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Fa una certa impressione vedere il trailer e il teaser di un film che ancora non c’è e che ha come oggetto la grande mamma del cinema italiano e quindi la grande castratrice dello stesso, la sua stessa scenografia e come sempre storia, Roma appunto.

Un racconto possibile che incuriosisce tantissimo, di cui se ne intuiscono le potenzialità, ma che , proprio nell’incompletezza della forma breve di un teaser, racconta già, prima del film completo, l’essenza della città stessa, la grande incompleta.

Roma è sempre stata per me un grumo informe,  dove si intrecciano la fonte, la radura e la foce, ma senza necessariamente quest’ordine naturale delle cose.

Roma si trasforma con le stagioni e le luci, un prodigio illusorio che prende realtà e movimento e colore a seconda dell’ambiente atmosferico, come se le rovine non fossero sempre le stesse, ma si rianimassero in una nuova metamorfosi.

Come se il mondo atmosferico la volesse imbrigliare e lei , camaleontica, regina delle metamorfosi, fuggisse ad ogni cartolina.

Le vittime di un incantesimo, i suoi abitanti , sono abituati all’assenza costante di un senso, rassegnati alla regola della loro quotidianità: perdersi nell’incompiutezza di un casino fermo e ritrovarsi poi a casa abitati la sera da lei, con addosso pezzi di mondi antichi, squame, pensieri, immagini  non nostri. Chi ha pensato per noi? Chi ha occupato il nostro corpo e riempito i pori della nostra pelle? Chi ha saturato i nostri silenzi con sgommate, urla , ritardi?  Roma.

Perdersi quindi come  unica possibilità di essere accolti.

Perdersi mentalmente, a Roma non è possibile una coerenza mentale, perdersi fisicamente, a Roma non è possibile non deambulare in un corpo all’ingrasso perpetuo, perdersi moralmente, a Roma non è possibile non essere in colpa per furti fatti o orecchiati.  Chi è senza peccato ruba la prima pietra.

Un rampicante disordinato, un’erba selvatica di bellezza e orrore che cresce alla luce e muore di anfratti.

Ripiegata sulle reliquie sature, gonfie come se fossero vive e appena ripescate da un fiume,  anche se sono solo polveri tenute insieme da pizzi e ostensori e teche.  Non c’è mai vero misticismo in tutto il sacro che la satura. Mai vera fuga e visione, sempre concretezza di un presente invaso da un passato dimenticato.

C’è quindi la concretezza dei fantasmi che abitano luoghi di lavoro metafisico. I lunghi corridoi dei tanti enti, scuole, ministeri, sottosegretariati, province, ambasciate,  dove vivono  corpi senza età e senza precisa quantità. Uomini senza quantità, perché nessuno ne conosce più il numero. Fantasmi.

Tutto è carta a Roma. Centinaia di faldoni di pratiche o romanzi in bozza o sceneggiature sempre mancate, creati per poi arenarsi nel sonnambulismo dei fascicolati, bolli, firme, cataloghi ed essere tumulati  in infiniti e chilometrici archivi. Che archiviano prima di tutto se stessi.  Una burocrazia organica ma anemica, viva, e in grado di moltiplicarsi senza avere un concime reale, un sangue che l’ammala, una testa o corpo. Un fantasma, un automa dispensatore che spreca con un profluvio di vitalità e moltiplica cariche, commi, glosse, file, prolongé di cardinali, drink, sparatorie, rincorse e rumori di sirene.

Ambulanze senza pazienti, corsie ospedaliere di soli portantini e malati, senza cure, senza medici, senza scienza alcuna.  Il portantino che consiglia, il malato che muore, il tutto  in amicizia. Volemose bene?

Quanti sono? Chi sono? Che fanno? Nessuno ricorda nulla, nessuno ha mai saputo nulla a Roma.

È nella stasi delle sue feste tarantolate ma dall’inerzia, che si fotografa il fregio di persone paralizzate nell’ambra della romanità stessa. Comparse senza vita, decaduti nel vigore e nell’intelletto da generazioni di accoppiamenti nobiliari e borghesi tra simili per conservare cariche, posti di prestigio, gestione dei pettegolezzi prima che di un qualche  lavoro.

Monumento statico di penitenti, tali  anche all’apice dell’orgia, contorsionisti e cultori della pennica prima di diventare assatanate faine ma sempre in fondo sdentate. Volemose bene.

Roma  è  nella disperazione immobile della sua borghesia depressa per status  e nella disperazione dei suoi quartieri che si sfarinano in altri azzardi fallimentari, nuovi agglomerati, tra pecore e zolle.

Lì, nel nulla, Roma rimanda sempre il limite, il confine, la regola. Li sposta, non li accetta, se ne sente imbrigliata e li rigetta nel fango. Nelle sue consolari che si perdono e dimagriscono in tratturi casuali e si perdono in  sabbia.  Uno strabordare  continuo di cementi, di trippe appagate come di anime in pena, di bestemmie come di preghiere. Fantasmi.

Sempre nuove le fogne scoperte e incomplete, cantieri interminabili, campagna mangiata e scheletri di palazzi invenduti ma già abitati dai fantasmi del vento marino, dai rampicanti e dal declino dei materiali poveri, sempre al risparmio,sempre  frutti evidenti di truffe e cementi friabili, di regole criminali.

Isole abbandonate e lontane da un centro che esiste ormai solo nel sequestro dei cerimoniali flautolenti del potere. Il dramma dei “potenti” a progetto, in bilico e condannati ad essere fagocitati dalla città stessa che vorrebbero padroneggiare e che invece li rimpinza fino a farli esplodere, fino al collasso, al cedimento delle vene e del poco cervello, relegandoli all’ebetismo degli occhi acquosi  di bestiame dormiente e in recinto, il recinto del potere stesso.

E’ in questo accumulo di memoria e colpe , che ritornano come un singulto digestivo, che Roma non si risolve mai davvero in morte e resurrezione. Nonostante quella sia la sua essenza.

Asfaltare e tumulare tutto e per sempre non riesce mai del tutto. E nemmeno completare qualcosa. Da ogni fossa abusiva nata per seminare condomini, spunta sempre qualcosa, un mondo di inutili perfezioni passate, che reclama luce e che ostacola cupio dissolvi o modernità.

La grande bellezza è tutta nell’archeologia delle cose mancate, in ciò che resta, nelle rovine anche contemporanee.

Una storia mai lineare, una continua attesa in cui i fantasmi si riposano nei cimiteri ma escono anche di giorno, in cui la foce diventa fonte.

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3 pensieri su “La grande bellezza di Roma e i suoi fantasmi.

  1. Ti ringrazio Paola. Trovo anche io che sia una scrittura tagliabile. Ma non taglierò nulla. Non dovendo pubblicare nulla e non avendo editori e ancora meno lettori, scrivo esattamente con tutti i prolassi e le imperfezioni che mi piacciono tanto. Per scritture pacificate e migliori ci sono i giornali e l’editoria.Trovo invece che l’unica salvezza sia perfezionarsi in arabeschi e nevrosi.

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