Uto Ughi, il balsamico.

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Il maestro, sublime virtuoso sviolinante,  entra con passo marziale  applaudito sul palco dell’Auditorium. In prima fila, perdonati almeno per una sera  e aiutati e spinti innanzi, gli storpi su sedie a rotelle, amatori del bello per inerzia, costretti alla cultura quando va bene o peggio a bagni miracolosi e freddissimi in santuari dalla crudeltà, dai parenti che non li vorrebbero  mai del tutto per quello che sono: storpi.

Alzati e cammina o affoga nell’acqua santa ma, se non ce la fai più, almeno ascolta la musica importante ed elevati, inchiodato alla sedia a rotelle ma incantato nel volo dell’anima.

Banditi però gli epilettici e gli spastici di ogni tipo, che per eccessivo entusiasmo potrebbero turbare l’aura del sublime con urla schiamazzi e spasmi a terra, in una danza sconveniente e in bave a Niagara.

Accanto a loro è assiso il budellame informe ed enorme di noto giornalista, che accudisce nelle pance un ribollire di gas e merde, acquietate dall’estasi delle note ma sempre in procinto di esplodere.

Stitichezza perenne, rabbia, il cervello fumante in acume crudele, Ferrara.

Il maestro s’inchina di fronte alla platea plaudente e cominciano le note che toccano il cuore e riscaldano anche i bronchi, visto lo scatenarsi  di pertossi. Come se la musica riesca a staccare catarri ancestrali, croste resistenti al tempo che solo il sublime, il bello, il virtuoso dell’arte tutta, scardina da trachee inacidite.

È nelle pause di silenzio che lo sfascio degli scatarri scatena la sua sinfonia: raspi, starnuti tossi e singulti, come dopo un trattamento termale ma senza l’inconsistenza dei vapori. Musica classica e balsamica.

Il maestro s’inchina, lo storpio annuisce, il vecchio si rianima e raspa la gola, applaudendo.

Arte.

In platea le benedicenti e imminenti vedove potenziali, accompagnano mariti a prolasso di ogni cosa sotto l’ombelico, che si guardano intorno spaesati, decrepite carogne abituate a far di conto e ora fuori dal loro habitat di cambiali da riscuotere e criminali da scarcerare o denti da estirpare.

Pungolati dalle signore eleganti, quando si tratta di applaudire vengono scossi come un tappeto da strapazzare perché pieno di polveri. Le loro dame si vergognano di doverli elettrizzare a comando.

I mariti applaudono poco convinti, più per dare segnali di vita che per vero trasporto.

Ma è il maestro sul palco il vero marito ideale, brizzolato e sinuoso nei movimenti, bello e asciutto, è lui che scintilla di arte e cultura e dedizione a differenza di quei cascami con cui invecchiare e così sordidi da incendiarsi solo per qualche goal o estratto conto.

Più si va avanti con la musica, più le teste tracollano sulle spalle. Comincia qualche ronfo sonoro e le signore non perdonano e scalciano. Durante l’onda di note e virtuosismi, squilla più di un cellulare: notizie di trapassi improvvisi di ottuagenari abbandonati negli ampi attici dei Parioli e accuditi da selvaggi di penisole lontane? No. I filippini sono fedeli e sono pronti a punirli e menarli se serve, adagiarli sul letto o sedarli con pillole quando non si ribellano del tutto e scalciano e tirano pugni e bisogna portarli d’urgenza per evitare imbarazzi in qualche lager nelle campagne romane, detto Clinica privata.

Con lentezza le dita ingioiellate spengono il rumore dello squillo, mentre si girano le teste rianimate verso i colpevoli. Il maestro finisce, la platea si svuota, i parcheggi diventano deserti.

Nel viterbese e di notte, dietro i cancelli chiusi di strutture sanitarie sperdute, si accedono delle musiche troppo umane  di vecchi insonni che strillano, spastici insedabili ed epilettici in azione.

Musica , maestro.

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