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Miele è un film fatto con una certa cura ma  è un caso esemplare. E’ infatti davvero un  prontuario del possibile “film da festival”, un bignami per esordi “necessari”, un ricettario per esordienti che siano, sia ideologicamente che esteticamente, riconoscibili dalla propria comunità di appartenenza e quindi fin da subito caricati a salve. Innocui.

Un film imbottito, senza saperlo,  di cautele e di certificati di garanzia: in primo luogo il Grande Tema esistenzial-sociale; poi  l’ampio travaglio su come trattarlo esteticamente ed eticamente in un mondo che… ; quindi  l’alienazione dell’uomo post moderno e meglio ancora se donna; infine  il sesso senza amore come condanna e corollario e, se non bastasse,  la mamma e la moglie defunte come background che ci vive dentro; il tutto accompagnato dal vecchio saggio, i moribondi e i morti veri a fare da coro.

Da tutto questo lavorio ne esce un reale cioè che non ci assale mai alle spalle, che non ci gioca mai davvero e  che è tutto addomesticato e cronachistico, grigio e informativo, politico e dovuto alla predica sempre riflessiva e massacrante di noia.

Alienazione come scorciatoia per un sociale inesistente e da laboratorio.    Fantascienza pura, e pure emendata dalle minacce, con alieni educati e senza bave verdi che non siano la luce che li illumina, un  inconscio lavato in candeggina e pronto per la vulgata da piagnisteo ma di “qualità” e all’interno di un’ industria culturale dove mancano paradossalmente entrambe le parole.

Sembra come se ogni azzardo nel cinema italiano di “qualità” subisca una censura preventiva già in scrittura per evitare ogni rischio o  “macchiettistico” o “surreale”. Ogni deviazione alla regola festivaliera del Grande Tema, ogni sua resa in metafora o stile, ogni forzatura anche solo di scrittura appunto, viene piegata ad una sinfonia di sbadigli  e sbuffi e stilemi muffi, di costrizioni e contrizioni: sfighe totemiche e involontariamente comiche scambiate per redenzioni intellettuali e umanistiche, grandi apocalissi ma per tavole rotonde tra amici,  lunghi  sospiri  pensosi e intime implosioni, ma per cultori di disgrazie a prescindere. E l’arte dov’è? E gli scongiuri?

Ecco allora una grammatica ed uno stile nell’alveo di una dimensione catastale,burocratica anche nell’autorialità, replicabile;  un codice di riconoscimento reciproco tra minoranze, un minuzioso catalogo polveroso di cose già viste che fanno sempre la loro comparsa, che riconfermano il sonnambulismo estetico e narrativo di un cinema in fondo per pigri, penitenti e supplici, settari o in attesa di ammissione al club.

Subito Miele ribadisce di essere un cinema di tante nuche. Nelle pause tra un mascherone e l’altro, un profluvio di nuche vi rilasserà. La cervice principe della protagonista sarà  a vostra insaputa sinonimo di pedinamento, che, con qualche sforzo di riesumazione e forzatura, potrebbe dirsi persino zavattiniano.

I registi italiani di esordio qualitativo ci tengono ad una valanga di cervici sparse qui e là nel racconto con musiche elettroniche, estetica tra il video clip e il video citofono. A cui fa da corollario meccanico il piano sequenza su motorini o biciclette, con lunghe carrellate in  località amene. Tanti i fossi ma si immaginano solo.

Dalla cervice al non-luogo, concetto indefinito e quindi continuamente adattabile come spezia buona per qualunque pietanza,  il passo è breve. Alberghi, hall, aeroporti, strade dissestate  come packaging per il prodotto vero: l’alienazione psicologica, meglio se dei giovani, anche se trentenni e meglio ancora se con trauma pregresso.

Paesaggi conditi con lunghe pause di fissità sul da farsi, sempre  sul far della sera e sui fatti in genere.  Con un tempo che è spesso o alle prime luci dell’alba o appunto alle ultime della sera ma intercambiabili  quando entrambe fotografate in un  verde livido e catarroso.

A Maccarese?

A questo dorso, che non è il dorso delle cose di Ernst Bloch, ma il dorso delle facce attoriali da stemperare e da mettere in pausa,  fa da contrappunto un’ endoscopia facciale. Primi piani , anzi primissimi, all’insegna dell’intensità espressiva bulimica;  giovinezza contratta e occhi anziani in una spessa fissità da cataratta,  dal vegetale al bove. L’innamoramento, tutto registico ma perdonabile, della regista per il suo personaggio e attrice musa. O meglio muso.

In questo caso una Trinca geghegè, ibrido androgino tra un tronco arboreo e una Rita Pavone dark,  che si concede tre gamme espressive tre: depressa rabbiosa e ridente. E le interprete tutte con sempre la stessa espressività.

Incrocia, per il suo lavoro di accoppatrice, Iaia Forte e il di lei paralitico fratello mangiato da lebbre. Per chi non lo capisse sembra proprio malato. Sicuro che lo vuole davvero, chiede lei al poveraccio catramato di pustole?  Lui si gira e, forse perché vede la Forte, si convince del tutto. Accoppatemi anche subito, anzi domani che mi vesto a festa.

Poi, a dipartita avvenuta, Trinca  incontra per caso, e in un bel  non-luogo, la Forte e le lancia uno sguardo di condanna: il donnone è infatti a braccetto con giovane e aitante biondino ed in partenza per paradisi erotici dopo l’ eutanasia dello squamoso fratello.

Non si fa, ci dice la Trinca solo con lo sguardo, non si deve e non sia mai.

Il personaggio che le hanno cucito addosso la costringe ad una contrazione perpetua, tra il moribondo e lo stitico, che esprime tutta la sua rabbiosa alienazione,  con frasi mutilate ma piene di sentimento.  Sono ancora vitale, ci ricorda, nonostante i legittimi dubbi del pubblico e la carrellata di accoppati.

E tutta questa vita ce la urla in romanaccio, non esattamente una lingua introspettiva e un intenso dialetto della sincerità emotiva solo per il  cinema romanocentrico.

Aò.

Se il film è al femminile, importano molto gli uomini e la loro cattiva natura: Il Freddo fa il freddo infatti.   Assatanato di sesso assedia la legnosa androgina proponendole rapporti orali e senza amore e in infrattamenti pieni di squallore.

Pompe funebri. Sesso senza amore tra aerei rombanti, pinete e wwf. Natura e Amore non più come una volta – quando?-  ma sempre in riserva di sentimenti e di letti comodi:  o in roulotte o in  station wagon. Film contemporaneo certo e film della crisi  dei sentimenti, della città, delle relazioni tutte. A scelta e un tanto al chilo.

A rafforzare un cinema al femminile sempre lo stilema irrinunciabile del mentore anziano, depotenziato sessualmente e quindi mai una vera minaccia, ma tanto, tanto  completo dialetticamente e tormentato.

Se almeno si capisse cosa le dice!

Paterno e disincantato e indurito dalla vita,ma solo perché vedovo e quindi con tanto di background giustificazionista pure lui,  in lui batte sempre un cuore, ci mancherebbe, di babbo.  Lei, in fondo, ne rimane affascinata e lui gigioneggia sul proprio suicidio con sulfureo distacco: m’ammazzo o non m’ammazzo? Tu che dici? Lo spettatore esausto lo esorta al tragico gesto, lei no.

E allora il grande attore resta vivo e applica una recitazione magistrale e sibilante tutta fatta di sottrazioni:  in primo luogo la sottrazione della parola – poche frasi  e confuse che ce lo rendono simpatico o comunque almeno esistenziale- poi la sottrazione odontoiatrica  per garantirsi fischi e sfiati.

Che si diranno? Chissà.

Ma, più o meno, si capisce che soffrono. Lei piange. Gli spiega infatti, in una didascalica lezione e per benino, tutto scritto dalle sceneggiatrici pensose,  che i morti che lei accoppa non se ne vogliono andare ma che quella per loro non è vita. Capito tutto?

Lui annuisce esausto,  tra una litrata di tavernello e le cento sigarette, e pensa a come accopparsi al più presto.  Poi, giustamente, dopo l’ultima visita alla ragazza in una Maccarese che fa tanto Norvegia, con scenografia sempre livida e e misterioso tarantolato cirque du solei sulla spiaggia, l’anziano decide di tornarsene in tutta fretta a Roma e buttarsi di sotto. C’è il rischio che lei torni a citofonargli.

Finale in cui il fu mentore,  ora diventato anima a fumetto, mezzo uomo e mezzo cane, trasvola verso ben altri paradisi , in un luogo di culto di una religione altra e quindi già da subito esotica in un’architettura anch’essa esotica, da weekend in Oriente con le amiche. Istanbul mica Maccarese.

Vocio di bambini gaudenti e  sorriso di lei, miracolo!  Il vegliardo non mentiva, l’anima vola al cielo,  e quella che resta è davvero una “vita nonostante”.

Perfetto titolo per futuri film.

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