Breatney

Il primo film di Korine, Gummo, è del 1997. Un anno decisivo per le false sorti progressive del mondo, Bill Clinton  inizia il suo secondo mandato e Tony Blair, dopo diciotto anni di governo conservatore, diventa il più giovane primo ministro di “sinistra” del Regno Unito.

E’ l’anno della fine dell’immaginario classico con la sua celebrazione più spettacolare e costosa, con un suo prodotto irripetibile, ovvero il funereo, bellissimo e profetico Titanic. Sembra che tutto vada per il meglio, persino per il cinema, Titanic viene dichiarato il film più visto della storia del cinema.

Solo l’industria del videogioco azzarda un mondo anarcoide e marcio con l’uscita, proprio in quell’anno  di Grand Theft auto, primo capitolo urbano di una saga multimilionaria e ultraviolenta con protagonista un criminale.    Gummo sceglie un’altra strada e  ci racconta l’economia di un fallimento sociale collettivo, la cui base, il cui cemento e fondamento, è un godimento senza oggetto, capitalista,nevrotico, ma ancora sofferente.

Ce lo racconta da una periferia vera , Xenia,  dove sembrano essere sopravvissuti solo adolescenti, orfani,  una provincia americana dell’Ohio, realmente colpita da un tornado di nome Gummo. La capacità del ventitreenne esordiente, che nel film appare ubriaco fradicio e racconta di sua madre ad un nano di colore,  è tutta nello smontare le interpretazioni possibili: al sadismo segue la tenerezza, al ritmo segue la pausa, alla bellezza il mostruoso, ad una storia se ne accavalla un’altra, agli adolescenti perduti si susseguono gli adulti assenti, ai movimenti della macchina da presa, la stasi delle foto di ambienti e volti, ai dialoghi sensati un profluvio di parole afone. La sua forza è nello sfuggire fin da subito alla tassonomia, alla rete di relazioni, all’inventario di temi che pure in Gummo sono tanti: incesto, omosessualità, droghe, malattie,povertà, crisi dell’adolescenza, crisi delle figure genitoriali

In un contesto altro, un altrove mefitico e devastato dalla natura,  questi giovani sembrano tutti il terzo tempo del Titanic.  Sopravvissuti al disastro non resta loro che diventare drogati, abusati, sminuzzati. E resistere nonostante tutto.  Se il desiderio in questi giovani è , come in tutti, il desiderio dell’altro, cioè l’essere amati, Korine li getta e si getta da subito in un mondo dove l’altro , l’amore dell’altro, può essere dato solo dai propri coetanei.

Il film si chiude con la canzone Crying di Roy Orbison, struggente testo sull’impossibilità del desiderio pacificato che recita: I love you even more than I did before  But darling, what can I do?  For you don’t love me And I’ll always be  Crying over you, crying over you.

Canzone riutilizzata in spagnolo in una scena chiave del capolavoro del desiderio nevrotico e senza oggetto, neppure quello di se stessi, ovvero il Mulholland Drive del 2001 , a crisi già esplosa.

http://www.youtube.com/watch?v=LME2CK0lXG8

Sorvolando  tutta la ricchissima filmografia di Korine, che meriterebbe un saggio a parte, in cui l’autore è il primo a cimentarsi in America con i dettami e le regole del Dogma in Julien Donkey-Boy, per poi fare un film feticista sulle icone dello spettacolo che si ritrovano in una specie di comune e si innamorano, Mister Lonley,  per poi cimentarsi in una critica radicale all’industria del cinema con un film senza budget e realizzato con una vecchia telecamera vhs che dà un effetto straniante sulla memoria visiva di una generazione , Trash Humper ( in cui i protagonisti sociopatici  in maschera, pupazzi, si accoppiano con tutto quello che viene loro a tiro incapaci di distinguere l’umano dalla merce e diventando loro stessi rifiuto)  il regista approda, dopo vent’anni di attività, una serie di corti, video musicali e un libro, a Spring Breakers.

Come  in Gummo  Korine parlava principalmente alla sua generazione di ventenni,  così ora, vent’anni dopo, continua a parlare alla sua generazione:  i quarantenni.

Il film è stato interpretato , con una rimozione della generazione dei quaranta che così si è assolta,  come il film pop della mtv generation. Ma la Mtv intesa come luogo dell’immaginario pop, canale che in quella forma non esiste più da anni, è la Mtv dei quarantenni. Quella cioè delle origini, dal 1981 in poi.  La stessa estetica fotografica del film , la sua forza visiva e l’immaginario che convoglia, i colori saturi e i corpi esposti,  è un ‘estetica creata da un uomo ormai di cinquant’anni, il fotografo David Lachapelle e ha influenzato l’orizzonte pubblicitario, musicale e di consumo della generazione dei quaranta.

Quando poi si utilizza Cliff Martinez (1954), storico compositore di Soderbergh (Solaris)  e del recente Drive, si sceglie di usare la musica non certo in chiave pop ma in chiave di trascendenza. Creare cioè un iperrealismo onirico, una sospensione, un voyeurismo ossessivo. Cosa  il film abbia a che fare con i giovani di oggi non è assolutamente chiaro ma cosa invece abbia a che fare con i trentacinquenni e i quarantenni è evidente. Un film adolescenziale per consumatori adulti  dell’ adolescenza altrui. Adolescenza che però  si vendica della loro obsolescenza e del loro voyeurismo e li cannibalizza.

Ne invade in maniera definitiva l’immaginario.

La tenerezza di Gummo e Mister Lonley è finita per sempre. I protagonisti non piangono più e non amano.  Il desiderio e la sua sofferenza nevrotica, che sono sempre stati i temi del regista, sono  diventati  puro  godimento.  Korine radicalizza il suo discorso originario e lo risolve.  A compiacerci è un mondo in cui la regola è la lubrificazione continua del godimento delle merci, incarnato nella plastica dei corpi da merchandising delle protagoniste , veri simboli in corso di perversione dei canali Disney.

Non c’è la discesa agli inferi, non c’è un processo di traviamento e perdizione.  La carne dell’adolescenza non ha brufoli e imperfezioni e diventa il rosa gommoso ed erotico di un chewingum, diventa il rimando evidente al porno teen .  L’immaginario della mia generazione, travasata dal pop al porno senza soluzione di continuità, dove la radicalità della cultura pop ha trovato l’approdo più  naturale nella pornografia come onirico riparo emotivo alla realtà, trova così il regista che quell’immaginario lo sa padroneggiare.

Simbolo di tutto ciò è il protagonista del film, la maschera di un gangster trentacinquenne rancido, fetido, gaudente e irreverente, capitalista nel suo sogno da self made man e nella sua corsa verso la morte.

Questo personaggio, che è l’incarnazione cinematografica del vero musicista di Miami Dangeruus  http://www.youtube.com/watch?v=tlpcXYkJa9I , è patetico nel suo tentativo di “educare”, traviandole, le ragazzine.

Il suo tentativo paternalistico di porsi come colui che incanala e educa al male, la parola- legge di un padre al contrario , lo porterà dritto alla morte.

La scelta di James Franco è esemplare e stravolta. Nel film è l’antitesti dei ruoli che l’attore è stato finora chiamato ad interpretare dall’industria televisiva e cinematografica.

Franco diventa una maschera dentata e ridente dove anche il sorriso ha il prezzo dell’oro ma non è gioia, è paresi.  L’espressività languida dell’attore, che gli ha permesso nel mondo dello spettacolo di  avere successo interpretando e incarnando prima l’icona James Dean e poi il simbolico Harry Osborn  di Spiderman, figlio nevrotico, castrato  dal padre industriale che lo odia, scompare.

Come se il regista ci dicesse che James Dean, che ancora viveva un conflitto con i genitori e con la parola e la legge del padre ,  in questo mondo contemporaneo sarebbe semplicemente sbranato dai suoi coetanei. Qui i protagonisti vanno armati fino ai denti verso la morte come in un videogame, e lo stile di regia della scena in cui questo avviene è proprio quella di un’estetica da spara-tutto. Gli unici a morire sono gli adulti, le ragazze, spersonalizzate da passamontagna rosa, sopravvivono perché le uniche in grado di giocare, divenute avatar.

Ragazze in cui la speranza non è piangere per un desiderio senza oggetto di adolescenti confusi e teneri come in Gummo. La speranza è nei loro corpi non nelle loro menti. Corpi che sono merci sottoposte alla dimenticanza e già esauriti e spremuti nel ruolo di teen idol.  Esattamente come nella carriera e nella vita tragica di Britney Spears. Corpi ora ipersessuati per un rilancio consumistico.

Non c’è perdita dell’innocenza perché non c’è alcun rimpianto, non c’è alcun rimando possibile alla perdita. C’è però il carico simbolico ed emotivo, l‘immaginario visivo di un ‘intera generazione che vive una società dei consumi che non produce più miti durevoli perché è essa stessa mito a se stessa. L’idea di consumo è diventata il senso comune, il mito dei miti e non risparmia le età, non risparmia i ruoli, non garantisce la continuità della fama, non ha gerarchie educative, ha soltanto la mitologia delle immagini.

Korine, da grande regista qual è,  riesce a padroneggiare così bene la ricchezza di una memoria visiva e sonora collettiva così vasta e urticante,  dalla pubblicità al videogioco al cinema. Memoria che da Lachapelle porta al territorio ibrido e acerbo dei programmi Disney come  Hanna Montana e High School Musical,  toccando solo tangenzialmente ma evocandolo, il  genere porno teen,  le cui protagoniste, Jenna Haze e  Sasha Grey su tutte, sono perfettamente sovrapponibili, in quanto merci, alle caste dive per teenager Disney.

Lo fa per  approdare infine alla simbolo nevrotico della tragedia del pop, alla psicotica e consumata Britney Spears, anche lei ex teen idol Disney,  la cui canzone nella scena più bella del film chiude il cerchio con Crying di Roy Orbison e recita: “E ogni volta che provo a volare  io cado senza le mie ali “.

Riesce a farlo mantenendo sempre viva la malinconia delle sue scelte, la tragedia consumistica della sua estetica, la complessità del suo, nostro , immaginario.

http://www.youtube.com/watch?v=fAXgGWY6X5E

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