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Per i laureati in filosofia che vivono una frustrazione perpetua nel loro ruolo sociale sempre ignoto, senza una collocazione e all’insegna della precarietà del perpetuo riciclo, una consolazione è   assecondare un desiderio sincero nella loro agorà virtuale:  rimorchiare su Facebook.

L’autore che meglio si presta a questo scopo è Martin Heidegger. Il grande filosofo, soprattutto la parte più nostalgica del suo pensiero quella del dopoguerra,  è una forma mentis da adottare subito, non per “abitare l’Essere” come lui avrebbe voluto costringendoci pure a  questo, ma per rimediare spasimanti e affetti anche solo ipotetici, metafisici, virtuali.

Per costruirci un altro da sé meno fallimentare dell’originale e libero dalle catene della realtà.

È lui il primo a sfruttare le potenzialità di una verità che non si dà nel ragionamento ma nella disvelatezza. Cioè non allargando il concetto specifico di verità, troppo sforzo, ma dando allo stesso un altro senso. Quale? Fate voi, la sua è la forza  di fornire un kit pensoso di concetti per costruirsi il proprio monumento internettiano: tra il predicatore e l’oppositore ma sempre ad oltranza.

Un metodo linguistico che abbia come base ipnotica un senso di intangibilità. Dove cioè ogni parola è  giocata contro se stessa e non significa mai quello che sembra ma annuncia un altrove. Dove? Non importa.

Il territorio da andare ad abitare è quello dell’ orizzonte di senso, un territorio ignoto ai più e inesistente ma  senza confini precisi e in cui abita la meraviglia di colui che coltiva una saggia pacatezza, sempre  finta e sotto sotto  livorosa e fetida.

Saggia pacatezza recitata come elemento sostanziale della sua convalescenza perpetua.

Una dimensione talmente vasta, un orizzonte appunto, da poter contenere tanto. Un orizzonte talmente adattabile che più o meno vi si  ritrovano i desideri di tutti e talmente profondo nella sua retorica  da respingere fin da subito ogni critica possibile: come osate criticare chi la sa lunga e discetta quasi di tutto con tale forza?

Il rattusone sistemico di Facebook, monade maniacale davanti al suo schermo in cui si intrecciano i più disparati stimoli erotici quasi sempre riportabili però alla categoria del porno più che del pensiero puro, lancia azzardi per cementare le propria unicità, come ami: freddure, iperboli, condanne, anatemi, sentimenti.

Meglio se ha almeno un romanzetto alle spalle a cui rimandare l’ignara fanciulla o ancora meglio se simula di essere quello che non è : un vip, uno scrittore affermato del panorama midcult, un sogno irraggiungibile ora disceso nella terra dei semplici.

Qui viene il difficile dal punto di vista linguistico:  trovare uno stile che unisca un pensiero poetante( Denken- Dichten) ad un pensiero rimembrante ( Andenken). Uno stile e un ragionamento che unisca cioè evocazione e saperla lunga, sapere l’origine come ci ha insegnato Martin.

Il buon Martin ci offre un campionario imitabile di frasi da cui riprendere la logica come :”Arriviamo a capire che cosa significa pensare quando noi stessi pensiamo. Perché un tale tentativo riesca, dobbiamo essere preparati ad imparare a pensare”

Bisogna cioè giocare il  doppio livello. La vaghezza della poesia come sentimento  e orizzonte e la certezza di ricordare, anche per gli altri, qualcosa di essenziale. L’essenziale e il principio, una sapienza unica di cui diventare i cantori, un sapere originario che tramite la nostra tuttologia possa esplicitarsi. E bisogna essere costanti in questo.

D’altronde è proprio Martin a dirci che : la grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui egli resta alla ricerca.

A questo scopo, da Sisifo del rimorchio, serve un  fake. Una  maschera che ci permetta di avere fin da subito e senza fatica l’identità di un vip e la sua aura. Salire in cattedra senza alcuno scalino fatto.

Fabio Volgo, il mio  fake su facebook, un Fabio Volo spiegato al popolo, viene spesso scambiato per l’originale e riceve ricordi che lo riguardano quasi sempre memorabili: Ti ricordi quella notte a Siena?  Io e te…

Come potrei  dimenticarla?

E confessioni sentimentali e poetiche squisite: “Ogni volta che ti vedo in Tv ti succhierei il cazzo anche davanti a mio marito. Ci staresti?”

Al rattusone rinato in fake arriveranno poi anche domande esistenziali, vera porta d’accesso al cuore: come hai fatto a capirmi così?  A cui rispondere piccati: pensi che io scriva i miei romanzi a caso?

Sottinteso: abito col pensiero l’origine cara, mica un posto qualunque.

Il tutto seguito da un richiamo alla propria reciproca, del fake e di lei,  eccezionalità:  se il mondo è superficiale nessuno ci costringe ad esserlo. Per poi chiudere citando  qualche  poeta noto (Neruda è perfetto) anche nelle lande di qualche salsamenteria.

Un  rapido ctrl+ c + ctrl+v.

Se la metafisica è giunta al suo compimento, se la storia è finita, se soprattutto la cultura umanistica non ha più nulla da dire ma attira frotte di non sempre meravigliose  poetesse, scrittrici della provincia più inimmaginabile,  se tutto questo è vero, il ruolo nel mondo virtuale è assecondare aspettative. Le proprie prima di tutto.

In questo senso, per dare ancora più forza al proprio Heidegger, bisogna coltivare una dose sempre molto alta di apocalissi possibili. Status categorici in cui si annuncia la fine imminente vi doneranno un’aura di profetismo tipica di chi sa che la verità è disvelatezza, non nascondimento. Come sapeva benissimo il buon vecchio Martin .

Una visione cospiratoria  della realtà, una considerazione elitaria e aristocratica del sapere senza specificare mai quale. Accenni ad esperienze di pathos e di carisma, condite da un’inaccessibilità coltivata per tutto quello che è trasparenza intellettuale.

Predicatore più oppositore e la formula della seduzione è pronta al decollo.

Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco ci sono sentieri (Wege) che, spesso ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra spesso l’altro: ma sembra soltanto”  ( Sentieri interrotti , Martin Heidegger, 1950)

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3 pensieri su “Martin e il rattusone: come Heidegger aiuta a rimorchiare su Facebook

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