Il negro diventa buono a contatto con un tetraplegico?

Da questa domanda sperimentale, da laboratorio di biologia evolutiva nazista,  prende le mosse  il profluvio razzista di un film paradigmatico e, come spesso accade, di gran lunga più sintomatico e importante di molti film necessari, sia per il successo che ha avuto, una vertigine da 280 milioni di dollari, sia per ciò che rivela non sapendolo.

La predigestione è la condizione di partenza per fare funzionare per le masse un film con uno storpio e un negro, una scelta genuina e quindi una forma paradigmatica di masscult: le parole e le cose, prima ancora che l’arte, pastose e sfarinate in un nulla leggero e intangibile e in realtà pieno di miasmi.

Un bolo di sensazioni senza spigoli dove sfumano in un flavour dolce amaro,  ma mai indigesto, le possibilità spinose del reale :  la differenza di classe, la malattia e il corpo sano e vitale, la differenza culturale, la differenza di razza.

Lo spettatore è così imboccato dal bolo che deve solo ruminare e gustare nel sonnambulismo del tempo libero, vero tempo sacro in cui  ci “si concede di non pensare” e a cui non può rinunciare come compensazione e ricompensa per  chissà quali sforzi intellettuali,  precedenti e successivi.

Questo processo nell’arte è di fatto il meccanismo tipico della creazione del kitsch: predigerire l’arte e il reale con i suoi contrasti, da cui l’arte prende linfa, e fornire una summa anestetizzata di piaceri dell’arte stessa, uno sfiato di retrogusti, risparmiando allo spettatore ogni forma di asperità sul significato e sul senso.

Il bolo del film parte però da un ribaltamento al passo con i tempi e “sofisticato”: lo spettatore di oggi, quello per intenderci cresciuto con la televisione e con il cinismo corrosivo dei dialoghi scoppiettanti e sarcastici delle serie americane,  non è seducibile con il sentimentalismo piagnone, ormai anticaglia relegata all’arte popolare e alle sue evidenze e ingenuità sincere. Semplicemente perché ha la presunzione di pensarsi accorto e smaliziato e , più ingenuamente ancora,  libero nelle scelte e raffinato nel gusto, perché, quando ha tempo, sceglie un film che “fa riflettere” e uno spettacolo teatrale “ di cui tutti parlano” e un ristorante “innovativo pur rispettando i sapori della tradizione”.

Ecco allora creato per lui un personaggio cinematografico solo apparentemente da rupe tarpea ma invece, come ogni vero prodotto midcult che si rispetti, disarmante nella sua sincerità dichiarata: sono storpio ma non voglio nessuna pietà dal badante.

In risposta a questa stranamente troppo lucida affermazione del coprotagonista, catalizzatore di sfighe,  lo spettatore accorto e ancora per poco speranzoso,  si aspetterebbe una svolta davvero originale e punitiva, come d’altronde questo insopportabile freak tutto velluti, bave, intarsi di bronzo , aulica solennità, avori e madreperle e pannoloni, meriterebbe: lo splendore cioè di un film sadico, in cui il selvaggio si vendichi davvero e rispetti alla lettera il mandato del committente, quello cioè che paga. Instaurando con lui una ghiotta relazione sadomasochistica fatta di angherie gustosissime e inenarrabili inferte al miliardario collezionista di scalogne e già predisposto di suo:  vedovanza, tetraplegia e fumoso amore senza sesso ma solo con lunghi prolassi epistolari, dettati a devota scrivana.

La prima cosa da fare per evitare questa strada minacciosa e destabilizzante è depotenziare il coprotagonista della radicale e unica vera minaccia che un negro può portare in una casa alto borghese ovattata di tappeti: la minaccia sessuale.

Ma per far questo occorre che tutte le protagoniste femminili del film siano a loro volta anestetizzate, con un’inquietante  misoginia sistematica, tanto velata quanto evidente. Creare una sorta di veterinario ritrovo di gatti castrati e domestici , che si annusano speranzosi ma rinunciano poi al consumo a causa della sadica chirurgia degli sceneggiatori.

Come giustificare infatti, dopo una vita noiosissima di assistentato al paralitico bizzoso e umorale, la rinuncia alla passione primigenia del selvaggio appena giunto che, come un’epifania salvifica ed elettrizzante, irrompe nel proprio mondo ospedaliero e ambulatoriale fatto di cateteri e clisteri e in alternativa osceni catafalchi Luigi  XIV tutti intarsi di frutta e uccellini, opere costosissime di psicotici ebanisti?

Rendendo le due donne, quelle del film e del possibile accoppiamento, una lesbica e l’altra stitica, una cioè pronta a darla ma non al maschio in sé, l’altra troppo impegnata ad imbottirsi di imodium, come ci viene ripetuto e sottolineato.

La terza, l’adolescente, soffre invece d’amore per un efebo e il negro ha la solo funzione paternalistica di ridurlo a fattorino di croissant.

Il primo elemento quindi del neo genere buanista, è che il sesso non può e non deve esistere nonostante la fisicità “selvaggia” del protagonista.

E per renderlo ancora meno selvatico e ruspante il badante diventa urbano ed evolve nel film sia nei gusti che nei comportamenti. Così da troglodita tutto bonghi, ladro inconsapevole di prezioso  uovo Fabergé perché  mosso forse da una genetica predisposizione alla caccia e a rovistare tane come gli avi, da fallimentare ascoltatore di tribali rapper che ricordano i suoni dei  falò delle origini, da menefreghista tutto ostentazione di forza da giungla e priapismo, lui diventa il serio lavoratore socialmente integrato, che ai colloqui di lavoro parla di Dalì, generoso spurgatore di colon altrui indossando guanti, moralizzatore degli usi e costumi dei suoi famigliari, persi nello spaccio di droghe ma solo perché non davvero parenti di sangue perché lui è stato adottato, e dei famigliari acquisiti, i ricchi, ovvero sofisticate stitiche, adolescenti lagnone, miopi mercanti d’arte e borghesi sempre e comunque annoiati o inchiodati alla sedia a rotelle a vivere una vedovanza di rimpianti, sognatori di sport estremo, a loro fatale, come voli caracollanti in parapendio.

E in una scena di somma bruttezza è  talmente integrato che fa persino ballare le signore , la servitù e gli amici tutti.

Ha il ritmo nel sangue.

Mentre prima si è cimentato nella pittura astratta perché ha, pure, il fuoco dell’arte. Con scarabocchi vomitevoli ma interpretabili da loro, i ricchi, bofonchianti e retori ma pieni di assegni.

Diventa insomma il negro urbano che piace ai bianchi, ai bambini e alle vecchie, ai ricchi e ai poveri.

Che li consola e ne asseconda le ultime follie, tuffandosi con loro in parapendio e stimolandone il vitalismo in nome di una passione per la velocità,  anche questo forse rimasuglio evolutivo di rincorse di gnu e fughe dai predatori, con sfrenate corse futuriste in Maserati e bave ostentante e recitate dallo storpio divenuto mattacchione  per evitare la multa.

Lo fa con la Maserati del sempre  storpio, che gode così la vita nuova, stimolato tronco umano fatto correre a perdifiato dai muscoli altrui del selvaggio, domatore dei cavalli dell’imbizzarrita spider e trasgressore della legge.

Ma solo  a fin di bene, signora mia.

E come ricompensa ulteriore, dopo aver curato la crisi di respiro notturna ceh avrebbe messo fine alla vita del  tetraplegico e che invece sopravvive grazie alle pezze bagnate dello stregone del continente nero, lo aiuta ancora di più portandogli in tavola ( singulto cannibale?) una donna, anzi la donna, che lui, intellettuale pensoso e penitente che non crede in se stesso più perché la vita “gli ha voltato le spalle”, non ha mai voluto incontrare per vergogna ma ha solo amato in fantasiose grafomanie epistolari.

Prosit e cin cin.

Poi, dopo il dono, da negro che sa stare al suo posto, si allontana sul lungomare non provando nemmeno a mangiare i gabbiani.

Mentre il tetraplegico, inchiodato al tavolo del ristorante, lo guarda svanire e muove l’unica cosa che gli resta, la bocca, in un ghigno che vorrebbe essere un sorriso soddisfatto per l’amore ed è invece una tragica smorfia ed un involontario annuncio di future paresi, quelle di noi spettatori, pronti a dire di nuovo un convinto sì, buana.

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