Assodato ormai che il cinema italiano non racconta più i ricchi, o lo fa solo nella forma della farsa corale e quindi per astrarli da qualunque radicamento reale e non disturbare la mostruosità di parte del suo pubblico, si potrebbe oggi cominciare a riflettere su come questo stesso cinema racconti invece i poveri.

Il cinema italiano di oggi lo fa con due prospettive distinte e inconciliabili. Una autoriale che evita nel racconto categorie che facilitano il compito e una ideologica, ammantata di civismo politico, ma con i piedi di argilla perché vittima di un fraintendimento dei modelli che usa.

Quando lo fa bene, quando cioè racconta i poveri di spirito entrando in relazione fenomenologica con loro come nel bellissimo Reality ma anche nell’iconografia pensata di Ciprì e Maresco (solo in coppia) o nell’insegnamento dell’opera di Pietro Marcello e Leonardo di Costanzo, sono i poveri a spiegarci qualcosa di noi. Una parte oscura e intima, sempre rimossa, una parte umana sempre possibile. Ecco quindi un rapporto fenomenologico e non preconcetto con loro, ecco che le immagini, la messa in scena e i dialoghi li seguono e li lasciano andare. Non c’è l’evidenza del compito svolto e c’è la profondità di averlo però esaurito.

Molte volte, non sempre ma spesso, in questi casi la critica italiana e la sua pigrizia intellettuale, che richiede asfissia e uniformità per garantire riconoscimento degli amici ai buffet dei festival, non riesce ad inquadrare il film, lo perde completamente spiazzata dall’assenza di una critica sociale dogmatica, dall’assenza della Politica e i suoi strali e richiami. Non trovando quindi i riferimenti consolatori ed evidenti della propria retorica, ancore che le consentono di sonnecchiare imboccata e ripetersi.

Proprio perché la complessità dell’omologazione è interclassista, la critica italiana se ne tira fuori e lava le mani, perché quei personaggi sono un ricatto costante, una minaccia per chi vorrebbe relegarli ai mercati rionali, alla provincia del sud del mondo, alla riserva dei criminali e alla mortifera evidenza dei teledipendenti, televisione che compromette tutto e quindi tutto assolve. Il male ma indiscusso.

Invece questi personaggi d’arte tornano a cercarci, siamo noi e i nostri limiti. E’ quindi meglio non comprenderli e allontanarli in un’indistinta palude tra il criminale e il pittoresco, tra la demenza e il degrado da piagnoni.

C’è poi la riserva più integrata di registi sceneggiatori scrittori e intellettuali che si pensano impegnati e che mai rifiutano una firma sotto un appello e mai mettono in discussione la Necessità delle loro opere.

Opere disarmate e innocue fin dal concepimento, che proprio perché caricate a salve possono raccontare tutto polemizzando. Dalle polemiche sulle varianti autostradali, alle polemiche sui processi penali, alle polemiche sulle riforme istituzionali, alle polemiche sull’Università e sulla Cultura , alle polemiche sui premi letterari, alle polemiche sui festival, alle polemiche sugli indulti, in un cascame di prese di posizione vacue, tra sbadigli e clan, prese di posizione che confondono sempre la ricchezza tematica con la profondità per escluderle entrambe.

Un’opera che abbia un retrogusto appena accennato di impegno civile, è usata così come esemplare, non perché dica qualcosa sul reale ma perché garantisce invece le pigrizie di chi dovrebbe giudicarla e garantisce pure gagliardetti e medaglie spendibili nel depauperato mercato delle tavole rotonde, dei dibattitini ombelicali, dei livorosi rivendicami ghettizzati in gastritiche e iraconde messe in scena.

La base di partenza per la ricetta di questo sfascio, senza cui la “ricca” pietanza non riesce, sono sempre loro, i poveri, metabolizzati e digeriti attraverso uno sguardo pasoliniano senza aver capito Pasolini che infatti è tanto morto, ma proprio tanto.

Di solito riesce più facile alienarli , quei poveri, in una periferia sintomatica, una cornice, che esiste però ormai solo nel laboratorio del cinema d’impegno, come luogo preciso, come riserva da analizzare.

Nella realtà invece quelle periferie “altre” sono i nostri quartieri, luoghi che per tornaconto il cinema non vede , troppo impegnato ad organizzare ideologicamente una sarabanda e un appello da tour operator di safari : “Tutti in periferia a vedere le cose vere!”.

Qui addirittura si sceglie la periferia cinematografica per eccellenza, Ostia il luogo della morte di Pasolini stesso e della morte definitiva dei suoi volti, il laboratorio per eccellenza del suo godimento, quello sì vero, e della sua disillusione, il luogo della fine e del collasso dei suoi simboli, i volti, e della sua stessa vita.

Pasolini nel titolo, una sua poesia ispirata da Sartre, e Pasolini nei luoghi, Ostia appunto.

Un’operazione “pasolinina” paradossale perché fatta rimuovendo proprio il pensiero più urticante e radicale del Pasolini del 1975.

Come se il suo discorso ultimo sul genocidio antropologico delle borgate e impossibile dei tanti centri borghesi, un genocidio reso possibile da un medesimo spirito criminale, fascista, che ha le sue basi nel consumo e nella ricerca della ricchezza, Non fosse mai esistito.

Alì e il suo sguardo opaco non è un borgataro semplicemente perché i borgatari non esistono più e in fondo non è nemmeno così povero.

Ma sicuramente le sue mosse di immigrato, il suo agitarsi alla ricerca di un’identità che lo renda un italiano, riescono a pieno, altro che esclusione, facendolo precipitare nell’italiano paradigmatico e puro, ovvero il giovane fascista che è.

Alì è un fascista pieno di vita e senza identità. Ma chi fa il film non lo sa.

Raccontato nel suo quotidiano, un quotidiano a cavallo tra il documentario e la fiction, in cui l’aspetto formale è una regia spericolata e spasmodica che, per scelta e vitalismo, travolge la compostezza ieratica di un Pasolini in nome di una maggiore “contemporaneità”. Una compostezza, quella, frutto di un pensiero e di una scelta e qui sostituita da un nervosismo spastico con la presunzione di un’estetica personale, di uno stile.

Una regia, guarda caso, futurista, in nome del “ritmo del reale” in una periferia che ha solo invece il ritmo dell’identico, della stasi, della palude da cui non si esce. Anche questa dimensione reale completamente persa nel film.

Ma camera a mano e saluto romano non sono poi così distanti come dimostrano i pedinamenti fascisti della televisione (Striscia la notizia )

Prescindendo da queste considerazioni formali e quindi assolutamente minori e scavalcabili se ci fosse una profondità sostanziale, il film invece si rivela e presta il fianco a tutti gli stereotipi di un’ideologia sclerotica.

Il concetto fondamentale che giustifica a priori un film così è un’inattaccabile tautologia: “quando ci vuole ci vuole”. Dopo anni di dittatore pubblicitario, il nostro, bisogna tornare alla realtà. Che però non c’è più e nessuno sembra accorgersene.

Così a questa nobiltà di intenti, non si sa quanto nobile e quanto interessata, risponde l’opacità della realtà vera, che è ormai un reality.

Si possono quindi, dopo tre anni di riprese di un mondo, trasformare in attori anche i più opachi sguardi giovanili di un fascista e non rendersi conto di chi è e cosa fa davvero.

Ecco allora mettersi in moto la macchina compensativa della propaganda, interessatissima ed ideologica, che dal produttore al finanziatore  fino al Premio, discetta sulla Necessità, Urgenza e Denuncia, naturalmente Disperata, di un film che racconti, Finalmente, l’Italia com’è. E a nulla serve il fatto che l’Italia è invece assolutamente un’altra.

Ecco rianimarsi il corteo funebre di maiuscole che appesantisce l’ Arte e la riduce a cadaverico corollario di una Politica della Cultura. In questo gioco manca sempre il pubblico,  proprio lui, che si vorrebbe far riflettere pedagogicamente. Ma nessuno sembra preoccuparsene a conferma che l’impegno civile manca ormai di civitas.

Per gli  autori di questo tipo di opere c’è la necessità, umanamente comprensibilissima, di legittimare il proprio lavoro e nobilitarlo con una sequela di cantilene petulanti che possano giustificare l’opera con il lavoro e l’impegno. L’innegabile sforzo da cinto erniario, da Sisifi immolati al sacro fuoco del cinema, di chi spende tre anni di lavoro sul campo.

Ovvero tre anni di immersione totale e un documentario a monte come prova provata dell’esserci stati davvero ad Ostia e di averci lavorato dentro, con una buona fede assoluta e a tratti commovente e disarmante, per scovare i giovani d’oggi esclusi dalla festa. Togliere l’orpello letterario e registico, la sovrabbondanza di un pensiero e abbandonarsi zelanti all’afasia del loro discorso, poveri cari giovani fascisti.

Tutte le intenzioni sono certamente in buona fede ma aristocratiche e classiste nel risultato: il safari tra i poveri, safari ecologista pieno di rispetto e cura per il proprio oggetto, mai sferzato e giudicato (non sia mai) ma reso in punta di cinepresa. Una freccia senza punte e senza arco, il compitino sbeccato e sporco al punto giusto che tutti si aspettano. Con persino l’azzardo di una mancata sodomia, le rapine, il multiculturalismo, le donne povere care recluse e represse dall’arabo cammelliere finito alle pompe di benzina. Ad Ostia.

D’altronde una presa di posizione avrebbe comportato un pensiero a monte e a valle, proprio Pasolini , e un terribile compromesso con le proprie paure e cioè proprio con Alì e con il suo essere, già a quindici anni, un mostro.

Per mitigarne la mostruosità e ridargli una sua “umanità” si sceglie invece di incastonarlo nella più classica storia d’amore, anima e core, con tutti gli stilemi del desiderio impossibile, perché Alì è così tanto arabo che è meglio che non guardi le donne italiane, così come Nino d’angelo era così tanto povero che è meglio che lascia stare le ricche.

Alì accoltella sì, ma piange pure.

Tutte intenzioni che disarmano ancora di più se si pensa che l’unica cosa sfuggita all’occhio sia della regia sia della sceneggiatura, la vera occasione persa, è proprio il fatto che il pancotto protagonista della storia non solo non c’entra nulla con le tematiche multiculturali e multirazziali ma è invece l’esemplare paradigmatico del genocidio pasoliniano, è cioè un fascista senza radici e senza desideri che non siano i soldi, il consumo, il possesso e la violenza. Un italiano perfetto.

E’ la storia che Pasolini aveva previsto e raccontato prima di essere ammazzato dagli Alì in erba di allora.

La storia, qui raccontata con una purezza che confonde la generosità con la passività,  restituisce Pasolini alla dimenticanza e al suo luogo finale: la tomba.

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