L’uomo dell’arca

 

 

 

 

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L’uomo dell’arca

 

Ogni ora del giorno in autunno una pioggia insistente non lasciava molto spazio al desiderio ma più alla necessità di raccogliersi, chiudersi in casa, proteggersi. Pioggia intensa, battente, incessante, che penetrava ovunque non scalfendo nulla ma facendo dei paesaggi qualcosa di ostile.

Così Edoardo Berselli, passione smodata per il collezionismo di bottiglie mignon, si convinse che tutta quell’acqua non era la quantità solita, che tutta quella pioggia insensata non era la solita pioggia. Era invece il diluvio universale.

Era toccato proprio a lui scoprirlo, non una cosa da poco intendiamoci, non un piccolo privilegio per un uomo che aveva convissuto fino ad allora con un anonimato crudele, l’anonimo inutile, il solo contratto.

Uomo inutile e mite, buono per necessità e anche uomo per necessità, perché senza oggetti o persone su cui scatenare la sua cattiveria o con cui parlare, privo di affetti e forse, proprio per questo, ora, l’eletto. Lui lo sapeva, lo sentiva e non poteva sbagliarsi, era toccato a lui prevedere il diluvio.

Iniziato al sesso da una pubblicità furtiva del silicone sigillante, con turpi desideri di accoppiamento acrobatico, Edmondo aveva imparato a conciliare le sue voglie con la sua mano destra.

Entrambi procedevano all’unisono  in un arroccamento  fantastico e ritmato, un accumulo di mattoni a costruire la reggia di adolescenti inquiete e adoranti, visioni mozzafiato, approcci inaspettati  di donne alle  poste e al cinema, sull autobus e al bar, sempre compiacenti in uno desidero  che lui scatenava in loro e nei suoi sogni, in ogni stagione, desiderio  inamidato dall’umidità dell’afa estiva o mitigato dal freddo pungente della solitudine.

Lui, l’uomo da amare.

Edmondo non voleva  scontentare nessuno. Lo picchiavano spesso in testa dopo avergli rubato il pallone, quindi  affannose rincorse e poi pianti  nell’anfratto dei portoni  ed essere picchiato di nuovo, il giorno dopo, sempre sulla testa, la sua, sempre più forte, per stimolargli una qualche resistenza o reazione,  che era già solo quella.

Il pallone lo riconquistava  per il gesto salvifico di un capo  che tacitava gli altri, i più sadici e capaci, e li esortava a ridargli, dopo magari averlo picchiato ancora un po’ e mentre  si affannava a raccoglierla e portarsela via, la sua palla.

E’ mia, pensava abbracciandola e scappando via.

Mia.

Si era accorto da subito di essere brutto, di una bruttezza cattiva, quella che concilia l’opacità del viso con l’evidenza del banale, con il nulla di unico, con il vitreo di un corpo prescindibile. Trasparente nei gesti, atono nelle parole, sparito nelle espressioni  che lui simulava e accentuava per farle virili, davanti ad uno specchio:  ti sorriderò così e non potrai resistermi.

Prima o poi. Lui, l’uomo da amare.

Le donne erano per lui l’idea,  il paradigma,  l’assemblaggio sapiente e irreale di pornografie sgraffignate, prima con l’incertezza della pudicizia e poi con il rancore e l’ansia del bulimico, donne inesatte perché sultane del porno, irreali, che gli esaurivano le possibilità fantastiche, la bramosia del cazzo, presente, recriminatorio, pieno di vita, esso.

Un cazzo che per uno scherzo della natura era enorme, invadente, perennemente turgido e sul proscenio della sua vita con la platea vuota,  un cazzo vivo a cui, pensava, manca solo la parola.

Parla, parlami.

Coso capace di annacquare ogni pensiero di logica e consequenzialità, spezzare  ogni linearità razionale e ogni intento di concentrazione, ogni proposito di redenzione e progetto a lungo termine.

Cazzo di merda, pensava ogni tanto, almeno parlami!

La  richiesta incessante e quotidiana di essere lavorato, spurgato e smanettato a dovere,  per placare la presenza, come un’ombra, un alter ego, una fissità totemica ma dotata di propri fluidi.

Edmondo aveva provato ad  impegnarsi in qualcosa, aveva  sentito il fascino  per la cultura e da questa aveva saccheggiato nozioni e frasi che componevano il suo armamentario di aforismi da esibire.

A chi?

La sua costellazione di possibilità dialettiche, la sua recita di lunghe retoriche, discorsi arzigogolati sui grandi temi del mondo, scenari con lui  assiso su scranni e tribunali a pontificare futuri.

Davanti, centinaia di amicizie sempre nuove, prestigiose persino,  raffinati intellettuali prima, autorità  incontestabili poi ed  infine le più utili e prosaiche donne procaci che scatenavano il totem , naturale approdo di un miscuglio confuso di pensieri e dogmi, nozioni e dibattiti alti nella sua mente che finivano in  sperma. Tantissimo.

Cercava la bella mossa, il colpo a sorpresa il ko tecnico mentre parlava con qualche donna  immaginaria e si scopriva in bocca parole evocative come inconscio, sublime,amore, parole  francesi e polacche che chissà dove aveva letto, saggisti e registi pieni di k e h nei cognomi come nei nomi, ma dal sicuro effetto, se pronunciati correttamente.

La sua frase  a conclusione del suo monologo interiore era: ” Sarà anche un grande artista ma umanamente non vale nulla” E si aspettava assensi e simulava complicità e riceveva il vento muto della sera.

Nella vischiosità di un avverbio, umanamente, lui riponeva tutto il suo riscatto, giudicare l’umanità con il suo coefficiente dell’umano, lui che umanamente era sempre stato impeccabile almeno per gli altri cioè tutti quelli mai incontrati.

Ora tutta quella pioggia, da ore e ore, da giorni. Forse un segnale? Un segnale, certo! Forse l’occasione? L’occasione, certo!

Il momento del diluvio.

Era stato chiamato ad una missione, lo sapeva benissimo, lo sentiva.

Ma come fare? Come salvare una specie per ogni cosa vivente? Come costruire l’arca?

L’arca, già, la prima cosa da fare doveva essere senz’altro quella: costruire l’arca.

Con anche un posto segreto per il suo pallone.

 

 

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