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Ormai è certo che uno dei simboli della società dello spettacolo è lo Stadio di proprietà, come santuario purificato dai pericoli dello Stadio abbandonato a se stesso, ovvero nella società neo liberista, uno stadio statale.

Il privato garantisce così un santuario per fedeli disposti a spendere in attività correlate, le esternalità positive che non vanno lasciate ad altri luoghi ma spremute a fondo lì.

Ristoranti, palestre, gadget e altre merci a fare da corollario al catino emozionale e tutte risuonanti su una sola fede : il tifo.

La partita vera può attendere, prima e dopo c’è da spendere in altro, un reliquiario di feticci, memorie e nostalgie.

Per aver un perfetto rapporto tra marca e consumatore, tifoso e suo gadget, non basta cioè più farlo partecipe dello spettacolo, sempre più scadente e relativo, bisogna invece arruolarlo in una missione di vita, uno stile, un credo, un packaging: una sicurezza.

Per dirla con Lacan: quel che desidero è predeterminato dal grande Altro, lo spazio simbolico in cui dimoro. Una realtà placentale strutturata in senso consolante e mammario e resa possibile solo attraverso una rimozione primaria, la rimozione cioè della sua essenza, del lato oscuro.

Nel caso dello stadio il venire meno della sua ragion d’essere originaria: essere cioè esibizione e luogo per un’ ostentazione antagonista di forze e soprattutto di violenza.

Dentro al campo da calcio questa censura e rimozione è finalizzata ad un consumo più candido e funzionale dello “spettacolo” e  avviene con la demagogia, sempre claudicante,  del fair play: uno sport di contatto come il calcio, con personaggi nel cuore dei tifosi quasi sempre grandi svellitori di malleoli altrui, picchiatori e carogne, diventa così,  nella versione consumistica per infanti,  un luogo idilliaco di danzatori e primi ballerini elegiaci e composti.

A questo tentativo ideologico, sempre mancante perché c’è sempre chi sfugge dal recinto della recita buonista e si ricorda che sta giocando, corrisponde un cambiamento della fisiognomica dei protagonisti stessi. I calciatori dai mostri sottoproletari di una volta diventano ora dei modelli:  stampi per pupazzi del merchandising.

Le mandibole da primati di una volta si rilassano in curve urbane, i muscoli si dispongono in un’armonia pubblicitaria da liposuzione  e spot degli slip.

I calciatori sono sempre più belli e corrispondono ad un valore estetico e merceologico condiviso, ad un design, ad un ideale liposcultoreo che è poi quello, mai minaccioso, del metrosexual.

In campo quindi sfoggiano pettinature da afther hours, da eventi  e da aperitivi e rassegne nel quartiere della moda.  Indossano poi  una propria tonaca fatta di  scarpini fosforescenti, chiappe toniche in pantaloni e maglie aderenti per addominali a  tartaruga torniti e  da ostentare. Veri e propri manichini per merci.

In partita le botte sono poche, l’ agonismo è rimandato ad altri contesti:  risse  nei luoghi della movida, dichiarazioni ai giornali come slogan  e ubriachezze modeste o schianti in supercar da cui però uscire sempre miracolosamente vivi .

Sugli spalti dovrebbe  regnare la stessa  ideologia , sempre imperfetta ma obbiettivo utopistico di ogni stadio supermarket, igienizzato e derattizzato: l’ideologia  della famiglia, l’utopia di un consumo cross over, che attraversi fasce di età e massimizzi il credo e l’afflato, rendendoli intergenerazionali e aperti a nuovi consumatori meglio se giovani.

L’ideale consumistico cioè del “ portare i bambini allo stadio”, chiara strategia di marketing, una delle più smaccate,  per fidelizzare fin da subito gli infanti ad un consumo del brand, della squadra e della sua chiesa, lo stadio di proprietà, che li leghi per sempre a prassi emozionali legate all’infanzia e quindi le più ricordabili in futuro, nel momento degli acquisti.

Per far questo,  l’arena violenta, lo sfogatoio per isterie collettive latenti e non sedabili  perché sociali, deve diventare un auditorium da concerto di musica classica. Non perché si creda davvero che la violenza sia il male,  ma solo perché la violenza è un ostacolo ad un  “ascetismo edonistico” ( Zizek)  cioè al consumatore che consuma prodotti privati delle loro caratteristiche negative: caffè senza caffeina, crema senza grasso, birra senza alcol, stadio senza violenza.

La stessa vita dei calciatori fuori schema,  perché brutti o perché carogne o perché entrambe le cose,  va redenta e santificata in un percorso narrativo di rinascita per renderli merce igienica . Calciatori  perduti  ma poi uomini nuovi.

Maradona, nano orrendo e  tossico obeso ma troppo genio per essere escluso a vita dal consumo,  viene subito operato allo stomaco, redento nella figura da foca del ballerino televisivo e di nuovo abile e arruolato per essere consumato in nuovi contesti e palinsesti,  invitato  a parlare per dimostrare che il cervello in pappa per le droghe ha ritrovato un’equalizzazione media, un tono non proprio da cocainomane ma da vicino di casa. Cassano, simbolo della deprivazione umana, del vandalismo e del teppismo latente di un mutilato di affetti ed educazione ma riempito di soldi e nativo  di un sud conturbante e minaccioso, preistorico e fallimentare per ogni retorica politica di rinascita,  viene ricompreso nell’aura del “genio e sregolatezza” e, quando ormai calcisticamente è una pippa inguardabile, nello schema del “pazzerellone” , giullare di corte con qualche verità da raccontare e , al massimo grado della redenzione auspicata dai media , nella figura del “neo padre”.

Godere di emozioni e consumi , personaggi, luoghi, purché purificati dalla loro essenza, che in fondo li ha resi così unici, la loro cioè parte umana e pericolosa e dannosa: violenza, perdizione, agonismo, bruttezza.

Il tutto per garantire un consumo lubrificato e anestetizzato.

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