In un ormai preistorico intervento di Pasolini su Filmcritica del 1973 intitolato “Ideologia e poetica” Pasolini scriveva:

Fare un film ideologico è molto più facile che fare un film privo apparentemente di ideologia. Apparentemente perché in ogni film c’è la sua ideologia, intrinseca a se stessa e cioè poetica e poi esterna, che è l’ideologia politica più o meno sottintesa. Ed è molto più difficile fare questo tipo di film in cui l’ideologia è indiretta, nascosta, implicita, che fare a film a tesi scopertamente su una ideologia. Per me che sono sempre stato un regista ideologico, fare un film in cui apparentemente non c’è ideologia , in cui tutto è sciolto nell’essere, è stata l’esperienza più affascinante. Non hanno capito che se da me si aspettano lo scandalo, lo scandalo è questo

Poi Pasolini, parlando di Salò, dice in un’intervista alla televisione Svizzera nel 1975: “ Mi sono ritrovato a rappresentare la cerimonia nazista in tutto la sua solennità macabra, così tetra e povera. Perché il potere appunto è rituale oltre che essere codificatore. Ma ciò che riutilizza e ciò che codifica è sempre il nulla, il puro arbitrio, cioè la sua propria anarchia”. Vicari riprende nel suo film ( che non potrebbe essere stilisticamente così lontano dall’allegoria e dal rigore formale e iconografico, senza quinte senza piani sequenza scarnificato in totali e campi e controcampi di Pasolini) la lezione “ideologica “ dell’ultimo Pasolini.

In primo luogo quello che Pasolini chiamava il sentimento di realtà: raccontare la storia partendo da un’idea di complessità non consolatoria, Questa estrema libertà richiede sempre un punto di vista autoriale e ogni punto di vista se è davvero autoriale è sempre frutto di una selezione, una scelta.

Così nel film di Vicari cadono come foglie morte alcune ragioni pulviscolari e sfaccettate del Movimento, semplicemente non vengono raccontate. E non perché non ci si creda, ma perché inutili a narrare il cuore della vicenda Diaz e cioè che il potere è assoluto quando si fa anarchia, quando rende l’alterità del corpo e del volto dell’altro un semplice oggetto da consumare e umiliare.

Vicari, con grande coraggio, racconta un’idea con la forza di un pensiero prima ancora che con la consolazione di una messa cantata.

Cadono persino i nomi delle vittime e dei carnefici. Per ricordarci che quelle caselle vuote, volutamente vuote, potrebbero essere riempite dai nostri nomi, di chiunque di noi. E che il vuoto della verità è l’unica verità, mai consolatoria , della storia stragista e fascista dal dopoguerra ad oggi.

Resta invece chiaro l’obiettivo: raccontare il potere come anarchia sempre ripetibile, cialtronesco nel suo consolidarsi e tragico nella sua prassi sadica per mantenersi in vita. Un potere raccontato stilisticamente in chiave religiosa e di carità, attraverso la scarnificazione dei corpi, i volti delle vittime, le loro grida.

Anche qui ci torna in aiuto Pasolini: “ Il potere , qualunque potere, ha bisogno dell’alibi della fede e della speranza. Non ha affatto bisogno dell’alibi della carità. Quanti cattolici , diventando comunisti, portano con sé la fede e la speranza, e trascurano, senza neanche porsene il problema, la carità. E’ così che nasce il fascismo di sinistra

Per Pasolini il sadomasochismo di de Sade era l’espediente letterario per parlare, in chiave allegorica, di tutt’altro, il potere appunto. Per Vicari Diaz è l’espediente storico per parlare , con i fatti scelti e selezionati, di tutto quello che è necessario raccontare, il potere. Ed è proprio questa Italia priva di carità e distratta da una fede e una speranza mediatiche della propaganda politica berlusconiana e dei mutismi tremebondi del partito democratico, che ci racconta Vicari.

Un potere che dopo avere massacrato le ragioni e le speranze di una generazione manganellandone e sequestrandone i i corpi ,li espelle fisicamente . Via dall’Italia chi non accetta il suo fascismo antropologico.

Questa visione autoriale, liberata dai panneggi pesanti della spiegazione, dalla necessità del risvolto didascalico e dall’etica della completezza in nome di non si sa mai bene quale pedagogismo, racconta in realtà la complessità della nostra storia recente.

E lo fa grazie ad una scelta di scrittura chirurgica: non rinchiudersi nel racconto di finti languori psicologici dei personaggi. Ma limitarsi ai loro volti. Non ricorrere cioè ai pensosi background esistenziali dei personaggi stessi, radicati sulle maiuscole della Famiglia Politica e Storia, scritti “per spiegare” e “dare spessore” con l’unico risultato invece di consolidare la pesantezza museale dello stile delle statue equestri del duo Rulli e Petraglia e del loro Pantheon di figurine Panini a Capalbio.

Questa scelta narrativa salvifica, per una volta a togliere, rende bravo persino Santamaria, che non è lì per spiegarci qualche trauma che lo ha minato nell’infanzia che possa giustificarne la differenza antropologica rispetto alle sue vittime.

Deve invece recitare una maschera giocata da altri. La mancanza di psicologismo invece relega magistralmente a ruolo da comprimario il sempre pessimo attore d’accademia, funzionale ai finanziamenti perché sulla cresta dell’onda, ma spaesato senza un bel background scritturale, un bel motivo che spiega, una bella consolazione sceneggiata.

La capacità del regista di scomporre la storia seguendo la non linearità della stessa, la capacità di navigare all’interno delle migliaia di faldoni delle carte processuali e scegliere un punto di vista, rivelano tutto il coraggio narrativo e stilistico di Vicari . E non la sua debolezza come gli è stato invece imputato.

Per alcuni uno stile “televisivo” che è invece puro cinema del contemporaneo, e cioè anche e inevitabilmente televisione. Così il film si lascia contaminare da materiale documentario, da un ricchezza di punti di vista, da una ricchezza produttiva evidente. E da padri nobili dichiarati (Inarritu) e sottaciuti ma da cui farsi contaminare (Oliver Stone)

Vicari non vuole consolare. Non consola perché esclude volontariamente dalla narrazione le ragion giuste del Movimento che spiegherebbero tutto riducendo la ferocia del potere a motivi razionali. Non consola perché non ricorre alla psicologia da toponomastica dei sentimenti e delle cause che spiegherebbe le ragioni dello scempio giustificandole; non consola perché termina il film su una lapide muta che non spiega nulla ma testimonia la ripetizione tragica di una storia già vista sempre senza nomi e senza colpevoli.

Diaz insomma è un film importante proprio per tutti i motivi per cui viene criticato e rivela anche una reazione tipica di molti “funzionari dell’estetica”, come li chiamava Fellini, e in questo caso sacerdoti dell’etica. Criticare cioè il film per tutto quello che il film non è e per tutto quello che il film avrebbe dovuto essere. Senza capirne la forza e il tema, mancandone completamente l’oggetto.

Per una volta quindi non laviamo via il film di un nuovo autore coraggioso e pieno di difetti, Vicari appunto. E cerchiamo, per quanto ci è possibile, nei volti dei suoi oppressi e oppressori, che siamo noi, non la speranza e la fede della politica- propaganda, ma la carità di uno sguardo. Il suo sguardo e il suo cinema e il suo scandalo.

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