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Le strade sono sterrate perché portano solo all’aia vicino al fosso. E non ci vive più nessuno che valga la pena cercare. E sull’aia si affaccia la casa disabitata eppure piena di ombre e con il fruscio della vita dentro. E’ inutile chiedersi chi sono le ombre , basta sapere che ci stanno. E c’è un cassetto divelto tra l’edera, pieno di cose che nessuno vedrà, sfarinate in sabbia, una volta c’era persino una pistola carica e piena, gravida.

Ma  vorresti sempre di più che qualcuno lo facesse per te. Scegliere. Almeno per quest’estate qualcuno che scegliesse per il tuo copro. Di portarlo via di qui. Ombra tra le ombre, in fondo l’acqua limacciosa  ti ha lasciato andare alla deriva, incastrata tra i rami dei bordi e allo sciabordio delle acque del fiume, vive. Così si ripescano i morti.

Le strade sono sterrate se non portano  a nulla di buono e ti resta almeno addosso la polvere e la luce che spunta sulle colline ma non ti basta il rumore del fosso. A farti capire che ci sei,  è il fumo del respiro che ti esce dalla bocca. Aria. Ma la vedi solo tu.

L’acqua nella golena è ancora torbida, è andata e venuta da quel giorno in cui ti ha portata via. L’acqua della golena lascia la terra fertile sotto di sé ma non restituisce i corpi che si è presa. Limo sabbie e argille, l’archeologia del corpo ma non il tuo che è finito più a valle.

Il riccio se ne sta calmo sul bordo della strada: è lì perché nessuno lo disturberà, non all’alba almeno, non oggi. E invece gli passi accanto e non lo vedi, guardi  il cielo e ci sputi sopra il fumo, la sigaretta l’hai rimediata ma sta per finire, il respiro è finito da tempo. Ti hanno chiamata fantasma.

Il grumo di formiche nel prato si scatena nella parte più in ombra e fredda della vigna, abbarbicato ad un filo, ma solo quando c’è il sole, non ora che la vita dorme proprio come tu non sai fare più.

E le ragnatele si incastrano tra i fili d’erba e la brina  a bloccare prima la polvere e poi i pollini e poi la polpa succhiata dal ragno.  Fermati, silenzio, fuoco.

Se spari alle ombre della casa che ha le finestre profonde come gli occhi senza le orbite ed è un buio di rovine, non è detto che anche loro non cadano giù. A precipizio ed improvvise, vive ombre tra le macerie.

La pistola l’hai trovata ma non sai se era del nonno o del padre.  A te è bastato prenderla dove sapevi che era nascosta, come tutte le cose messe al sicuro per farle sparire che sono le prime ad essere trovate. E tenerla in mano, tenerla stretta,  oggi ti vendica di tutto. Pensi tu.

Soppesarla e puntarla nel vuoto prima di usarla. Spara al vuoto. Sei stanco, ci hai messo tutta la notte per arrivare qui.

E’ un casale questo, le tegole coprono ancora una parte della stalla e c’è una traccia nel pavimento che serviva da scolo. Ma tu non ci hai mai visto una bestia e un liquame, solo l’edera e i rovi, fitti spessi e pungenti, ben aggrappati alla terra. Il casale era protetto dall’argine,  dietro l’argine il fiume e ci eravate arrivati insieme, come da promessa. Il fiume sembrava in riposo. Il mattino dopo che si è morti non ci si può svegliare, la vita è finita , è cominciata la morte.

Ritrovi una latta e la sollevi e allora sparaci addosso.

Le strade sterrate portano in fondo a luoghi di poco valore e inutili, dove c’è l’orizzonte che non confina più con nulla. Portano ad un mondo con il suo fondo che non si vede  e non si tocca, una sua gola, un suo abisso. Com’è profondo il fiume anche se dorme! Il fondale dei fiumi limacciosi.

Pensi di vedere tutto quando ci scivoli dentro e ci nuoti sopra e non ne sai nulla .

C’è sempre un equilibrio che ritorna, l’immagine che si ricompone, anche se tu vedi tutto ondulare davanti a te e il rumore della pistola e il suo rinculo, non te li aspettavi così forti, ti hanno fatto sobbalzare indietro. Ti avrà rotto qualche pezzo di mano lo sparo o puoi continuare? La rabbia che si scatena senza fare vittime.

C’è un albero piegato a cui sparare, poi del legno e qualche uccello.

Non meritano che i sassi queste strade sterrate che portano ad altri sassi. Fermati, silenzio, spara. Il rimbombo non dura, tutto ritorna alla pace, al silenzio che hai sempre odiato, al rumore dei vermi nella terra e degli uccelli imboscati, alle fronde mosse dal vento che viene raramente a rianimare il mistero.

Sparaci sopra alla foglie, mira in alto che qualcosa la prendi!

Ti sono venuti a prendere? Cercano te come non hanno fatto mai Elena.  No a me  nessuno mi cerca più. Deglutisci e orina tra le zolle, ritirati su le braghe e stai all’erta. Lei non c’è, eppure dicono che di notte appare in cima all’argine e guarda la golena e la valle e si lascia guardare.

Non dovresti lasciare la pistola a terra anche se vicino, non dovresti pensare che le formiche non possano portartela via, o qualche bestia sbucata dal fondo della terra coltivata a grano o la mano dei morti  abile a spuntare, afferrare e sparire.

Qui sotto c’è di tutto, pensi, e nulla di buono, sai.

La malinconia sparge nei campi i canti di follia.  Senti la rabbia per nulla, forse è la fatica della notte in moto;  ti siedi all’ombra mentre il culo ti si bagna, il tempo delle ore passa come i minuti e il sole acceca e riscalda, ma all’ombra si può ancora stare per non fare nulla. I colpi li hai finiti e non hai rotto nulla che non lo fosse già, la rabbia non è svanita, non lascia il posto alle lacrime.

Da qui hai tutto chiaro di fronte a te, sei scappato nella notte ma non abbastanza lontano, hai rovistato la sera prima dove non dovevi e hai trovato quello che serve a fare male. L’alba ti ha sorpreso e non pensavi che la fuga fosse così faticosa una volta arrivati.

La casa di quel giorno è meta  che ti ha portato qui : una strada sterrata da cui la notte si ritira come un liquido che evapora al sole.

A stare solo lo hai imparato fin da piccolo, quando ti lasciavano guardare il vuoto e, muto, aspettavi che qualcuno da dietro l’argine ti venisse a chiamare. Che hai visto oggi? Indicavi un punto lontano che vedevi solo tu, talmente lontano che era  più facile immaginare, sotto la pelle, le tue ossa, piuttosto che vedere chiaramente le cose precise che vedevi lì, in fondo al fiume. Nell’acqua, guarda bene nell’acqua, ma tua madre non si chinava nemmeno.

Non c’è niente. Quello è solo un legno che galleggia, cercavano dopo di consolarti così. Guarda bene Elena se guardi bene lo vedi come lo vedo io. Non seguire le cupe volute delle ceneri e dei fuochi, vedi il muro lì in fondo, sotto le colline , quell’ombra è un muro a metà di un casale che aspetta noi.

Quello così lontano è un muro? Certo che lo vedo e allora? Non ci lasciano andare fino a lì ma ci andremo appena grandi, Elena, e per la strada sterrata, dove la curva non chiude l’orizzonte e nemmeno gli argini domano il fiume.  Ti ci porto con la moto che non ho e che ruberò per te.

Il mattino dopo che si è morti non ci si può svegliare, la vita è finita , ma è cominciata la morte.

Lei non ti credeva affatto e rideva, lasciandosi baciare il giusto. Mai troppo, mai troppo poco.

Ora ci sei arrivato da solo al muro e alle colline. Quel giorno Elena ha fatto il bagno al fiume e ha nuotato troppo e male. Ora puoi sparare ai mattoni e pensare che in fondo non c’è niente di speciale qui, e che la cosa più banale sei tu che sei rimasto vivo. Tornatene  a casa,  ti avrebbe detto lei, torna, non perdere altro tempo, vai, ripercorri la strada sterrata, conta i sassi e dimentica.

La testa sbanda, sarà l’ebbrezza dei colpi, in fondo non hai sparato mai. In un cantuccio la sei andata a cercare, dopo tutta la sarabanda, hai provato a vederla ma ti hanno lasciato fuori. Era andata.

In paese lo dicono che forse è stato lui ad abbandonare nel prato il motore ora solo uno scheletro di ruggine, dopo averlo rubato a chi poteva permetterselo. Non l’hanno cercato a lungo, lui meno ancora del motore rubato e lui anche per questo ha pensato bene di sparire.

Come se fosse la cosa più giusta da fare, seguire la malinconia lungo la strada sterrata e provare a capire la musica e le parole che vengono dal punto più profondo e vorticoso del fiume dove non tutti vanno a nuotare.

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