imgres

 

E’ triste vivere senza conoscere un baribalo. Un Maschio adulto raggiunge il peso di trecentocinquanta chili.  La sua stagione di caccia finisce con la caduta delle prime nevi.

Questo io lo so. Ma gli altri? Tutti gli altri?

Tutti gli altri che non lo sanno e non lo pensano nemmeno? Che credono in cose futili come macchine e telefonini e le mode e cose leggere quindi, non sanno e non immaginano e non amano il masua rosso. Capite?

Nelle profonde e nere ombre del Nicaragua gli alberi si agitano uno dopo l’altro come se soffiasse una violenta tempesta. Il fruscio di una presenza che corre nella notte e scompare tra il fitto fogliame e le nebbie dell’umidità che sale dalla terra viva.

Un’iguana si getta a capofitto dai rami, spaventata si raddrizza e cerca di prendere la fuga. Non suda perché non suda, le iguane non sudano. O sudano? Eppure sente di poter morire, la sua scorza verde e umida si irrora di qualcosa e pulsa orrore e comincia a correre e guizzare. Mentre voi ve ne state in un camerino a provare abiti, l’iguana suda.

Solo allora, fiutato il terrore, arriva l’ombra dai rami, casca in terra la bestia , è il masua. Proprio lui. Il masua rosso balza addosso all’iguana nemmeno troppo stanca e la fa  pezzi e voi indossate pantaloni nuovi e vi girate per vedere se calzano a pennello e se non esondano lardelli dai lati, voi che non sapete, che fingete di ignorare, voi che guardate altrove per non capire a fondo il dramma dell’iguana.

Il Masua ha il corpo lungo circa sessanta centimetri, il muso appuntito e si nutre di frutti, uccelli, uova e lucertole, che caccia in gruppi composti da sei a venti individui.

Non uno, non due ma sei o venti. Individui, capite, comunità e amici del masua, masua come lui. Tutti insieme.

Questo io lo so. Ma gli altri? Tutti gli altri?

Fingono o sono davvero così, assenti alla verità?

Tutti gli altri che non lo sanno e non lo pensano nemmeno, non perdono nemmeno un minuto della loro vita ad immaginare il Nicaragua e il fitto della vegetazione e l’opprimente alternarsi di rumori al limitare del bosco e nelle ombre della giungla, cose vive che strisciano, terre che si sfarinano radici che affondano o sbalzano fuori dalla terra.  Che credono,  cosa credono, in cosa,  gli altri? Che tutto ciò non esita?

Facile, sì facile, qui lo voglio dire e denunciare, pensare a cose futili e non sapere e non immaginare e non pensare mai al Lincodonte della Patagonia.

Per loro, per tutti loro,  ci sarà salvezza?

Mia figlia si diploma in erboristeria il prossimo 23 luglio. Un sera, durante un blackout, l’ho scoperta a sfogliare nel buio spesso della notte un libro. Le sue mani rachitiche e i suoi occhi grandi come quelli di un rettile, due bulbi, evasi dalla orbite, luminescenti.

Tutta scomposta come sempre, di sbieco, che si rovina la postura la figlia mia. Ma sveglia e studiosa e attenta anche se nel mezzo di un’ora impossibile.

Non vedevo nulla e lei qualcosa e non sapeva che io non dormivo per pensare anche per lei al Lincodonte.

Non vedevo nulla, ma poi pian piano e grazie anche alle sue parole sussurrate nell’ombra, che mi sembravano sconnesse e quasi un grugnito,  mi sono apparsi tanti rami e foglie e terriccio e cortecce e petali dai nomi antichi. E lei leggeva anche per me cose che solo lei sa, biascicava una litania mentre mi sedevo al tavolo a guardarla da lontano, bella nonostante gli occhi gettati.

La clarchia ad esempio.

Il botanico William Clark nei primi anni dell’Ottocento  scoprì questi fiori sulle Montagne Rocciose. Le tribù indie che vivevano in quei luoghi, usavano incoronare con i fiori di Clarchia le vergini del villaggio prima del matrimonio.
Questi fiori possono essere coltivati sia in balcone che in giardino mi dicevi sussurrando e intanto io mi sarei anche assopito del tutto, trovando un balsamo nelle tue parole fiorite.

Sì l’avrei fatto se …
Nel linguaggio dei fiori, la Clarchia simboleggia la “fantasia”.

E io? E tutti gli altri?

Questo mia figlia lo sa e di notte sembra saperlo meglio, mentre scruta disegni botanici e li attraversa con le dita affusolate e sta attenta a non essere scoperta da nessuno, nemmeno da me, perché nel cuore del buio si guarda attorno a cercare qualche ronzio, qualche iguana da mangiare , ne sono certo, o stupidi insetti, macchine volanti da appiccicare sulla sua lingua spugnosa che come una frusta, quando è sola, fa schioccare nell’aria per prendere, triturare e inghiottire.

Nulla la deve disturbare, tranne la consapevolezza ansiosa che né io né tutti gli altri possiamo  mai capire davvero, per sempre,  l’importanza e l’amore dovuto alla notte, alle fronde, ai rumori che lei sente anche per me, nell’ignoto spazio profondo, nelle nervature del legno, nei petali sui libri, nelle terre lontane.

 

Annunci

Un pensiero su “L’amante della natura

  1. bel racconto, ossessivo, evocativo nonché sviluppato di sbieco, specie nel finale.
    : )
    mi sono soffermato anch’io a pensare al lincodonte della patagonia. a come s’erge sulle zampette posteriori per scrutare l’orizzonte e scovare la tana d’un cotrespolo muschiato, sua preda preferita… mio figlio invece è un bradipo: cheddici, lo accoppiamo con tua figlia?
    : ))

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...