La torbida tristezza nella terra del son (parte prima)

Parte prima : Teschio.

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Un movimento pastoso di fantasmi, come se la loro trasparenza li travasi uno nell’altro, uno sull’altro, senza avere il perimetro per distinguerli e tenerli lontani, tutti abbracciati, tutti sciolti in un pulviscolo, tutti insieme.

Questa è l’Havana a notte fonda. E il mare è blu a Cuba, il vento caldo della sera è così anche di giorno, cioè caldo, non c’è molto di poetico ed esotico tranne che ogni stasi diventa corpo che si spezza e muove, ogni silenzio lascia il posto al rumore.

Perché se viaggi da solo, quasi da clandestino e in disparte, in fondo a un pullman o a una corriera e, un camion, con la faccia di gomma di un assente che hai montato per sparire, qualcuno ti si avvicina sempre, qualcuno solo come te e sempre alla ricerca di un complice, di una confessione e di una parola, vuole parlarti di loro, vuole sapere se sei come loro, vuole  che tu sia come loro.

Il primo sei tu che ti accosti in un parcheggio dove la corriera sfiata e riposa nella notte e fa scendere tutti, persa nei campi che un tempo erano agricoltura. Arrivi all’alba arrivi all’ora del lutto del mattino e prima di sederti accanto a me pulisci il sedile, sei italiano, certo. Hai la testa rinsecchita fino allo scheletro delle mascelle e le tempie incavate che rientrano come un’insenatura, ma senza acqua, hai uno sguardo goloso.

Sei un teschio.

Mi dici che molti vengono lì per le ragazze e che anche tu, lo ammetti, sei lì anche per quello, ma poi capisci di avermi detto troppo e allora sei lì per l’amore che però qui dove siamo io e te non c’è, me lo assicuri tu, e che gli altri s’illudono e che tu invece hai capito quanto è lontana quella possibilità. E così preferisci pagare per avere il tuo, quello che ti spetta visto che hai quasi sessanta anni, visto che non vuoi essere amato, ma sono loro a volerlo, mi dici, me lo assicuri, certo, sono loro a volerti così. E hai diritto a rifarti una vita, t’impunti su questo, senza disfarla mai davvero, perché loro non le sposi e a Trento ci torni sempre e hai la tua tana altrove, tra i monti.

E molti dei tuoi amici che hai lasciato in Italia invece si sono illusi e le hanno sposate, le cubane che alleviano la sera, le hanno salvate, ma poi loro, che sono giovani e belle e abituate a Cuba che qui è tutto diverso, volevano uscire la sera a far festa e lasciavano i vecchi italiani soli, nella casa trentina esattamente com’erano prima di incontrarle e come sei tu ora, alla finestra. Mi capisci? Sì ti capisco.

Penso a Trento la sera e alle giovani cubane che vagano tra geli e locali chiusi a cercare qualcosa da festeggiare o almeno da bere. Che non sia la noia e il freddo o la grappa e che pensano solo che alla fine torneranno tutte qui.

Teschio ci tiene a specificare tutto, perché di tempo ne abbiamo tanto, la corriera si è rotta, la notte non intende albeggiare e lui vuole entrare nei particolari ed essere preciso quasi ci tenesse a farmi questo di definizione e ordine.

Mi racconta che una volta ne ha trovata una che si lavava con il suo spazzolino, il mio mi capisci? lo spazzolino che teschio ha portato dall’Italia per i suoi denti, quelli di lui non di lei.

E che, mi dice, vederla che muoveva il mio spazzolino nella sua bocca mi ha fatto davvero schifo nonostante poi, tu lo sai, afferma sicuro, quando poi stai con queste gli metti la lingua ovunque.

Annuisce.

E intanto che lo dice se la controlla in bocca la lingua, per assicurarsi di non averla persa e intanto che me lo dice me lo immagino con la fronte imperlata di sudore, all’alba e al canto del gallo, in ginocchio di fronte a qualche branda, impegnato a scavare nelle immense cosce di una sconosciuta con la sua lingua spugnosa attento però a non sporcarsi troppo. Una chica per la notte.

Teschio indossa un pantalone multi tasca e multifunzione, con l’elastico che permette di calarlo in fretta nel caso di un consumo veloce o di una slavina e di adattarsi al lievitare delle trippe, allo slabbramento dei confini di carne, la sua.

E ama tutte quelle tasche perché non vuole perdere nulla in quella terra ostile, non uno spiccio da mezzo dollaro, non i tre cok di moneta locale che conserva per portarli al nipote, perché lui ha un nipote cui forse racconta che l’ultima donna di qui gli ha fregato lo spazzolino per lavarsi i suoi denti e forse deve anche spiegargli che le donne dell’isola hanno i denti come loro in Trentino.

A me poi tiene a specificare proprio tutto; con quella precisione vera dote del chirurgo o del mostro o delle due cose insieme, il serial killer ad esempio, con tutte le cose al posto giusto nella sua memoria che adesso teschio ha deciso che deve diventare anche la mia.

Mi fa vedere un grumo di spazzolini che tiene in valigia, legati con l’elastico e l’arcobaleno di colori e setole, perché lui da allora non dimentica mai di portarne qualcuno dall’Italia per regalarglielo prima a quelle.

E poi mi dice un’altra volta che lui non si fa fregare e va con molte e non vuole certo sposarle e non vuole amarle.

Ma prendere e dare in fretta invece lo vuole.

Un’altra, dice paonazzo, gli ha rubato il gel, a lui il suo gel come il suo spazzolino.

Lo guardo attentamente e non capisco, mi dice che lei che aveva i capelli crespi ha rubato a lui il gel per allisciarseli. Mi capisci?

Questa volta no, non ti capisco, perché teschio hai il gel se sei quasi calvo?

Mi dice che lui sta attento agli aerei, e che prima di partire controlla i modelli e mi specifica una serie di sigle di aeree flotte ed io annuisco stupefatto e me le abbina al rischio di morte e solo allora mi accorgo che ha una montatura di occhiali da contabile, quelle fini da ragioniere attento ai numeri che vive tra i faldoni.

Me le immagino da solo chiuso nel suo maso a contare fette di bresaola per assicurarsi che nessuno abbia rubato qualcosa mentre lui non c’era o dormiva.

E poi me lo vedo affacciarsi sulla valle e dire la cosa più giusta in quel momento e più precisa e più sentita per lui: questa è una valle.

Me le immagino tornare indietro e ruminare fette di spressa ripassate sulla lingua curiosa, alla ricerca di un gusto che non c’è, non c’è mai stato in quel formaggio teschio!

E immagino teschio che prepara gli oggetti prima di partire, e controlla le sigle e tutti gli oggetti della sua mania, me lo vedo che conta i preservativi per classificare il numero e il tipo di scopate al rientro, in un grande quaderno con magari una renna o uno sci disegnati sopra.

E lo vedo che scava con una pinzetta, lo vedo che si cura il pizzetto tagliuzzandolo e addomesticandolo preciso come una siepe, pizzetto posato sul suo viso come un addobbo che serva a dargli una forma meno ossuta, un completamento, un mento, una fine che non sia l’atroce mandibola da scheletro.

Poi mi indica la tasca multifunzionale del suo pantalone da pescatore e da campeggiatore di cime innevate o semplice turista previdente qual è lui.

C’è un bozzo.

Sarà mica il cazzo teso per il racconto? Mi fa capire che la cosa non è un organo meccanico o un sovrappiù di priapismo, è l’amuchina, per lavare tutti germi perché teschio è preciso e mi racconta che ogni volta che cambia casa a Cuba, pulisce la tavola dei nuovi cessi, con un piacere immenso va diretto in bagno lui, non in camera da letto, non si fa fregare, lo sa che qui sul letto mettono la trapunta migliore per fare sembrare la camera bella e fargliela affittare subito, ma lui no, lui non si fa fregare, è nel bagno che bisogna andare subito mi dice. Subito. Pulisce tutte le tavole dei cessi che frequenta, tutte quante, e quando la tavola non c’è, cioè molto spesso, lui si incaglia a pensare ossessioni e abissi e ipocondrie, dov’è?

Ma non lo fregano, cambia casa lui, la cambia in fretta se la tavola non c’è, mi dice, e nella nuova va subito a vedere se è come l’altra e si affretta, curioso e armato di amuchina, verso la tavola da cesso.

Nipote mio mi riconosci? Sono teschio, tuo zio, sono qui a pulire le tavole dei cessi ai Caraibi, lo faccio per il futuro del Trentino, per le malattie, perché vado a puttane ma torno con le chiappe linde nelle nostre valli.

E lo vedo nell’aereo che ha scelto studiando meticolosamente la sigla e conoscendone i bulloni, sigla giusta e giusti bulloni, mentre precipita per il destino, ma non prima di essersi lavato a fondo nel bagno e avere anche lì lavato la tavola e ripetere tutti i gesti pensando al nipote mentre l’aereo si sfracella e con lui la storia dei modelli degli aeroplani tarati e tutti i difetti che lui conosce e tutti i nomi di tutti i bulloni, che lui ci tiene alla vita.

Che lui ha ora il suo gel e se non ci sono i capelli non ha importanza può sempre stendere i liquidi uno a fianco all’altro per fare geometrie, amuchina e gel, può sempre preoccuparsi di tenere tutto in ordine mentre la lingua gli sfugge altrove.

Perché, amico tu lo sai, me l’hai detto tu che quando poi stai con queste gli metti la lingua ovunque, la tua lingua ti sfugge altrove, la lingua, la tua teschio, me l’hai detto tu, è desiderio e ha una vita propria e va a gustare gli anfratti dove l’ amuchina non c’è, dove è la lingua a bagnare e pulire, la tua.

Una chica per la notte.

Poi per un anno mi racconti che vi siete scritti, tu e lei, che ti eri illuso, ma ora no, ora hai capito chi merita e chi no, perché in fondo nessuno osa uscire da questa torbida tristezza del destino.

Uno m’invita alla lotta dei galli, resta a guardarli con noi mi dice, quando ti ricapita, nella lotta, sai, un gallo muore sempre. E l’amore, come nella vita, saluta il trionfatore non gli altri, l’amore saluta il trionfatore non il gallo che muore, l’amore saluta gli altri, non teschio, questo lui lo sa.

Che quando ritorni a Trento devi svegliarti ogni giorno e sentire che dietro la porta bussa il lutto del mattino, quello di tutti noi travolti dalle angosce.

Ma sai anche tu che si può arrivare a sera almeno per oggi senza strapparsi la lingua dalle tonsille, la lingua che cerca la puttana, senza piangere per un ricordo vano o per l’ombra che hai accanto, l’ombra che insegue l’ombra, l’ombra del gallo morto e della puttana viva, l’ombra che la sera si getta nel catino della notte per disfarsi e sparire nel nero.

Ma tu Teschio delle ombre non me ne parli mai, la luce la vedi così, tutta lucente, senza sfumature e senza temperatura, senza colori, e guardi fuori verso la valle e puoi dire la cosa più giusta in quel momento e più precisa e più sentita per te: questa è una valle.

L’aria che entra nei polmoni è la nostra l’aria che ci scambiamo ma per te, mi dici, è piena di germi e serve solo per reggere in cielo le zanzare che mordono e infettano.

Ogni cosa punge e sfugge all’ordine che avevi preparato, le tavole dei cessi spariscono o si sporcano di nuovo a tua insaputa, non si lasciano trovare, il gallo morto risorge e ti viene a cercare.

La malattia qui è sempre un destino e così mi raccontano che il corpo è tutt’uno con le sue parti e i pezzi risuonano insieme come l’aria negli strumenti di vento, la tromba e il trombone.

E che a chi si ammala lo stomaco, mi dicono qui, è il polpaccio che devi massaggiare, è la gamba che è incollata allo stomaco che fa male, è la coscia che deve essere premute poi rilasciata per non sentire dolore in pancia. Non ci credo e lo sanno, per questo poi mi chiedono se so a cosa è legato l’occhio. L’occhio che vede e scruta che qui è sempre pronto per l’allerta. L’occhio che serve alla vita. È legato ai piedi mi chiedo? L’occhio è legato alle mani, alle braccia, a cosa? Al culo, mi dicono, che se tiri un pelo dal fondo di quello e lo strappi via nell’occhio esce una lacrima e questa è la prova. L’occhio qui ha la radice in culo. E ridono forte perché è tutto vero anche l’invenzione anche il trucco anche la speranza.

In fondo nessuno qui osa uscire da questa torbida tristezza e se anche si canta e si suona, si canta sempre un destino, solo per questo la musica esce così buona, dagli strumenti di vento e dalla conga, con una malinconia che s’incendia per ogni cuore persino quello dei sobri.

Una malinconia che lo stringe fino a quando non si rimette a pulsare, fino a quando la nostalgia accetta di diventare una polvere, fino a quando non si accetta di farsi invadere dalla musica e dal rum nella casa dell’anima a disordinare la tristezza che c’eravamo apparecchiata, lindata di amuchine, di spazzolini da tenere stretti come una reliquia privata, come la vera proprietà. Perché questa è una valle certo ma non solo.

Qui raccontano che la torre e il pozzo hanno la misura uguale, che un uomo crudele un giorno promise ai suoi due figli una donna e li sfidò a costruire uno la torre più alta l’altro il pozzo più profondo. E quando entrambi ebbero finito le misure davano però lo stesso numero: la torre uguale al pozzo e il pozzo uguale alla torre. Fu così che la donna l’uomo se la tenne per sé. Hai pensieri tuoi e i tuoi altrove, i tuoi pozzi e le tue torri, mentre succhi il cazzo di Teschio in qualche stanza vicino a piazza della rivoluzione e Teschio non gode perché pensa già a quando si laverà a fondo, fino a grattugiataselo, fino a spolparselo con uno spazzolino. L’amore tuo è disteso sulle lenzuola, tra le piante ingrassate di sabbia e ricolme di pioggia, l’amore tuo ascolta il canto dell’aura che non vola più così in alto perché è scesa a mangiare e cacciare con il sangue tra i denti e il cibo, vapore di fuoco, poche briciole anche per te, amore suo.

Una torbida tristezza negli occhi ricolmi e forse dopo piangi anche per lui ma non mentre ti scopa sul letto in fondo alle macerie riassestate, rabberciate e ricomposte e gli insegni come si rianima un burattino, che sei tu, come si ripete un destino, che è il tuo sempre uguale, come si ricompone un corpo per servirlo a lui, il tuo, amore mio.

Ma in bagno brilla una tavola del cesso pulita davvero di fresco, linda come non mai, con tutte le sfumature della luce, forse la stessa che si vede nella valle dal tuo maso dove la torre e il pozzo hanno l’altezza uguale ed è come se la torre scende ed il pozzo sale.

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