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La vittoria di un documentario al festival del cinema di Venezia ha scatenato nel mondo del cinema stesso la giusta rivalsa dei margini, coloro esclusi cioè dalla spartizione cannibale e ormai conclusa alimentata  dal gigantismo statale e statalista tipica degli anni di nascita di istituzioni nate per dopare il cinema e rilanciarlo in un’industria dell’immaginario che avrebbe dovuto fare , con molti soldi, le stesse cose che riusciva a fare prima con pochi.

Luoghi istituzionali deputati ad immettere denari pubblici , rilanciare un settore rendendolo “industriale” attraverso la mano per nulla illuminata e per nulla da mecenati di burocrati di Stato nobili nei cognomi e i loro circoli di  comprimari, piccoli famigli raccomandati e raccomandatori ed una pletora di parassiti tra il miracolato e il piagnisteo subito propensi, non trovando realtà simili in Europa in cui fosse così facile arraffare, ad abbeverarsi alla fonte.

Naturalmente nessuno scatto in avanti è stato fatto soprattutto dal punto di vista economico e industriale. Nessuna industria è stata creata e nessun rilancio del cinema italiano è stato almeno iniziato: solo una moltiplicazione di buffet in luoghi alla moda ( da Cannes a New York a Toronto) dove ritrovarsi per condividere sbadigli, allenare le ganasce a tartine , rimediare prebende e affittare suite distribuendo briciole ad un mondo del cinema sempre complice perché debole e schiacciato, parrocchiale nella sua devozione alla politica o alle idiozie e retoriche dei vari distributori di patenti etiche ovvero i critici cinematografici .

Risultato? Scomparsa di Cinecittà come polo industriale, disoccupazione diffusa, scomparsa dell’industria dell’animazione, creazione artificiale di un mondo ancillare e placentale che vive o muore di finanziamenti e dipende dall’arbitrio di  umorali potenti o dai favori di faine.

Dal punto di vista cinematografico poi  la creazione di una serie di prototipi di film invendibili, l’esaltazione dei difetti classici di un cinema intimamente di destra  anche se da sinistra (l’autorialità come moloch e la commedia come balsamo consolatorio oltre alla scomparsa della palestra del genere considerato inadatto)   e la ricerca ossessiva di annullamento della sua forza originaria ( l’artigianalità delle professioni e l’originalità delle idee) hanno completato il disarmo.

Miracolosamente però a sopravvivere è stato il cinema senza soldi, senza cioè il compromettente debito nei confronti di distributori di asfissie , date a mani basse per arricchire un medagliere di vite grame e noiose in cui il potere deve trovare un packaging nella cultura o peggio nell’arte, comprandosela.

Molti di coloro che da questo tracollo sono stati esclusi, coloro cioè che né hanno creato arte né sono riusciti a mettersi in fila alla mangiatoia,  hanno ripiegato sulla rivendicazione di un loro  presunto eroismo  sintetizzabile nel dogma di : “fare cinema nonostante”.

Impegnati a controllarsi su chi abbia tra di loro le stigmate più purulente e chi porti meglio la croce e le croste, si sono consolati a vicenda sentendosi parte di un disastro  frutto di macumbe e complotti istituzionali o peggio ancora vittime di concetti generalissimi e marginali ad un disastro sostanziale ( la mancata educazione scolastica all’audiovisivo (sigh!)) che ha portato loro ad una marginalizzazione “esemplare”. Nel Golgota della cultura possono così salmodiare litanie e in futuro rimediare prebende. Speriamo  almeno quelle.

Tra questi, i maestri di lagnanze sono sempre stati i documentaristi e i produttori di documentari, ripetitori di ricettine e toponomastiche nostalgiche, con segnali stradali da Italia in miniatura dove a destra c’era il Dittatore e a sinistra un pantheon di santi sensibili al cinema come “valore culturale” , espressione tipica per rinforzare il  solo interesse della politica per le arti  e cioè la propaganda.

Tarantolati per spasmo più che per scelta da un ossessivo copia e incolla di cataclismi, meglio se migratori e col morto a galla, superati a destra dalle politiche di finta integrazione e dalla finta opposizione di sinistra, molti documentaristi italiani hanno perso così il loro alveo di riferimento ideologico e invece di sentirsi liberati finalmente dalla pesantezza di dogmi funesti e ospitate recitanti,  hanno continuato a complicare la loro possibile ingenuità di sguardo e purezza e libertà  con l’obolo dei temi dovuti: sociali, antropologici ed esistenziali.  Per una nostalgia di palingenesi  quando va bene ma più generalmente per una sclerosi di comportamenti automatici.

Provando a rispettare  i dogmi della “compostezza austera” e del  “rigore”, tipici concetti valigia, riempibili cioè di ogni contenuto e valore per giustificare selezioni e carriere, hanno troppo spesso riportato  così la gioiosa e anarcoide possibilità di un digitale a zero euro, quindi definitivamente liberato, alle messe cantate e alla natura fossile della critica cinematografica italiana e dei selezionatori da festival,  “temibili” cardinali inquisitori la cui mancanza di fantasia e di umorismo e la cui assoluta mancanza di competenza sul campo, anche minima, che li porta a confondere una focale con un falò,  avrebbe ucciso in culla qualunque Michael Moore nostrano.

Tutti improvvisamente dimentichi, per paure e autocensure, di una componente essenziale del cinema come arte ovvero la menzogna.

E tutti attenti a non “sfruttare” il proprio oggetto, un’umanità scelta e seguita che proprio per questo è sempre  interpretata  dall’occhio di un autore. E’ sempre inevitabilmente “sfruttata” se c’è un autore.

Quando c’è e anche se lui non lo sa.

Per non cadere in una “pornografia”, parola che usano troppo spesso generando sospetti,  sono in realtà caduti in un’ onesta grafia da compitino.

Un biascichio curiale e auto censorio, sempre attento a salvaguardare i confini di un genere,il documentario,  che, se non si trasla in uno sguardo  d’arte e non si lascia contaminare, crea solo sonnambuli  fuori tempo massimo.  Noiosissimi  polpettoni di soli 52 minuti con gente che cade da navi, materiali di archivio sgranato e orrende e infauste interviste con fondale a sofferenti, supplici, miracolati o più generici poveri. All’insegna di una purezza dei cuori, di una poesia dell’umano date sempre per scontate e di un ritorno alla Natura contro uno sfruttamento capitalista degli altri e delle cose mai discusso capito e analizzato davvero.

Mai interpretato.

A questi falliti per mancanza di coraggio e acume,  risponde da tempo la speranza di un cinema marginale, sia come luoghi di creazione e di analisi sia come temi trattati e modalità di trattarli, sia come modalità di finanziamento.  Un cinema cioè d’arte.

Cinema che è già consolidato nel suo sguardo autoriale e maturo perché unico di , ad esempio,  Frammartino e Pietro Marcello. E ora anche, così pare ma non ci giurerei, del vincitore del leone d’oro.

Il rischio però che questi artisti, dopo essere stati considerati degli eretici appestati,  siano oggi utilizzati come grimaldello per sdoganare una pletora di pantofolai da dibattito pieni di progetti nei cassetti ,  è una quasi certezza.

Prepariamoci dunque ad un prolasso  di pastori ripresi nella purezza del loro lavoro di pascolare pecuri e di impastare caciotte, un’orgia di migranti piagnoni ripresi mentre rovistano mondezze e infiammano pneumatici, un sud sempre puro e schiacciato da cattivi intangibili, lunghi sermoni pontificanti su infibulazioni, bombe, umanità lasciata a fermentare in botti troppo piccole e senza spiragli di luce e di sguardo.

Botti claustrofobiche e asfissianti perché prive di fantasia.

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