L’ultima settimana dello Zombie di Malagrotta

Dopo essere stato riesumato De Pedis si è subito mostrato ai giornalisti in perfetta forma nonostante il ventennio in scomodo ossario.

Ha chiesto un cornetto e un cappuccino e si è immediatamente dichiarato pentito di ogni malefatta passata presente e futura, mentre ha lasciato intendere di non disdegnare un pomeriggio al poligono perché un po’ arrugginito.

Sempre più felice di essere di nuovo nella sua città, non ha deluso la folla di curiosi accorsi per il risorto.

“A fenomeno facce vede” ha urlato qualcuno e lui ha accennato, davanti a  turisti americani accaldati storditi e dispersi a Roma nella ricerca dell’introvabile monumento al cavallo di Troia, qualche passo di Charleston, dimostrando elasticità motoria e sfacciataggine e tanta vitalità. Come nei bei tempi andati.

E non ha perso neppure il suo senso dell’umorismo nonostante l’umidità del sepolcro: “A Renatì tira fori a forza bruta”,

“ M’è rimasta solo la forza ma me manca la bruta”

Un  improvviso acquazzone ha però costretto tutti i giornalisti e i curiosi a rifugiarsi da Gigi il Troione per una cofana di rigatoni alla pajata e spaghetti alla gricia senza farsi mancare il cacio e pepe, con onde di amatriciana e scodate alla vaccinara , coratelle sepolte di carciofi, bruschette e lonza e corallina e pollo al vino bianco e aliciotti all’invidia che solo di martedì ci stanno. Prima dell’immancabile torta “Antica Roma” tutta panne e ripieni di  frutta e creme e .

“Se semo proprio appanzati” dice uno.

Renatino intanto, tutto fracico, si aggira felice come un bambino per il centro, firma autografi e non disdegna, con una mimica giocosa, accenni di mitraglia.

Tratatatatà.

Si sente di nuovo amato. Amato da tutti.

Questo magnifico martedì si conclude con il ricevimento di sua Santità, che,  informato della resurrezione , vuole incontrare il risorto prima di altre religioni concorrenti.

De Pedis lo ringrazia per averlo ospitato per anni in comodo sarcofago ecclesiale e si apparta col Sommo per discutere alcuni snodi cruciali della teologia e dell’aldilà.

Il pontefice lo congeda davanti alle telecamere con il chiarissimo  monito: “Quoquosque quinque quoque cubiscus ubus major summatribius tertium non datur est” e Renatino annuisce.

Ma nel congedarsi e baciandogli la mano inanellata, la lingua della salma rediviva  rimane incastrata nell’anello papalino, con sommo orrore dei presenti.  Le guardie svizzere stendono un drappo di velluto rosso e fanno spostare il duo in appartato bugigattolo. Per dirimere la questione che sembra irrisolvibile senza destare grande scandalo, tagliano, incitati dal Sommo, con un’alabardata le labbra e lingua del malcapitato e anche la mano destra capitata in mezzo e usata da lui per tentare di liberarsi con metodi naturali prima della mazzata.

Il Papa guizza via e ritira rapido la mano mentre l’altro fiotta liquami verdi. Il Sommo sospira tra l’orrore e il piacere, memore di tante inquisizioni salvifiche e scannamenti fatti dai suoi avi e se ne va.

Fanno così uscire Renatino da botola segreta di fogna romana con affaccio sul Tevere. Lui nuota e si salva.

Mercoledì: il nostro riemerso dal biondo piscio, firma prestigioso accordo in esclusiva accompagnato dal suo agente letterario, ex spurgatore di fosse biologiche nel reatino. Accordo con famoso produttore cinematografico per tre film da sceneggiatore, un libro di memorie e uno di ricette. Ma accortosi che Renatino non sa scrivere con la mano rimasta e non può parlare perché privo di lingua, il paonazzo produttore lo scaccia con un gridato“Che me stai a cojonà?” e corona il tutto con raffica di calci sullo zombie indifeso, rompendogli il coccige perché trattasi di calci in culo. Il suo agente lo consola prospettandogli scenari di riscatto. “Ci rifaremo presto” gli dice e garantisce.

Giovedì: la salma, sconsolata, fa un’ospitata televisiva su rete locale facendo crollare l’audience quando dichiara di non essere né della Roma né della Lazio. Sotto il calore dei riflettori televisivi inoltre perde un occhio ma soprattutto si incendia nei pochi capelli rimasti che si infiammano come erbacce.

Tra le urla del pubblico, vaga ridotto a pira per i corridoi in cerca di un’uscita. Una volta fuori  riesce a salvarsi mettendo ciò che resta della testa sotto ad un Nasone, tipica fontanella romana, ma mentre si inchina per spegnersi  sotto salvifico getto, qualcuno gli ruba le scarpe.

Venerdì : è su un set per girare uno spot di sperduto mobilificio del frusinate. Con una maschera da Wrestling nella scena in cui si getta sul materasso per dimostrare la resistenza del manufatto, si disossa del tutto, slogandosi e sbracandosi femori e rotule. A nulla servono i truccatori che gli inchiodano stecche di legno rimediate per fargli ripetere la scena. Viene invitato ad andarsene e quando osa chiedere una paga gli viene regalato un comò Luigi Filippo di cento chili in mogano, invendibile e infatti invenduto.

Il nostro sfinito dal peso del monolite di legno, con un ultimo palpito di forza  lo fa scivolare nel Tevere e lo guarda allontanarsi, galleggiante verso la foce. Poi si siede in riva al fiume per riposarsi ma viene assalito da giganteschi e famelici gabbiani da discarica che lo scambiano per pura monnezza.

Sabato: ricevuto dagli amici della banda di un tempo con la scusa di rivederlo, subisce un attentato e una scarica di colpi di mitraglia. Traforato come una groviera, pensando che sia morto, lo abbandonano sulla riva del laghetto dell’Eur dove un avvocato ubriaco ed ex militante di Forza Duce, lo riconosce e lo carica in macchina per portarlo con sé come presenza vip in una gang bang da lui organizzata, come ogni Sabato, ai Castelli.

Qui però, con grande strazio dei pingui sessantenni  arrapati e impazienti, le prostitute assoldate per la funzione sono terrorizzate e si rifiutano di fare alcunché vista la presenza del mostro. Viene quindi subitamente cacciato e nel giardino della villa subisce l’aggressione di cani da guardia che lo smembrano. Arriva a riprenderlo il suo agente che spera di sfruttarlo ancora per un po’ ma poi lo guarda bene e lo trova davvero schifoso.

Domenica: abbandonato sulla Pontina dal suo agente perché gli fa veramente troppo schifo, vaga sulla consolare e più volte viene investito da ragazzacci locali che ci prendono gusto a metterlo sotto con i loro Hummer. Immortale, pensa di trovare pace appoggiandosi ad un semaforo ma non sa che ha invaso il territorio di due storpi che vedono in lui un possibile concorrente di elemosine e lo bastonano a turno e a sangue.

Lunedì: tornato miracolosamente vivo a Roma a piedi, viene avvistato accanto al laghetto di un parco pubblico intento a catturare una nutria. Inseguito da crudelissime e fanatiche matrone  ecologiste, scappa e di  notte arranca verso la chiesa dove era sepolto.

Martedì : ormai ridotto ad orrido brandello di resti, arrivato all’alba davanti alla chiesa, trova chiuso. Bussa alla porta ma il prete lo caccia inondandolo prima di acqua santa e piantandogli poi un crocefisso in petto mentre salmodia strani anatemi. Rantolando, si avvia con le poche forze rimaste verso un cassonetto. Qui si stende esausto, sospira  tra i rifiuti e si addormenta come un infante, felice di trovare finalmente un po’ di pace. Ma un frastuono lo desta e sollevato da un carrello automatico non fa in tempo ad uscire che viene gettato nelle ganasce  meccaniche del camion, con tonfo sordo e stridore d’ossa.

Zigzagando a folle velocità nella primaverile notte romana, tra cicale, bovi assopiti, latrati di cani lontani e cantieri abbandonati e ceramiche di cessi e lavabi e gatti guardinghi e mignotte e sfasci di ruote, sportellami, antenne, molle e carcasse, il camion passa accanto a i fuochi nei campi e ai fumi tra le fratte abitate dalle ombre, corre alzando spirali di cartacce , corre verso la profondità oscura di periferie che si fanno campagna e poi tornano ad essere cemento con crocicchi di condomini monumentali abitati da masse insonni.

All’alba c’è un nuovo mucchio d’ossa sulla vetta più alta di Roma e da allora quasi ogni notte gli abitanti del luogo tendono l’orecchio verso l’immensa discarica. Si dice infatti che tra i garriti di affamati volatili e il ribollire dei liquami, si senta ascoltando bene una voce che è come  un cigolio meccanico, un ritmo persistente e una cantilena, come un crepitare, come una sventagliata di mitra

Taratatatatà….

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