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C’è, sulla porta a vetri smerigliata e resa invisibile dagli addobbi, un cartello in cartoncino verde, quello dove alle elementari si incollavano le foto dei grandi della storia per farne tabelloni completi, cronologie, percorsi, soluzioni, e ora scritto a pennarello nero: “ Gradito appuntamento”

Ma, dentro il negozio da parrucchiere uomo-donna-bambino, non ci sono clienti .

Oggi nessuno si tosa, nessuno si imparrucca, nessuno si incipria di lacche, nessuno si arriccia, si liscia, si tinge o stinge. Eppure il capodanno è alle porte.

Il padre, tempo fa  solo barbiere ora evoluto in parrucchiere, si affanna per ammazzare il tempo sui tasti del suo smartphone a lanciare parole nella piana delle onde elettriche e rimediare appuntamenti sempre disattesi,  in regioni lontane e seducendo divorziande barbute, stanche di sprofondi e forre e natura, stanche di chiese e frazioni e  incrocio sbilenchi buoni solo per i camion, stanche di mobilifici e neon e rumori forti, vogliose dei caraibi che hanno visto in tv, poltrone in alcantara, uomini senza peti ma non troppo romantici, dolci e rudi, amabili principi e rapaci, come lui, Antonio il parrucchiere, dello “Studio Avenue”.

Che però non hanno mai incontrato  ma che  scrive a tutte le cose che loro  hanno sempre pensato. E non deve essere un caso.  Proprio no. Non deve esserlo davvero, non stavolta, perché può diventare  una cosa seria, una cosa da vivere, una cosa loro, in due.

Lei ci crede e con lei le altre.

“E rispondimè !”.  Un cinguettio lo risveglia:“ Se ci tieni a me, me lo devi dimostrare, stavolta.” scrive lei da un altrove.

Lui si spazientisce, quante ne vuole questa,  e scrive ad un’altra che però è momentaneamente off, off line.

Lei lo leggerà dopo e gli risponderà “ Ok” e spererà che ci possa essere qualcosa. Di grande. Sì.

Fuori dalla porta del loro negozio, la figlia giovane, tabagista in calzamaglia lunghi capelli neri e cosce monumentali, succhia come un bambino alla tetta la sua sigaretta e sputa fumo davanti e guarda nell’asfalto sfarinato di buche riempite di sassi e poi lasciate svuotare e poi riempite di nuovo dalla pioggia e dai pneumatici di chi passa.

Guarda e cerca un punto rimasto fermo da ieri, un’ombra, qualcosa che resti.

Pensa al tabellone di cartone appeso in fondo al muro nell’aula delle scuole.

Pensa a quanto era Natale allora, che c’erano i regali, che la scuola chiudeva, e che tutto quel grande quadro fatto con i pezzi di giornale e figurine, foto colla e forbici, lo avevano fatto loro dentro l’aula e avevano spostato i banchi per farlo, scompaginato tutto, innevato il pavimento di coriandoli di carta.  E che quello era sempre il momento più bello di tutto l’anno a scuola.

Cosa c’era incollato?

Pensa che le sarebbe piaciuto tenersene uno di quei cartoni, arrotolarlo per bene senza fare scollare i pezzi, senza farlo ingiallire alla luce per tenerlo in uno scrigno tutto suo, accanto ai suoi diari di poi,tanti e  ingrassati di adesivi, decalcomanie e segreti, pieni di tanti Ti amo e tanti cuori disegnati o appiccicati, così rossi come giallo era il sole degli smile. Ma non si rideva poi così tanto neanche allora.

Ora le sarebbe piaciuto avere tutto per sé e tutto  chiuso in una scatola, la sua roba nella sua tana a riposare in una soffitta che. ..

“ Chiuedemo pà?” .

Il fumo della sigaretta sparisce nel cielo, la cicca rotola a terra, la porta si apre e fa suonare le campanelle di plastica dorata . Lei rientra. Guarda il padre che la fissa per un istante come un mistero, con un rimorso che viene dal tempo andato e il tempo è pronto ad accogliere lui e lei, le loro sigarette le loro avventure i loro ricordi . E dimenticarli.

“Chiudemo.”

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