la foresta

Ammettiamolo senza indugi:  anche io elettore di Grillo ho contribuito ad eleggere dei perfetti dementi che, forse proprio in quanto tali, mi rappresentano.

Un cretino illuso può eleggere soprattutto  cretini.

Il perché lo abbia fatto mi sembra una domanda assurda: non potevo fare altrimenti e l’ho fatto convinto e speranzoso.

Non potevo fare altrimenti anche grazie alla legge elettorale che i partiti, in una fede avariata nel loro potere,  ci hanno consegnato per perpetuarsi, per rieleggere cioè i loro vassalli e zerbini il cui unico merito  di vita è essere stati pappagalli addomesticati, aver trovato un alveo alla loro miseria e al loro masochismo di soccombenti per un tempo così lungo che persino uno schiavo avrebbe trovato la forza quantomeno per suicidarsi, io come altri non abbiamo scelto alcunché.

Una legge cioè senza il voto di preferenza, senza alcun confronto democratico sulle storie e le competenze dei singoli, che ha ridotto il dibattito pubblico ad uno spettacolo blaterante di questa ortodossia oligarchica di zombie sicumerici, abili ad usare il concetto di democrazia  per spiegare la propria inesistente superiorità morale  ma incoerenti e costretti a negare la democrazia stessa ogni giorno nelle leggi che approvano e conservano  per mantenersi in vita. Almeno fino a ieri, prima di essere travolti.

Ora i grillini sono in tutta evidenza  gente senza storia, senza nessuna arte del compromesso o della politica, esangui senza alcuna retorica, nemmeno quella del loro nuovo potere,   animati da una teologia di muggiti informatici.

Senza un pensiero sufficiente per pensare la vastità delle sfaccettature  e dei toni medi e ancor meno in grado di analizzare  i microcosmi di cui la complessità stessa è composta . In grado però di ripetere sempre un vocabolario pericolosamente medio, quella mediocrità tipica dell’universitario italiano colto quel che basta per essere ignorante,  quella spocchia risolutiva da moralisti sdentati ma affamati più dei ladri che vogliono cacciare, che quantomeno sono già satolli;  infuriati  contro un nemico che è già morto.

Rappresentanti perfetti di un ceto medio marsupiale come tutti noi, mammario, pragmatico nei pasticci e piagnone nei rimpianti,  feroce e ansioso nell’utopia della palingenesi,  saltando però tutti i passaggi per renderla possibile.

Dei barbari.

Animati dal più orrido buon senso quando va bene mentre, quando va male, dall’istinto propulsivo della vendetta contro quelli che ora odiano e che fino a ieri eleggevano.

Insomma  propugnatori di uno sparo per ora a salve senza avere la mira di colpire alcunché, nemmeno le proprie pudende.

Eppure c’è un altrove oltre il cretino.

La conseguenza  più tragica o comica di questa presenza inquietante di totali incompetenti, una foresta anonima e in movimento, un agitarsi di fronde,   è che le loro afasie, i loro balbettamenti sacerdotali e identitari finalizzati al  “serriamo le fila”, senza peraltro essere assediati da nessuno, i loro abulici rancori per ora senza vera violenza perché privi di un oggetto reale avendo davanti dei cadaveri, la loro mancanza di vera tristezza, il loro pragmatismo che riduce la complessità al gioco dell’oca virtuale, tutti questi loro difetti che potrebbero farli sparire in un attimo, invece funzionano perfettamente.

E funzionano semplicemente perché ridotti al mutismo, all’assenza,  a quella che chiamerò la sindrome di Oltre il giardino come nel  film con Peter Sellers. Come  il protagonista di “Oltre il giardino” il sistema non li capisce perché sono dei completi dementi e non c’è nulla da capire, non c’è alcun progetto, ma intanto il sistema li teme i e li legittima,  mentre si autodistrugge per paura che ci sia qualche verità in loro e per il terrore di un virus che sente  già inoculato.

Grillo non serve più.

Luogo per eccellenza di questo suicidio collettivo è “l’approfondimento” televisivo e che ha nel proprio etimo l’idea di fondo, fossa, fondale; il circo mediatico degli indaffarati esperti, esperti quasi sempre di nulla ma ora  orfani di verità consolidate e consolanti e di toponomastiche in cui  collocarsi:  nella placenta ora di destra ora di sinistra di un banchetto che non ha più il tavolo e le sedie e li vede aggirarsi  come zombie senza testa cercando esegesi al nulla e cibarie perdute.

Più parlano, più blaterano, più si accusano , più svaniscono in polvere. Più fanno il gioco del nemico assente, più lo resuscitano. Grillo non serve più.

Ieri mentre trapassavo sul divano da una pizza fetida con birra ad un sonno tombale, in un panorama onirico molto simile ad un incubo, si stagliavano di fronte a me le ombre del televisore accesso dove un Bruno Vespa, sciolto dai soliti guinzagli di servile vassallaggio, poteva dare libero sfogo al suo talento innato di diplomatico servo, alle sue sulfuree pose da gran cerimoniere e orrido camaleonte ma questa volta trasformato, suo malgrado, in brillante becchino.

Cercava di tirare fuori qualcosa dai suoi ospiti, di spremere da loro qualche goccia residuale, una vita  da quelli che una volta erano i suoi padroni e amici munifici , qualche prospettiva per sé e quindi per  loro.

Ma niente.

Invece di rispondere ai suoi più che legittimi dubbi, persino intelligenti e acuti, loro  si esercitavano in  rabbiosi e atletici  rinfacci, in un’opera magistrale di antropofagia reciproca e senza che fosse necessario  il terzo incomodo, ovvero il loro boia e vero cannibale, Beppe Grillo.

Dalla fisiognomica dei corpi,  al tentativo diplomatico del realista Vespa,  fino ad un minuetto di danze dialettiche tra reduci da suffumigi di cocaina o lexotan o glorie andate o privilegi in bilico, l’unica cosa che appariva certa e che inquietava lo stesso Vespa, stranamente il più pragmatico di tutti,  era il terrore puro.

Terrorizzati dall’assente “pieno di idee”,   un comico,  e pronti ad attribuirgli e copiargli i  programmi che lo stesso non ha e non può avere vista la pochezza delirante delle sue visioni, hanno cominciato un’ opera puntigliosa di sbranamento vicendevole, una consunzione funeraria, un decadimento delle croste in piaghe, un’esplosione dei gonfiori in putrescenze e liquami.

La  decomposizione vera e propria e in diretta, aiutandosi tra di loro in un’ orgia di accuse reciproche, tutte peraltro vere e quindi schiaccianti;  in questa spoliazione delle vesti e della pelle, in questa rinuncia alle armature anche solo di una vaga tradizione, alle  scatole che fino ad oggi li avevano tenuti in piedi,  fatti sembrare persino necessari a qualcosa che non sanno più nemmeno loro cosa sia.

Non ricordano le loro colpe, ma tutte quelle degli altri, e con ampi rimandi documentati riescono ad accusarsi senza dire mai i nomi e cognomi ;  si appellano a presenze confessionali su cui scaricare tutti i loro crediti inesigibili: il centro destra e il centro sinistra, unità fantasmagoriche che gli ruminano in bocca, mentre schiumano la dimenticanza.

Concetti e luoghi della storia sofferta da altri, quelli dei diritti conquistati e della resistenza ad esempio, e ora  ridotti ad essere incarnati dai loro volti patibolari, persino a volte giovani,  volti che da soli parlano molto di più di qualunque  programma.

Un teatro in cui satire e sospiri sembrano ugualmente legittimi. Un pozzo da scalare con le unghie. Rinchiusi in un castello circondato dalla foresta che, contro ogni logica, avanza minacciosa verso Macbeth e gli fa dire : “La vita è solo un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un’ora sulla scena e poi cade nell’oblio: la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di foga, e che non significa nulla”

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Un pensiero su “Zombie, Macbeth, Grillo, Bruno Vespa e Peter Sellers: oltre il cretino.

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