Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Celine (estratto)

La roba da scrivere Alcide la teneva in una piccola scatola di biscotti proprio come quella che avevo visto a Branledore, proprio la stessa.
Tutti i sergenti raffermati avevano dunque le stesse abitudini.
Ma quando mi vide aprire la sua scatola Alcide, ebbe un gesto che mi sorprese per impedirmelo.
Ero imbarazzato.
Non sapevo perché me lo proibiva, la rimisi sul tavolo. « Ah! aprila va’! ha detto infine lui.
Va’ che non fa niente! » Sùbito sul rovescio del coperchio era incollata la foto di una ragazzina.
Solo la testa, un volto proprio dolce davvero con lunghi boccoli, come si portavano a quel tempo.
Presi carta e penna e rinchiusi in fretta la scatola.
Ero molto imbarazzato dalla mia indiscrezione, ma mi chiedevo tuttavia perché la cosa l’aveva tanto sconvolto.
Immaginai sùbito che si doveva trattare di una creatura sua, di cui aveva evitato di parlarmi fin lì.
Non chiedevo altro, ma lo sentivo alle mie spalle che cercava di raccontarmi qualcosa su quella foto, con una strana voce che non gli conoscevo ancora.
Farfugliava.

 

Non sapevo più dove mettermi, io.
Dovevo proprio aiutarlo a farmi le sue confidenze.
Per superare il momento non sapevo più da che parte prenderla.
Sarebbe stata una confidenza penosissima da ascoltare, ero sicuro.
Non ci tenevo per niente.
« E’ niente! lo sentii alla fine.
E la figlia di mio fratello…Sono morti tutti e due…
– I genitori? – Sì, i genitori…
– Chi la tira su allora? Tua madre? gli ho chiesto io, così, per manifestargli il mio interesse.
– Mia madre, ce l’ho più neanche lei…
– Allora chi? – Eh ben io! » Sogghignava, l’Alcide cremisi, come se avesse appena fatto qualcosa di assolutamente sconveniente.
Si riprese in fretta: « Cioè adesso ti spiego…
La faccio educare a Bordeaux dalle Suore…
Ma non le Suore dei poveri, mi capisci eh!…Dalle Suore “bene”…
Siccome sono io che me ne occupo puoi stare tranquillo.
Voglio che le manchi niente! Ginette, si chiama…
E una ragazzina molto carina…
Come sua madre d’altronde…
Lei mi scrive, fa progressi, solo che, sai, una retta così, è cara…
Soprattutto adesso che ha dieci anni…
Mi piacerebbe che imparasse anche il piano…Cosa ne dici te del piano?…
Va bene il piano, eh, per le ragazze?…
Credi mica?…
E l’inglese? E’utile anche l’inglese?…
Sai l’inglese te?… » Mi son messo a guardarlo molto più da vicino l’Alcide via via che confessava la colpa di non essere abbastanza generoso, con i suoi baffetti impomatati, le sopracciglia da eccentrico, la pelle calcinata.
Il pudico Alcide! Quante ne aveva dovuto fare di economie sulla sua paga striminzita… sui suoi premi d’arruolamento da fame e il piccolo commercio clandestino… per mesi, per anni, in quell’infernale Topo!…
Non sapevo cosa rispondergli io, non ero molto competente, ma mi superava talmente in fatto di cuore che diventai tutto rosso…
In confronto all’Alcide, non ero che un cafone impotente io, grossolano e fatuo ero…
Non si poteva smarronare.
Era chiaro.
Non osavo più parlargli, mi sentivo all’improvviso totalmente indegno di parlargli.
Io che ancora ieri lo trascuravo e perfino lo disprezzavo un po’, Alcide.
« Non ho avuto fortuna, proseguiva lui, senza rendersi conto che mi imbarazzava con le sue confidenze.
Immàginati che due anni fa, lei ha avuto la paralisi infantile…
Figùrati…
Tu sai cos’è la paralisi infantile? » Mi spiegò allora che la gamba sinistra della bambina continuava a essere atrofizzata e che seguiva una cura con l’elettricità a Bordeaux, da uno specialista.
« E una cosa che si guarisce, tu credi?… » si inquietava lui.
Gli assicurai che si aggiustava benissimo, proprio completamente col tempo e l’elettricità.
Parlava della madre che era morta e della malattia della piccola con molte precauzioni.
Aveva paura, anche di lontano, di farle del male.
« Sei stato a vederla dopo la malattia? – No… ero qui.
– Ci andrai presto? – Credo che non potrò prima di tre anni…
Tu capisci qui, faccio un po’ di commercio…
Allora questo l’aiuta un po’…
Se prendo un congedo adesso, al ritorno il posto sarebbe preso… soprattutto con quell’altra carogna…» Così, Alcide aveva fatto domanda per raddoppiare il soggiorno, per farsi sei anni di fila a Topo, invece dei tre, per la nipotina di cui non possedeva che qualche lettera e il ritrattino. « Quel che mi dispiace, riprese lui quando ci coricammo, è che lei laggiù non ha nessuno per le vacanze…
E dura per una bambina… » Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, ‘sto ragazzo, e aveva l’aria di niente.
Aveva offerto quasi senza un dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l’annichilimento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz’altro interesse che quello del suo buon cuore.
Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo intero e questo non si vedeva.
S’addormentò di colpo, alla luce della candela.
Finì che mi alzai per guardare bene i suoi tratti alla luce.
Dormiva come tutti.
Aveva l’aria proprio normale.
Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.

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Teologia dell’estratto conto: perché il nostro conto in banca è vicino a Dio e perché senza avere fede entrambi spariscono.

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La spoliazione sistematica di aziende come Alitalia e Telecom , fallite da anni e mantenute in vita da soldi dei risparmiatori  e salvate da un sistema di potere cristallizzato  ci porta oggi a fare i conti con una situazione che ha superato l’assurdo, la farsa , e che è entrata ufficialmente nella tragedia.

Alitalia :  in estrema sintesi  e senza entrare nelle complicità anche sindacali, Alitalia poteva essere venduta ad Air France per 2,4 miliardi di euro nel 2008, senza alcun carico per il contribuente. Oggi , dopo che i privati hanno versato 1,17 miliardi, il contribuente si è accollato 3,2 miliardi di euro (quasi un’Imu sulla prima casa) e i consumatori si sono accollati prezzi monopolistici sulla rotta Milano-Roma, il valore stimato di Alitalia è di solo 230 milioni. Da due miliardi e mezzo a 230 milioni.

Telecom: nel 1997 un’azione Telecom valeva nella prima quotazione in borsa 10.902 lire per azione (5 euro circa) . Oggi vale 0,5 /0,6 euro.  Inutile ripercorrere l’iter storico di tutte le finte  privatizzazioni e le spoliazioni degli asset strategici. L’unica cosa da sapere è la logica che c’è dietro e che ha dell’incredibile: compro una cosa a debito, cioè facendomi prestare i soldi da una banca compiacente, poi scarico i debiti sul bene acquisito e non contento di ciò vendo le parti produttive del bene e rivendo ciò che resta cioè un cadavere pieno di debiti.

Sviluppo? Ricerca? Equità? Patria?

Fanfare retoriche  per creare una cortina di fumo di balle motteggianti e moralistiche.

Alla base di tutto questo chi c’è?

C’è un uomo e una cultura: Giovanni Bazoli.

Nato  nel 1932, praticante nel più famoso studio legale di Brescia in cui il capo, Giuseppe Tovini, alla morte fu fatto beato (?), eredita lo studio legale e ci mette dentro il fratello di Papa Montini, Ludovico. Suo padre è deputato della democrazia Cristiana. Entra nel Banco San Paolo di Brescia, e nel 1982 a cadavere caldo che penzola impiccato sotto un ponte , fa parte della cordata che compra Il banco Ambrosiano. Diventa il fervido predicatore di un gruppo capeggiato da monsignor Attilio Nicora, un gruppo di potenti che si segnala per la crociata contro la finanza laica ( leggi Enrico Cuccia) .

Il nocciolo culturale di questi devoti appoggiati dal Vaticano, la cui banca, è sempre bene ricordarlo, è stata il principale snodo di riciclaggio dell’economia criminale del Paese tangenti comprese,  è semplice: controllare l’economia italiana e ammantarsi di cattolicesimo sociale e di sinistra  escludendo qualunque pratica di mercato, qualunque concorrenza, e controllando la cosa più importante per lo sviluppo imprenditoriale: l’accesso al credito e i soldi per eventuali fusioni e scalate.

Una serie di vertiginose fusioni e l’ultima operazione che dà il profilo definitivo alla banca, cioè la fusione col San Paolo di Torino nel dicembre 2006,  porta il gruppo con 5.500 sportelli, 13 milioni di clienti, un valore di Borsa superiore ai 65 miliardi di euro, 500 miliardi di attivi e 300 di raccolta ad essere  il più importante gruppo bancario italiano.

La filosofia di questo “gigante” la possiamo leggere in Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, recensendo Mercato e disuguaglianza (Morcelliana 2004): «Lasciato a se stesso, il mercato – osserva Giovanni Bazoli uomo di banca – “aggrava le disuguaglianze” tra i popoli della terra e quello “globale” non si sottrae a tale destino. C’è la possibilità – chiede il Bazoli giurista – che la società regolamenti il mercato in modo da indurlo non solo a creare ricchezza ma anche uguaglianza? Questa possibilità dev’esserci, risponde il Bazoli cristiano».

Il “cristiano” è naturalmente amico intimo di Prodi ed entrambi sono allievi “spirituali” o reali di Andreatta, l’unico sempre chiamato in causa per legittimare patenti etiche e competenze, ma purtroppo morto e sepolto da anni e quindi poco propenso a replicare .

C’è dunque il crisma di una “morale” e di “una visione” prospettica della società radicate in un’idea di “unicità culturale” della nazione: l’Italia come eccezione nell’economia globale e come Nazione guidata da saggi, legittimati però da se stessi. Risultati? Dati? Verifiche?

Quisquilie di fronte al verbo degli illuminati.

L’unico risultato di questo gruppo di potere è chiudere l’Italia al controllo e alla competizione del mercato globale attraverso alcune idee di fondo: la finanzia mondiale è a volte il diavolo, lo Stato delega ad un sistema bancario chiuso, trenta  persone al massimo, la gestione del  capitalismo nazionale e di alcuni asset “strategici” per garantire “un’equità sociale”.

Dietro questa nobilità di principi nessun “organo di controllo” si preoccupa di  chiedere cose semplicissime: quali sono gli asset strategici?  Cos’è la pomposa  equità sociale quando un volo Roma Milano costa il 500% in più del suo prezzo di mercato, quando l’energia costa il 60% in più di un qualunque paese europeo, quando la gestione del risparmio privato è saccheggio e rapina a danno dei piccoli risparmiatori scaricando su di loro i debiti di scelte nefaste ( Parmalat, Cirio) ?

Perché  nessuno dei “capitalisti” appartenenti a questo giro  fallisce mai?

Nessuno si preoccupa cioè di verificare i risultati di un’oligarchia di rapina e di un capitalismo di conoscenze, che sa sempre chi finanziare e perché,  ma al  tempo stesso ammantare con motteggi da “alta morale”, versione italica della “demoniaca”  alta finanza , inginocchiatoi e bacio di pantofole cardinalizie, la promozione di famigli , di imprenditori del tutto incapaci ma organici alla politica ( ricordiamo che il figlio di uno di questi è il responsabile economico del Pd)  e utili per cementare l’isolamento dal mondo del mercato con un flusso costante di soldi non guadagnati ma da sprecare e buttare.

I soldi  dei risparmiatori che evidentemente non sono visti mai come bravi cattolici o bravi compagni ma come peccatori da “educare” e “dirigere” .

Come enunciato pomposamente nel piano 2011, gli obiettivi di Intesa Sanpaolo sono di «contribuire alla crescita e allo sviluppo dell’economia e della società» attraverso una «banca dell’economia reale», che non si arricchisce attraverso speculazioni finanziarie («incidenza dei ricavi da proprietary trading inferiore all’1% del totale»), ma con progetti di sviluppo che «promuovono e adottano l’innovazione a tutti i livelli».

Risultati : grandi operazione di sistema coordinate da Intesa: Alitalia, Telco, Rcs. Negli ultimi quattro anni queste operazioni hanno impegnato complessivamente 1,3 miliardi di euro di prestiti e 756 milioni di capitale investito, che è costato a Intesa perdite pari a 624 milioni.

Se guardiamo al rendimento delle azioni in Borsa, Intesa ha certamente brillato nel panorama italiano: chi avesse investito all’inizio del 2007 si troverebbe oggi una perdita di solo il 67%, contro una del 92% per Montepaschi e dell’87% per UniCredit. La performance di Intesa, però, rimane nettamente inferiore a quella dell’indice bancario europeo durante il periodo (-57%)

Naturalmente il baciapile non può rinunciare alla finanza e alla speculazione finanziaria viste le proporzioni della banca. Per farla senza sporcarsi le mani si affida all’uomo più ricco di Francia, Romain Zaleski.

Come scrive Zingales : “È da più di quattro anni che Intesa continua a rinnovare un prestito di 1,3 miliardi di euro alla Tassara di Zaleski  nonostante il valore stimato del patrimonio di questa società sia inferiore ai sui debiti, tanto che tutti i creditori stranieri sono rientrati nel 2008. Forse che la Carlo Tassara Spa contribuisce «alla crescita e allo sviluppo dell’economia e della società»? No. È un veicolo dedicato prevalentemente alla speculazione sui titoli delle principali società finanziarie italiane (tra cui la stessa Intesa)”.

Cioè finanzio una società fallita che può speculare con i soldi che la finanziano sulla società che la finanzia. Oltre l’assurdo, oltre le nuvole, e vicino all’iperuranio di  Dio che però non esiste o conta molto meno dei suoi uomini in terra. Zaleski nel frattempo lascia un piccolo “pagherò” ovvero una perdita da 850 milioni di euro.  Se ne accorge l’Ad di Intesa San paolo che non a caso verrà a breve liquidato da Bazoli padrone centenario del risparmio di 13 milioni di italiani.

A noi comuni mortali resta la teologia dell’estratto conto per vedere se almeno lì esiste ancora qualcosa  prima dell’intervento di qualche “devoto”.

Vendemmia cinema e potere.

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La vittoria di un documentario al festival del cinema di Venezia ha scatenato nel mondo del cinema stesso la giusta rivalsa dei margini, coloro esclusi cioè dalla spartizione cannibale e ormai conclusa alimentata  dal gigantismo statale e statalista tipica degli anni di nascita di istituzioni nate per dopare il cinema e rilanciarlo in un’industria dell’immaginario che avrebbe dovuto fare , con molti soldi, le stesse cose che riusciva a fare prima con pochi.

Luoghi istituzionali deputati ad immettere denari pubblici , rilanciare un settore rendendolo “industriale” attraverso la mano per nulla illuminata e per nulla da mecenati di burocrati di Stato nobili nei cognomi e i loro circoli di  comprimari, piccoli famigli raccomandati e raccomandatori ed una pletora di parassiti tra il miracolato e il piagnisteo subito propensi, non trovando realtà simili in Europa in cui fosse così facile arraffare, ad abbeverarsi alla fonte.

Naturalmente nessuno scatto in avanti è stato fatto soprattutto dal punto di vista economico e industriale. Nessuna industria è stata creata e nessun rilancio del cinema italiano è stato almeno iniziato: solo una moltiplicazione di buffet in luoghi alla moda ( da Cannes a New York a Toronto) dove ritrovarsi per condividere sbadigli, allenare le ganasce a tartine , rimediare prebende e affittare suite distribuendo briciole ad un mondo del cinema sempre complice perché debole e schiacciato, parrocchiale nella sua devozione alla politica o alle idiozie e retoriche dei vari distributori di patenti etiche ovvero i critici cinematografici .

Risultato? Scomparsa di Cinecittà come polo industriale, disoccupazione diffusa, scomparsa dell’industria dell’animazione, creazione artificiale di un mondo ancillare e placentale che vive o muore di finanziamenti e dipende dall’arbitrio di  umorali potenti o dai favori di faine.

Dal punto di vista cinematografico poi  la creazione di una serie di prototipi di film invendibili, l’esaltazione dei difetti classici di un cinema intimamente di destra  anche se da sinistra (l’autorialità come moloch e la commedia come balsamo consolatorio oltre alla scomparsa della palestra del genere considerato inadatto)   e la ricerca ossessiva di annullamento della sua forza originaria ( l’artigianalità delle professioni e l’originalità delle idee) hanno completato il disarmo.

Miracolosamente però a sopravvivere è stato il cinema senza soldi, senza cioè il compromettente debito nei confronti di distributori di asfissie , date a mani basse per arricchire un medagliere di vite grame e noiose in cui il potere deve trovare un packaging nella cultura o peggio nell’arte, comprandosela.

Molti di coloro che da questo tracollo sono stati esclusi, coloro cioè che né hanno creato arte né sono riusciti a mettersi in fila alla mangiatoia,  hanno ripiegato sulla rivendicazione di un loro  presunto eroismo  sintetizzabile nel dogma di : “fare cinema nonostante”.

Impegnati a controllarsi su chi abbia tra di loro le stigmate più purulente e chi porti meglio la croce e le croste, si sono consolati a vicenda sentendosi parte di un disastro  frutto di macumbe e complotti istituzionali o peggio ancora vittime di concetti generalissimi e marginali ad un disastro sostanziale ( la mancata educazione scolastica all’audiovisivo (sigh!)) che ha portato loro ad una marginalizzazione “esemplare”. Nel Golgota della cultura possono così salmodiare litanie e in futuro rimediare prebende. Speriamo  almeno quelle.

Tra questi, i maestri di lagnanze sono sempre stati i documentaristi e i produttori di documentari, ripetitori di ricettine e toponomastiche nostalgiche, con segnali stradali da Italia in miniatura dove a destra c’era il Dittatore e a sinistra un pantheon di santi sensibili al cinema come “valore culturale” , espressione tipica per rinforzare il  solo interesse della politica per le arti  e cioè la propaganda.

Tarantolati per spasmo più che per scelta da un ossessivo copia e incolla di cataclismi, meglio se migratori e col morto a galla, superati a destra dalle politiche di finta integrazione e dalla finta opposizione di sinistra, molti documentaristi italiani hanno perso così il loro alveo di riferimento ideologico e invece di sentirsi liberati finalmente dalla pesantezza di dogmi funesti e ospitate recitanti,  hanno continuato a complicare la loro possibile ingenuità di sguardo e purezza e libertà  con l’obolo dei temi dovuti: sociali, antropologici ed esistenziali.  Per una nostalgia di palingenesi  quando va bene ma più generalmente per una sclerosi di comportamenti automatici.

Provando a rispettare  i dogmi della “compostezza austera” e del  “rigore”, tipici concetti valigia, riempibili cioè di ogni contenuto e valore per giustificare selezioni e carriere, hanno troppo spesso riportato  così la gioiosa e anarcoide possibilità di un digitale a zero euro, quindi definitivamente liberato, alle messe cantate e alla natura fossile della critica cinematografica italiana e dei selezionatori da festival,  “temibili” cardinali inquisitori la cui mancanza di fantasia e di umorismo e la cui assoluta mancanza di competenza sul campo, anche minima, che li porta a confondere una focale con un falò,  avrebbe ucciso in culla qualunque Michael Moore nostrano.

Tutti improvvisamente dimentichi, per paure e autocensure, di una componente essenziale del cinema come arte ovvero la menzogna.

E tutti attenti a non “sfruttare” il proprio oggetto, un’umanità scelta e seguita che proprio per questo è sempre  interpretata  dall’occhio di un autore. E’ sempre inevitabilmente “sfruttata” se c’è un autore.

Quando c’è e anche se lui non lo sa.

Per non cadere in una “pornografia”, parola che usano troppo spesso generando sospetti,  sono in realtà caduti in un’ onesta grafia da compitino.

Un biascichio curiale e auto censorio, sempre attento a salvaguardare i confini di un genere,il documentario,  che, se non si trasla in uno sguardo  d’arte e non si lascia contaminare, crea solo sonnambuli  fuori tempo massimo.  Noiosissimi  polpettoni di soli 52 minuti con gente che cade da navi, materiali di archivio sgranato e orrende e infauste interviste con fondale a sofferenti, supplici, miracolati o più generici poveri. All’insegna di una purezza dei cuori, di una poesia dell’umano date sempre per scontate e di un ritorno alla Natura contro uno sfruttamento capitalista degli altri e delle cose mai discusso capito e analizzato davvero.

Mai interpretato.

A questi falliti per mancanza di coraggio e acume,  risponde da tempo la speranza di un cinema marginale, sia come luoghi di creazione e di analisi sia come temi trattati e modalità di trattarli, sia come modalità di finanziamento.  Un cinema cioè d’arte.

Cinema che è già consolidato nel suo sguardo autoriale e maturo perché unico di , ad esempio,  Frammartino e Pietro Marcello. E ora anche, così pare ma non ci giurerei, del vincitore del leone d’oro.

Il rischio però che questi artisti, dopo essere stati considerati degli eretici appestati,  siano oggi utilizzati come grimaldello per sdoganare una pletora di pantofolai da dibattito pieni di progetti nei cassetti ,  è una quasi certezza.

Prepariamoci dunque ad un prolasso  di pastori ripresi nella purezza del loro lavoro di pascolare pecuri e di impastare caciotte, un’orgia di migranti piagnoni ripresi mentre rovistano mondezze e infiammano pneumatici, un sud sempre puro e schiacciato da cattivi intangibili, lunghi sermoni pontificanti su infibulazioni, bombe, umanità lasciata a fermentare in botti troppo piccole e senza spiragli di luce e di sguardo.

Botti claustrofobiche e asfissianti perché prive di fantasia.

Bomba o non bomba?

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L’italiano di ritorno dalla vacanze , oberato da un’ ulteriore pinguedine, schiacciato da una rassegnata ansietà per tasse e tracolli imminenti e obbligato a ritornare nella sua scrivania di noia, luogo che in famiglia è ancora costretto a chiamare lavoro per giustificare fughe e assenze, non può esimersi da mobilitarsi pro o contro, sopra e sotto, la Siria. Tutta.

Per farlo meglio si informa ed ecco sorgere in lui una bulimia da notizia e un prolasso dialogico, che si perde in mille rivoli: si perde tra i nomi delle varie etnie in lotta nell’esotica distanza e, se legge i titoli dell’Internazionale a cui è abbonato, sintetizza con un più semplice frasario da pragmatico la complessità della situazione: “in Siria c’è un casino”; si perde quando accenna invece a misteriose “tribù” se il suo pragmatismo è radicato in una sanissima ignoranza prescolare mai intaccata da ore di geografia persino politica e da indottrinamenti pro o contro, tipici danni di un liceo mai, per fortuna, frequentato da vigile.

C’è poi chi, supportato da esperti televisivi nel campo delle alabarde e dei cannoni tutti, si sofferma con precisione chirurgica sulle varie bombarde possibili: missili intelligenti, panzer, esplosioni, gas , ora per dimostrare l’inevitabile genocidio, meglio se di bimbi, in atto in procinto o che fu, ora per confermare “la precisione chirurgica “ di petardoni che in tutta evidenza esplodono comunque. Un pantheon di frizzi lazzi e morti da esibire come tombale finale per un pranzo luculliano e prima delle diapositive estive.

” Che bello! Dove siete qui?”

In prima fila e golosissimi di esserci, i sempre eticamente ineccepibili documentaristi ma per ora disoccupati perché non nati né espatriati in Francia. Ah la Francia!

C’è chi tra loro già si prepara a partire verso la Siria o nei dintorni per primi piani  esaustivi e necessari, supportato nel viaggio da pianti e risparmi di mamma e speranze paterne, perché forse stavolta non torna proprio; altri che si mobilitano incalzando produttori ruspati e sempre militanti ma meglio se a gettone e quindi poco propensi a muoversi nella richiesta fondi prima di una mattanza tonante; altri ancora che, inaciditi per la stasi che li inchioda al baretto, parlano di quando in Siria c’erano stati con Avventure nel mondo. Per provare che dicono il vero mostrano un profluvio di foto, perché sono laureati e pure masterizzati in foto antropologia. E, tra le migliaia di scatti di indicibile ovvietà, qualcuna davvero bella c’è: macerie, primi piani piangenti, linee di fuga su stradoni di povertà calabra.

Ma in Siria. O era la Giordania?

Nelle ultime calure estive trovare rinfresco, un refolo di brezza ristoratrice, è possibile solo a patto di un corposo dibattito serale. Tra griglie fumanti di salsicce rosolate e all’aperto, viene invitato l’unico siriano rimasto in Agosto all’interno del raccordo anulare, amico di amici e militante, siriano doc dicono ma senza specifiche ulteriori, e fondatore di plurime associazioni da sempre perseguitate, ora da destra ora da sinistra, ora in Italia ora in Siria, con equanime distribuzione di scalogne subito curate dal balsamo di qualche fondo pubblico italico, di certo regionale o ancora più ignoto in quanto provinciale.

In platea c’è già chi affronta un discorso corredato da questioni e domande calzanti al siriano per nulla spaesato. Discorso tanto generale da sembrare acuto che slitta dalla civiltà del petrolio , alla geografia dei gas nel mondo compresi i propri, agli americani imperialisti fascisti ma pure Obama anche se negro , alla futurologia. Un pandemonio di profondità.

Una vertigine che ricorda l’oroscopo.

Il siriano è sempre introdotto da una vestale sociopolitica e ricercatrice di sirianate che i compagni kefiati e per nulla misogini chiamano la cinghialessa: lei snocciola un pantheon di reati sempre “internazionali” e che quindi ci riguardano tutti anche se non lo sapevamo e termina con un richiamo forte alla Storia che si ripete.

Il dibattito stesso ne è la prova.

Il siriano parla a lungo mentre in platea i riflussi gastroesofagei e i borbotii inurbani, gridano bisogni essenziali e, perché no, internazionali: salsicce.