Bomba o non bomba?

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L’italiano di ritorno dalla vacanze , oberato da un’ ulteriore pinguedine, schiacciato da una rassegnata ansietà per tasse e tracolli imminenti e obbligato a ritornare nella sua scrivania di noia, luogo che in famiglia è ancora costretto a chiamare lavoro per giustificare fughe e assenze, non può esimersi da mobilitarsi pro o contro, sopra e sotto, la Siria. Tutta.

Per farlo meglio si informa ed ecco sorgere in lui una bulimia da notizia e un prolasso dialogico, che si perde in mille rivoli: si perde tra i nomi delle varie etnie in lotta nell’esotica distanza e, se legge i titoli dell’Internazionale a cui è abbonato, sintetizza con un più semplice frasario da pragmatico la complessità della situazione: “in Siria c’è un casino”; si perde quando accenna invece a misteriose “tribù” se il suo pragmatismo è radicato in una sanissima ignoranza prescolare mai intaccata da ore di geografia persino politica e da indottrinamenti pro o contro, tipici danni di un liceo mai, per fortuna, frequentato da vigile.

C’è poi chi, supportato da esperti televisivi nel campo delle alabarde e dei cannoni tutti, si sofferma con precisione chirurgica sulle varie bombarde possibili: missili intelligenti, panzer, esplosioni, gas , ora per dimostrare l’inevitabile genocidio, meglio se di bimbi, in atto in procinto o che fu, ora per confermare “la precisione chirurgica “ di petardoni che in tutta evidenza esplodono comunque. Un pantheon di frizzi lazzi e morti da esibire come tombale finale per un pranzo luculliano e prima delle diapositive estive.

” Che bello! Dove siete qui?”

In prima fila e golosissimi di esserci, i sempre eticamente ineccepibili documentaristi ma per ora disoccupati perché non nati né espatriati in Francia. Ah la Francia!

C’è chi tra loro già si prepara a partire verso la Siria o nei dintorni per primi piani  esaustivi e necessari, supportato nel viaggio da pianti e risparmi di mamma e speranze paterne, perché forse stavolta non torna proprio; altri che si mobilitano incalzando produttori ruspati e sempre militanti ma meglio se a gettone e quindi poco propensi a muoversi nella richiesta fondi prima di una mattanza tonante; altri ancora che, inaciditi per la stasi che li inchioda al baretto, parlano di quando in Siria c’erano stati con Avventure nel mondo. Per provare che dicono il vero mostrano un profluvio di foto, perché sono laureati e pure masterizzati in foto antropologia. E, tra le migliaia di scatti di indicibile ovvietà, qualcuna davvero bella c’è: macerie, primi piani piangenti, linee di fuga su stradoni di povertà calabra.

Ma in Siria. O era la Giordania?

Nelle ultime calure estive trovare rinfresco, un refolo di brezza ristoratrice, è possibile solo a patto di un corposo dibattito serale. Tra griglie fumanti di salsicce rosolate e all’aperto, viene invitato l’unico siriano rimasto in Agosto all’interno del raccordo anulare, amico di amici e militante, siriano doc dicono ma senza specifiche ulteriori, e fondatore di plurime associazioni da sempre perseguitate, ora da destra ora da sinistra, ora in Italia ora in Siria, con equanime distribuzione di scalogne subito curate dal balsamo di qualche fondo pubblico italico, di certo regionale o ancora più ignoto in quanto provinciale.

In platea c’è già chi affronta un discorso corredato da questioni e domande calzanti al siriano per nulla spaesato. Discorso tanto generale da sembrare acuto che slitta dalla civiltà del petrolio , alla geografia dei gas nel mondo compresi i propri, agli americani imperialisti fascisti ma pure Obama anche se negro , alla futurologia. Un pandemonio di profondità.

Una vertigine che ricorda l’oroscopo.

Il siriano è sempre introdotto da una vestale sociopolitica e ricercatrice di sirianate che i compagni kefiati e per nulla misogini chiamano la cinghialessa: lei snocciola un pantheon di reati sempre “internazionali” e che quindi ci riguardano tutti anche se non lo sapevamo e termina con un richiamo forte alla Storia che si ripete.

Il dibattito stesso ne è la prova.

Il siriano parla a lungo mentre in platea i riflussi gastroesofagei e i borbotii inurbani, gridano bisogni essenziali e, perché no, internazionali: salsicce.

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