Si butta con altri tre a capofitto a spezzare le caviglie tra le zolle, invasato dalla corsa storta e sbilenca e le supera tutte le zolle, perché vuole arrivare passando dal pertugio nell’area di rigore del campo da calcio dietro la chiesa. Vuoto, da anni.

Alle due del pomeriggio, con una sola porta rimasta senza la rete che non siano brandelli, il campo è una rincorsa di assenti.

Solo due galline e tre giocatori: uno e mio cugino e il Pelè bianco, magro come uno scheletro, buono e dimesso e subito messo a parare le bombe: a giro, di punta, di collo, di interno, fino a cuocere il collo dei piedi nudi. Spara il missile!

Sbuffa ma ci sta , sa di avere piedi smargiassi, incontrollabili, e vuole mettersi ugualmente in mostra, parando l’impossibile ma con le mani, mentre si sfracella allungandosi a visitare gli angoli lontani della porta. Para tutto e si guadagna la libertà, esce dalla porta perché è troppo forte e  vuole rifarsi subito di ogni secondo fermo ad aspettare che noi gli tirassimo addosso.

Decide che è il suo momento acrobatico, volare in cielo verso una palla assassina, il cross troppo alto, e mancarla completamente con una sforbiciata esemplare. Come Pelè. Prima di schiantarsi con la schiena sulla terra dura con un tonfo sordo che alza la polvere. E adesso è a terra, non ha preso con i piedi nulla e può solo vedere la palla rotolare via. E non sa proprio che fare.

Vola Pelè.

Qualche fantasma c’è a guardarlo, una lama di aratro arrugginita che bisogna evitare perché taglia ancora, un grumo di fazzoletti e barattoli e cicche e alcune bottiglie.  Giorgio si è sdraiato qui di notte  con le civette e si è sfatto e ci ha bevuto tutti gli spumoni di sangue e uva che qui chiamano vino, tre bottiglie almeno che sono ancora lì. Vuote.

Ha lasciato le giostre e il calcio in culo nella piazza, le luci sfavillanti del tagatà, giostra nuova e di lusso  mai vista prima qui e arrivata per la prima volta in paese col nuovo sindaco che festeggia alla grande e fa festeggiare.

Ha lasciato  gli amici e i loro racconti, sempre uguali, dei viaggi impossibili sulle moto, le pieghe in curva  sugli Appennini per sfiorare i dirupi, il gas aperto in uscita dal tornante,  sulle montagne che lui non ha mai visto, le donne pronte a tutto con loro, con tutti i suoi amici,  donne che nessuno ha mai visto davvero.

Lui vuole il momento suo, come lo chiama, un  silenzio spesso,  per sbracare del tutto sotto le stelle estive, lontano dall’entusiasmo. Vuole non pensare a perché ride meno degli altri. E per pensare davvero bene si deve drogare. Che se lo bevi di giorno il lambrusco ti spurghi anche l’anima per il calore nel corpo e adesso che sei bello pieno di cibo, puoi parlare a te stesso meglio e persino del futuro. E buttarti nel fiume.

L’erba gibbosa da estirpare non è morta per il calore e rimane per deviare i palloni e i tiri segreti, i più belli, quelli con l’effetto, quelli con il giro, quelli balistici a sfiorare incroci che rischiano sempre di finire altrove.

La palla rotola fuori, sulla strada vera, dove a quell’ora non passa nulla, tranne le formiche rosolate e impazzite, radunate in grumi attorno alla carcassa di uccello o topo.

Eviscerare dalla terra le spighe dure nate lì a caso, perché portate dal vento, che si sfarinano tirandole e che si portano appresso la radice e lasciano un buco da riempire con scaglie di terra per saltarci sopra prima di cominciare. Il campo deve essere lisco come un biliardo, come quello dei campioni, come quello che non sarà mai. Goal.

Quei bastardazz a dopmezdè eravamo noi.

Sudati prima di cominciare ma con il pallone bello gonfio, all’inizio dell’estate, ancora nella rete di plastica, ancora con tutte le scritte perfette, bianco, comprato nuovo al Sale e tabacchi dalla resdora da cui il pitochass , il più grande di tutti, riusciva anche a farsi vendere il Tromba senza arrossire.

Parla da solo anche Redento, che ripara roba rinchiuso nel suo antro di ferraglie, dall’altra parte della strada, parla impazzito di calore ci guarda giocare: “ Chi perda al gh’à tort” Ripete

E iniziano le nuvole che qui non piove mai e quando piove è un tifone, i pioppi si piegano a terra e gli uccelli spariscono inghiottiti dai sottotetti che vanno a sconquassare con la paglia nel becco per arrivare in fondo. Salvi.

Bisogna scappare, il Pelè bianco arranca , ha il culo tumefatto.

Nel fondo del campo c’è un’ombra che scappa, un fagiano che non ha più tempo, una volpe?

Ma tutto ritorna dallo sconquasso alla stasi, le foglie muoiono appiccicate in terra dall’acqua che scola, gli uccelli ricominciano a volare appesantiti dai frastuoni dei fulmini andati.

L’unica cosa che non ha mai smesso è la fabbrica di zucchero e i suoi fuochi, fornaci accese nell’orizzonte per fare quintali di polvere da mandare nei bar del mondo. Eridania.

Ma se muoio?

Pensa il barista abbacinato dalla polvere e dal calore dell’asfalto, tra una pausa e l’altra del frastuono, proprio quando un trattore riprende ad andare.

La latta del bar con disegnati i gelati batte forte sul muro con il vento: l’unico gelato che può mangiare è quello liquido della coppetta e lo deve lasciare sciogliere al sole che quello di ghiaccio gli sferza i denti.

Può anche darsi che non abbia scelto di continuare a vivere in un’epoca così ma una cosa è certa, nessuno glielo ha mai chiesto. Per questo la sera dorme bene, come un puten, sogna il giusto e mangia con appetito.

E quando può fuma che tanto non c’è più nulla da ammalare, il pacchetto è sgualcito nel pantalone di stoffa blu che è diventata una tela lisa e zozza di chiazze : “Se un puvrat al magna ‘na galeìna, o ch’ l’è malèda la galèina o ch’ l’è malè al puvrat.” Se un povero mangia una gallina, o è malata la gallina o è malato il povero. Biascica per tenersi compagnia fino al tramonto con un cappello di paglia ben piantato sul cranio ossuto e la sedia che ondeggia nel campo, su quattro zampe sbilenche e marce, che lo reggono ancora.

E’ il suo trespolo nel campo, davanti al suo bar, dove si va a sedere per vedere il nulla della piana e dell’orizzonte davanti a lui, dove le linee collassano in altro orizzonte: “l’òmbra ‘d la quèrsa e l’udòur ‘d fèin!.” L’ombra della quercia e l’odore del fieno. Ricòrd ed ‘na stagiòun pàseda. E fuma.

La notte è già arrivata. La not a l’è fata p’r i lädar e par i murùs. La notte è fatta per i ladri e per gli amanti. Ma fuori non ci sono né gli uni né gli altri ma solo la tempesta che è ritornata a stanare persino il pesce siluro, impantanato nei fanghi limacciosi, ad ingrossare il fiume terribile e sempre più pieno, che spezza il rincorrersi di fughe, trame di ombre lontane, dei pochi alberi sferzati dalla pioggia. Fughe nell’orizzonte in cui però nessuno scappa mai, ma preferisce sempre girare in tondo nella piana immensa, sui bolidi come sulle carrette, sui trattori come sulle spider, per poi ritornare ogni volta a raccontare da pazzo qualcosa di falso e superfluo, lì, nel suo paese, dove tutti lo ascoltano come se fosse vero. El ghà ragion.

Ci si ferma a fare la benzina dalla madre di Maria, rinchiusa con le stampelle nella casa di latta, ma sempre ridente  a donare ripetizioni delle matematiche più astruse ai caproni rimandati e stupiti, che macchiano i libri con i polpastrelli sporchi di grasso, che consumano le pagine piegandole nervosi e che hanno poco tempo per stare fermi e seduti ad ascoltare lei, che pure amano. Devono andare. Lei, che ferma ci deve stare per forza, per tenerli un po’ lì ha sempre un ciambellone pronto : la roba dólsa la pjäz, mo la fa gnir al mäl ‘d dént (mi piace la roba dolce ma fa venire il male ai denti) , dice uno, prima di imburrarsi le budella e rovistare anche le briciole e scappare fuori per alzare di gas il suo Califfone sbilenco, sgommando sulla ghiaia dell’asfalto liscio dell’argine cercando di non franare di sotto tra i pesci gatto e nei liquami oscuri dei suicidi.

Tutti loro di sera hanno bisogno del pieno di lambrusco e di fritture calde e spalle cotte e salami di Felino e anolini in brodo ad Agosto e bombe di riso e timballo di piccione ed ettari di torte fritte untuose.

Per poi digerire il tutto in mazurche e spumoni e bicarbonati e birre con la gassosa dentro, per resistere obesi ai morsi assetati di zanzare cannibali. Per dare anche a loro qualcosa da succhiare nelle sere d’estate.

Il barista continua a mescere purché non si parli mai dei due figli mongoloidi rinchiusi nell’ombra della casa sul retro, che tutti i bambini di qui raccontano di avere visto guardare fuori dalla finestra, dopo la fine dell’inverno.

Due teste per quattro occhi, guardare nell’orizzonte il fumo del caldo torrido che viene e l’ondeggiare dei tralicci, immobili e annacquati nell’occhio spastico, muti ai richiami, protetti dai vetri, come due statue votive.

Bargnoclón. Gli grida uno .

E loro, all’unisono, rispondono con un verso preistorico e un sorriso deforme che nessun di loro da quel giorno è riuscito a scordare.

Il Pelè bianco ha deciso che non la passa più, ha preso la palla e ha cominciato a correre dritto, vuole arrivare in fondo, dice. Ma sa che non c’è. Dice che nessuno, ora che ce l’ha tra i piedi, gliela toglierà più e così corre, corre sugli argini, sui ponti di barche, corre nelle carraie, nelle vigne che se ci fosse una fine alla pianura si fermerebbe pure.

L’ è un balord, dicono senza alcuno stupore i sopravvissuti alla prima follia del primo calore, vedendolo passare e ripassare più volte.

Decide di fermarsi quando vede che nessuno se lo fila più e allora, sul molo delle barche, si siede sudato e appagato con il pallone sotto il braccio. Si ferma a guardare i mondi archeologici riemersi dal fiume inaridito dal sole. Si ferma a guardare le chiazze dei liquami sui sabbioni, i tronchi con le forme umane e le plastiche incagliate, i pezzi delle cose di ruggine, le carcasse delle biciclette e delle barche scalfite e abitate ora dai rami. Si ferma a guardare i palloni sgonfi e arancioni che vanno verso il mare e le acque oleose e mute. E sente scanditi i nomi dei morti del suo paese che si sono gettati lì. Adesso che non c’è la nebbia dell’inverno ad accudirli e farli sparire del tutto, a coprirli come una coltre, adesso nudi  tornano a galla  e chiedono anche loro di mangiare l’aria.

Lui li sente tutti, ma non sa proprio che fare.

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2 pensieri su “L’estate emiliana del Pelé bianco.

  1. Ammazza, grande capolavoro, Gia’, hai fatto rivivere un mondo… e un grande eroe nella sua estate di gloria!!!

  2. Io direi il nostro eroe più grande ma non mi ricordo se lo chiamavamo Seccè il Pelè bianco o solo il Pelè bianco. Immaginarlo in volo nel campetto di Sissa mi mette sempre una grande gioia.

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