Amare gli opposti e farli incontrare: Montaigne e Cioran

Prima parte: Montaigne

Esistono autori che leggendoli viene voglia di far convivere facendoli ritrovare allo stesso incrocio, pur provenendo da sentieri opposti. Autori che risuonano tra di loro anche a distanza di secoli, come se in qualche modo si parlassero nonostante la differenza di contesto storico, di formazione, di classe sociale e di stile, tale da sembrare inconciliabili.

Naturalmente queste assonanze sono forzate da chi legge, ma solo da chi legge senza la sistematicità dovuta alla serietà e disposto in fondo a perdersi nell’inventare un incontro. Questi scrittori allora acquistano per noi un senso intimo, un dialogo impossibile ma che basta a scardinarli da ogni pantheon museale dove sono lasciati morire, quando cioè li riusciamo a leggere per riportarli a noi come segreti consiglieri, al di là della necessità di giustificarli, riassumerli o spiegarli. Ma semplicemente consumandoli per amore.

Montaigne e Cioran sono apparentemente inconciliabili: il primo un nobile inserito in un contesto inquisitorio e di guerra civile, si gode il suo buon ritiro nella tenuta di campagna di famiglia, ritiratosi da una carriera brillante di funzionario pubblico ancora in giovane età per una quasi totale sfiducia nella giustizia e nel suo ruolo. Il secondo, esiliato a Parigi, mangia nella mensa universitaria fino a quarant’anni, quando, una volta scoperto dalle autorità come studente fuori corso, decide di non iscriversi più. Il primo innamorato della quiete di un pensiero pacificato dai classici rimane sempre asistematico. Il secondo è condannato ad un ruminare furibondo e imprigionato in un’anima senza metafisica, l’anima che secondo lui caratterizza tutti gli uomini inchiodati, condannati in un corpo putrescente e destinato, che si arrovellano nella nostalgia di una pace solo intuita.

Eppure entrambi sembrano voler rispondere alla stessa identica domanda, essenziale per chiunque non voglia eluderla o dimenticarla. Come vivere? Ed in entrambi questa domanda non si muta mai in una risposta performativa: come si deve vivere.

In entrambi non si trova cioè un sistema ma si intuisce un metodo simile di ricerca da punti di partenza opposti. Un metodo che è inesausto anche se senza scopo apparente: discutere un oggetto che sfugge continuamente, la vita.

Mancano, in loro, assiomi esistenziali, consolazioni ermeneutiche, verità raggiunte. Mancano teleologie politiche o religiose.

Resta solo un faticoso cercare. Con la rabbia per uno e con la quiete simulata per l’altro.

Entrambi hanno una passione smisurata per la cultura classica e per lo scetticismo delle origini (Pirrone); entrambi hanno un’arte rara da usare ora come ricamo ora come spada: la scrittura; entrambi sono generosi nell’orchestrare questo stile, perché entrambi scrivono per gli altri.

Ma l’apertura agli altri avviene attraverso un monologo interiore ininterrotto, dove, scrivendo, raccontano anche di se stessi, il tutto o con riflessioni sui massimi sistemi o con digressioni apparentemente inspiegabili su argomenti minori.

Questa generosità è prima di tutto una generosità di intenti: sospendere il giudizio quando ci si riesce, dannarsi per scardinare verità consolidate quando si è imprigionati nelle credenze comuni. Per farlo, compito tra i più ardui, l’unico punto su cui fare leva è quello di porsi continuamente nella posizione scomoda dell’incoerenza: fuori dal tempo della contingenza storica, la propria come quella collettiva, minati da un senso di incompletezza come unico approdo e non come limite.

I due ci insegnano che questa ricerca, questa immersione in se stessi, si può fare ricorrendo ad uno spasmo rapsodico fatto di scrittura e studio, una vera e propria convulsione assecondata da una curiosità che saccheggia i testi, le verità, le storie, le filosofie e li restituisce senza un sistema e con il solo scopo di raccontarli o annientarli. Facendoli così rivivere.

Veniamo al primo di loro. Per Montaigne è fondamentale un motto di spirito che deriva dalla cultura classica “Non mi muovo”. La sospensione del giudizio, o epoché, è l’approdo ideale a cui aspirare. Data la meta però, è il percorso ad essere interessante, l’unica cosa che conti davvero. Montaigne si perde volontariamente nel cammino, curioso collezionista di cose viste e incontrate in viaggio, sia esso mentale, nei libri, sia esso reale, nel quotidiano.

I suoi Saggi diventano così una ricognizione soggettiva di se stesso ma parlando di tutt’altro, senza un metodo a rendere coeso un materiale così ricco e pulsante.

Per questo scrive spesso che tutto quello che bisogna fare è “diventare saggi a proprie spese” e cioè “ tenere l’anima ben desta per farle sentire come se ne va”. Un acume meditativo come consapevolezza di potersi pensare, di pensare il proprio pensiero e acquietarlo nella sospensione del giudizio, su di sé e sul mondo.

Originale in questo senso il suo approccio alla religione, in un’epoca in cui l’accusa di irreligiosità significava essere cotti su una pira. Montaigne sceglie di dichiararsi da subito religioso, ma solo per accidente.

Un fideista per inerzia che lo fa per poi potere essere davvero laico ed evitare processi. Lui, scettico radicale, scrive “ Accetto di buon cuore e con riconoscenza quel che la natura ha fatto per me e me ne compiaccio e ne sono contento. Si fa torto a quel grande e onnipotente donatore rifiutando il suo dono e sfigurandolo!” E con questo pensierino risolve il problema della fede.

Per lui è molto più ghiotto soffermarsi a collezionare storie in cui si dimostrava, ad esempio, che i tonni sono raffinati conoscitori dell’astronomia, perché in grado di fermarsi in branco al solstizio di inverno nel punto esatto dove sarebbero stati ritrovati nell’equinozio di primavera, piuttosto che arrovellarsi su misteri teologici .

Per lui è più interessante discutere il codice d’onore dei popoli cannibali, dopo aver descritto un banchetto tipico, piuttosto che arrovellarsi sulla verginità della Madonna.

Per lui è essenziale ribadire che l’uomo è un essere poroso e sociale, piuttosto che incitare ad un ritiro monastico. Per lui è più interessante discutere la diceria secondo cui le donne zoppe fanno l’amore meglio delle sane, piuttosto che inginocchiarsi a baciare reliquie. Non disdegnava certo attacchi e reprimende ma, ad esempio, per scagliarsi contro le incisioni scellerate che vengono disseminate nei corridoio dei grandi palazzi dai ragazzi. Incisioni in cui le raffigurazioni enormi delle misure del pene provocano “ un crudele disprezzo della nostra misura naturale”. La dissacrazione del potere è fondamentale nella sua ricerca : “ E’ perfezione assoluta , e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere. Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo l’uso delle nostre e usciamo fuori da noi perché non sappiamo cosa c’è dentro. Così abbiamo un bel montare sui trampoli ma anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe. E anche sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo”

Tutto questo non per spirito goliardico o per amore dell’esotico ma con la finalità di capire e ribadire verità filosofiche. Una ricognizione degli usi e costumi dei cannibali ad esempio si conclude così: “ Non mi rammarico che noi rileviamo il barbarico orrore che c’è in tale modo di fare, ma piuttosto del fatto che giudicando le loro colpe, siamo tanto ciechi riguardo alle nostre.

Montaigne scrive queste cose in un’epoca in cui il tema più ricorrente è l’imminente arrivo dell’Anticristo e la lotta alla stregoneria è pratica quotidiana con la reintroduzione di pratiche medioevali di tortura per estorcere confessioni come gettare la gente viva nei pozzi, richiuderla in scatole senza buchi per l’aria, garrottare miscredenti sugli alberi in luoghi sperduti , rosolarli a fuoco lento dopo averli spalmati di grasso, arrostire vivi i figli davanti alle madri.

Un’ epoca in cui la sua terra, la Francia, era attraversata dalle guerre civili sanguinarie e la pratica più entusiasmante era partecipare ad eccidi di massa per dimostrare a Dio di stare dalla sua parte.

L’apice di questo “clima culturale” fu notte di San Bartolomeo. Notte cominciata con l’omicidio del leader protestante Coligny , decapitato in casa sua e la cui testa imbalsamata fu spedita al pontefice come segno di devozione.. Il suo corpo fu invece gettato in strada e smembrato dalla folla cattolica per diversi giorni. Periodo finito nella sola Parigi con 5000 morti.

In questo clima Montaigne si appellava alla saggezza dello stoico, guardava agli orrori che lui vedeva e viveva quotidianamente come momentanei e destinati quindi a scomparire ed essere dimenticati.

Montaigne ama sintetizzare il suo metodo come una vera mancanza di metodo: “Fra le cento membra e le cento facce che ogni cosa presenta io ne prendo una, ora per lambirla soltanto, ora per penetrarla fino all’osso. E mi piace molto spesso prenderle da qualche punto di vista insolito”.

Questo metodo lo porta a discutere gli argomenti più disparati e a titolare ad esempio un saggio “ Della fisionomia” argomento che compare dopo trenta pagine in cui ha discusso della bruttezza di Socrate e di tutt’altro. I titoli dei suoi saggi non c’entrano quasi mai nulla con l’argomento trattato nel saggio stesso.

Il risultato è una monumentale galleria di argomenti variegati, che si possono leggere senza un ordine e che fanno emergere un universo semplicemente meraviglioso, tenuto insieme da Montaigne stesso, messo lì come direttore d’orchestra e chiamato a dare un senso ad un magma, a ricrearlo ogni volta con la scrittura e il culto dell’anomalia e della poliedricità dei punti di vista.

Eccezionalità dei racconti, sfaccettatura e ricchezza dell’uomo e della vita.

2 pensieri su “Amare gli opposti e farli incontrare: Montaigne e Cioran

  1. Tempo fa ho letto un’intervista a Orson Welles – forse sulla biografia/intervista con Bogdanovich – in cui diceva che Montaigne per lui era una lettura irrinunciabile, a cui tornava periodicamente, una sorta di amico fidato con cui ogni tanto aveva bisogno di intrattenersi. Ne parlava con tale entusiasmo che mi aveva fatto venir voglia di leggerlo…. cosa che poi, ovviamente, non ho fatto. Questo post mi ha fatto rinascere la curiosità; rimetto Montaigne in agenda, e chissà mai che un giorno mi decida anche a leggerlo.

  2. Sono sicuro che ti piacerà. Non richiede peraltro una lettura completa, nel senso che lo puoi cominciare e lasciare quando vuoi e riprenderlo a tuo piacimento. Io sono almeno due anni che lo leggo quando mi va. La forma a piccoli capitoli consente questo.

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