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Nell’ultima pagina delle mia guida turistica leggo: “Certainly next time you plan to get lost in the woods, I recommend bringing along a speaker of Kuuk Thaayorre or Guugu Yimithirr rather than, say, Dutch or English.”

Ora che mi trovo in una tundra sperduta ai limiti delle montagne innevate ma con tre tacche di segnale e ben aldilà dei miei limiti, dove posso trovare qui un esperto parlatore di Kuuk Thaayorre che mi aiuti a tornare a casa? Posso ordinarlo in rete?

Sto morendo e loro se la ridono mentre preparano il fuoco per la pira.

La mia?

Sono arrivato fin qui per imparare da loro a costruire una casa di soli spazi secondari: corridori, sgabuzzini, tinelli e bagni e niente saloni e camere da letto.

Avevo letto  che la caratteristica di questo popolo era vivere in case del genere, che loro ci erano riusciti e che bisognava studiarli in loco per capirli davvero.

In realtà hanno solo betulle e non dormono mai, sempre in piedi, dritti come soldati  e con il sorriso , armati sì, ma troppo impegnati a spolpare carcasse per ascoltarti davvero. Provviste per l’inverno?

Mi allungano fette bianche e scivolose.

E poi?

Poi mi sono perso per cercarli. Ma  questi a cui parlo con gesti concitati, smorfie e grugniti, non hanno la parola per dire “perso”, non la pensano, non hanno l’altrove.

Come potrebbero perdersi se sono da sempre  solo qui? E nessuno li viene a trovare tranne io che volevo le loro case e che ho scoperto che non esistono affatto. Non abitano.

Betulle. Tante betulle, disabitate. E loro.

Mi sorridono , vestiti di pellicce e squame di non si sa quali animali, forse il patagone avvistato da  Magellano  mentre le sue navi andavano alla deriva e mezzo equipaggio moriva di scorbuto. Tutti a terra per provare a salvarsi in quella terra di venti e piogge e gelo,  Patagonia.

Era una grossa foca quella che i marinai assaltarono per prima, uccidendola a bastonate per poi  spolpata eviscerarla e  starci dentro, tra le budella calde per  non morire di freddo. Da allora la Patagonia. Così si era salvato Magellano, così forse si salvano loro adesso.

E io?

Mi accerchiano e mi toccano i capelli lunghi con le  dita affusolate e mi fiutano per vedere se sulle ossa del cranio c’è attaccato  qualche lembo di carne da spolpare, vogliono che regali loro la mia felpa e il mio zaino e le braghe in materiale sintetico ultra tecnico. Mangeranno anche questo, bolliranno gli scarponcini da trekking in goretex o li addenteranno così, duri e stopposi?

Per rimanere nudo e poi valutarmi meglio, per scegliere la ricetta giusta o forse solo per umiliarmi e poi portarmi, salvo, nelle loro case nascoste sottoterra e  fatte solo di sgabuzzini.

Prego si accomodi questo è il corridoio degli ospiti.

Quelli  dietro, quelli più lontani, accumulano fascine, li vedo,  stanno accendendo il fuoco. Vedo lo sfarfallio delle prime fiamme, sento schioppettare i nodi del legno che si infiammano nonostante il gelo, le scintille scompaiono nel profondo del cielo ghiacciato, volando verso l’alto per scappare.

Loro, le scintille che sanno, scappano.

Il legno che brucia fa lo stesso rumore sordo di un osso che cede, di una costola che si apre, di una mascella che morde. Buon appetito.

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