarci e sentirci.

Anemie in festa, orbite vuote, sorrisi come crampi.

Nessuna vera piaga da ricordare,  perché l’intimità, come tempo delle ferite e attesa del loro guarire, non è potuta arrivare.

Anche solo come se fosse  una pazienza amata per sedare un supplemento di ansie.

Ci siamo invece ritirati offesi, piegati dalle parole inascoltate che  erano sempre quelle ancora da dire.

Ti ho voluto male e bene e poi ancora male e poi più bene che mai.

Difficile avere una misura, un’armonia, un perimetro per non  mangiarsi le parole che raccontano di non avere voluto tutto e abbastanza.

Perché gli unici tormenti che contano sorgono da noi, nostro malgrado.

E i luoghi che tu vedevi come miei, erano ben altro per me: un sentire crollato e affaticato, prima mio poi tuo, mai nostro.

Quando l’abbraccio è senza corpi. Eppure ci siamo.

E non c’è motivo di annegare se non per cercare almeno una parola luminosa proprio lì, nel fondale opaco e limaccioso che si lascia nuotare.

Per cercare di non  compatire senza vera pietà  e di rimpiangere senza vera memoria, le parole incomplete, non dette e tenute in mente, a fermentare.

Parole che ci stanno accanto e sorgono in noi e per noi.

Nostro malgrado.

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