Per evitare un delitto di lesa semplicità Bellocchio coltiva la complessità come forma e corpo del suo cinema. Anche se ancora una volta ci ripropone il suo tema prediletto e di sempre:  il conflitto tra desiderio e potere. E il suo stile prediletto: la  regia che mina le psicologie dei  personaggi guardandoli dal bordo, borderline in procinto di cadere.

Questa che una volta era la sua forza, la forza vitalistica del desiderio, diventa oggi il suo limite, il limite di un regista che si carica la croce: traghettare il desiderio nel potere, ovvero nel suo cinema di potere e di paradossale conciliazione.

Attraversare cioè da “laico” quel territorio di mezzo dei non detti e della conciliazione forzosa in cui il Cardinal Martini diventa un santo laico e Wojtila un morto per eutanasia. Discorsi da borghesia .  Borghesia  che Bellocchio non può raccontare, pur facendone parte, semplicemente perché In Italia non esiste.

Che questo film  diventi acume, denuncia , dibattito,  è tutto da vedere o meglio tutto già visto.

Che si spenga subito nelle conventicole dove è nato e dibattuto è una certezza.

Che diventi manifesto laico e non evidenza appiccicosa di una religiosità anche nei laici italiani è cosa possibile solo a patto di fraintendere tutto. Il film di Bellocchio è un film religioso e proprio per questo è un film pieno di colpe, di vittime, di carnefici e di eroi.

Il fatto di cronaca è un eroico padre che vuole l’eutanasia per legge e non per ipocrisie familistiche tipiche dei panni sporchi si lavano in famiglia e delle sacrestie. Ma questo eroe borghese è il grande assente del film e diventa un’aspirazione, un afflato, un’estasi religiosa e non un discorso. Un santo da citare mediato dall’informazione corruttrice (ma da product placement evidente , solo Sky tg 24 dà la verità).

Non certo  la solitudine del laico, come vorrebbe il personaggio del senatore, quanto piuttosto i tormenti di un pugile suonato che non sa mai distinguere la laicità senza ridurla necessariamente ad un discorso religioso, il partito,  e farla diventare laicità for dummies, tormentata dalle piaghe dei santi, dal dolore che in fondo redime e salva, il suo:  la moglie morta per eutanasia come unica ragione vitale e da pathos della sua scelta.

Non cervello, non ragionamento, non acume  quindi, ma frattaglie e stomaco. Desiderio.

Morte, come vera essenza che accomuna il laico e il cattolico ma in chiave purtroppo sempre religiosa, morte come base barocca del discorso di questo film, che è soprattutto una galleria di maschere di santi mancati o in potenza. Bellocchio è ormai, non sapendolo, il regista perfetto per il potere: ci vuole questo traghettatore ben visto dai due mondi, cattolico e fintamente laico, che si faccia carico di tutte le maiuscole rimaste ancora libere e da colonizzare nel dibattito pubblico,.

Un regista che riesumi “l’impegno civile” tanto caro alla sinistra a cui però non appartiene più ( Bellocchio è un radicale) ma in una forma castrata e onirica e disarmata. Il suo stile certo, il suo cinema di sempre, ma incredibilmente depotenziato.

Come se la società italiana, il laboratorio più avanzato dello Spettacolo, avesse oggi bisogno di pontieri e calmieri anche nell’arte.  Come se l’anestesia trovasse una conferma tombale nella complessità.

Per fare questo c’è bisogno prima di tutto di spaesare i “giovani “ del film, renderli zombie etero diretti e senza violenza, ammessa solo se si è pazzi.

Giovani, che quando non sono appunto malati psichiatrici (il matto come unica forma di verità ma come Tiresia inutile) sono disarmati e quindi completamente irreali nonostante la loro condizione reale. Una generazione che non esiste, atona come nei suoi romanzi ( La solitudine dei numeri primi e Acciaio su tutti)

Renderli inadatti a maneggiare anche solo la parola contro i padri, intimorirli, renderli  torbidi, o peggio compiacenti e pronti ad accettare quello che i padri possono dare di più prezioso oggi in Italia: il lavoro.

Ed ecco che qui, per un paradosso non voluto, realtà e finzione si mescolano e l’auspicio aulico, tenere insieme ormai le inconciliabili ragioni di entrambe le parti, si sfracella davanti ai volti dei “figli d’arte” assoldati dal maestro, con un sadismo non si sa quanto volontario.

Assoldati proprio  per rappresentare i “giovani”, la generazione altra, gli inquisitori possibili, i perduti, gli sconfitti, la possibile vera minaccia e novità.

Coloro che dovrebbero chiudere la lapide dell’ossario e guardare oltre le nevrosi ormai asfittiche avventizie e teleologiche di Bellocchio e della sua generazione, al futuro appunto, sono sepolti da Bellocchio stesso nella sua cattedrale. Ecco allora una carrellata di volti resistenti a qualunque forma di recitazione.

Attori incapaci  come non mai.

Ma con il marchio di fabbrica che ne garantisca discendenze artistiche e nobili natali, secondo la più spietata e religiosa e feudale dinamica del familismo all’italiana. Noi spettatori dobbiamo rinunciare ad un Douglas ma possiamo, se ci riesce, consolarci invece con il volto appassionato, per inerzia  e spaesamento, di chi si ritrova in un lavoro non suo, dove può ostentare la fisiognomica del sofferente: Brenno(?) Placido. Che si sforza di incarnare ardori e rancori e languori della sua generazione, urlati a simulare tormenti e nevrosi ma finiti poi in punizione in uno stanzino.  Brenno rivela un presente di tardi rossori adolescenziali e un occhio vitreo tra urla bufaline a rappresentare vitalismo giovanile e mutismi che non parlano di profondità ma di ebetismo. Tutti palpiti che tanto piacciono al regista, il desiderio appunto, ma depotenziati, bofonchiati, stanchi e spenti da una recitazione incapace. Ed eccoli tutti, i giovani del film, in una carrellata da cimitero dei Cappuccini, chiamati dall’appello dal Maestro (qualcuno prima o poi scriverà qualcosa sulla goliardia di Bellocchio?) ad incarnare i tormenti e a portare la croce dei Grandi Temi: Eutanasia Religione Politica e Morte. Con la faccia però che li condanna prima ancora di iniziare, quella dei bamboccioni pane e nutella e figli di, appena svegli, senza le piaghe dei poveri , senza l’alterigia dei ricchi ma con gli sbadigli dei medi e dei mediocri, miracolati davvero. E quando bamboccioni non lo sono più, abbiamo  l’eterno inespresso Tognazzi figlio, che, nella volontà di sparire alla presenza maestosa  corporale gastronomica ed invadente di un padre genio attoriale, dimagrisce sempre di più ed è ridotto ormai come un maratoneta etiope. Anche lui incastrato dal sadico redentore in un percorso religioso, la parte masochistica del capro espiatorio, insultato in scena proprio da quello più incapace di lui e utilizzato come se si dovesse far perdonare qualcosa e risorgere nella fonte battesimale del film col sommo autore. La Redenzione, il Perdono.

Difficile passare da Teste di Cocco a teste pensanti ma il penitente si impegna. Tognazzi, peccatore da anni nella sua volontà di fare l’attore dopo quel tragico Sanremo che lo lanciò nel dimenticatoio lui e i suoi compagni di merenda, serve a Bellocchio per sdoganare il figlio vero,  il suo, il sosia Bellocchio, figlio e attore,  maschera e alter ego, dannato perché una parvenza di attorialità sembra averla e soprattutto perché deve recitare duetti con Maya Sansa.

In questa cattedrale barocca non manca infatti nemmeno la vittima per eccellenza di una generazione di quaranta anni fa, la tossica da eroina. Direte voi: esistono altre droghe. Ma Bellocchio preferisce rimanere sul classico per rispetto all’estrema  obsolescenza della sua storia.

Lei mai sdentata o sfatta , ma intabarrata in tailleur armani, dovrebbe incarnare i corpi scarnificati di un’intera generazione di giovani maledetti, di chi ha deciso di morire comunque col buco o col suicidio. Non ci riesce affatto.

Mancherebbe l’Amore, che come si sa è femmina, ma eccolo recuperato in subitaneo amplesso dall’ameboide per eccellenza del cinema italiano, asessuata e diafana, santa  che però, da predicante e immacolata, da biascicatrice di rosari, si trasforma in satanassa da sveltina.

Sì lei , l’algida recitatrice di sfiati atoni Alba (poca) Rohrwacher. Restano tre mostri sacri, relegati alla saggezza del disincantoHerlitzka e Servillo e Huppert,  spigolosi nel confronto con gli altri più giovani, che annientano del tutto ogni volta che appaiono in scena. Per loro Bellocchio riserva la parte dei sacerdoti officianti, pensosi e ripensosi o in estasi nevrotica da pulizia e confessione.

Testimoni muti o cinicamente consapevoli dell’eutanasia  dei figli.

Il cinismo del saggio psichiatra Herlitzka, diventa presto sermone edificante contro la Televisione  e la Politica, cioè  i nemici di sempre della generazione che si assolve con i due concetti , due alibi intangibili come appunto il mezzo di propaganda e i propugnatori della propaganda stessa. Una generazione assolta con nemici sempre uguali, la mala Politica e la mala Televisione, creati entrambi da loro.

Restano i corridoi come luoghi privilegiati della claustrofobia della casa, altro tema di Bellocchio. Ma quello che era una volta il labirinto claustrofobico dei pugni in tasca, diventa qui il luogo  su cui affacciano le stanze di un labirinto risolto nel volemose bene di un abbraccio paterno all’aperto, magari alla stazione, di una finestra aperta da cui non ci si butta più. Nelle case rimangono i giovani relegati in uno sgabuzzino quando fanno la marachella di staccare il tubo, asfissiati da madri sante e padri assenti. Sono in fondo già vecchi e impotenti come li ha voluti il regista, sono loro ad invocare la loro stessa eutanasia ma l’unica larva umana del film, giovane e bellissima, è costretta invece a respirare dall’aria che gli impone una madre folle e feroce, potente e simbolica.

Che incenerisce il povero Brenno senza alcuno sforzo e mettendolo nell’angolo buio di uno stanzino.  Incapace, assente e inconsapevole e senza parole per dirlo.

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