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La spoliazione sistematica di aziende come Alitalia e Telecom , fallite da anni e mantenute in vita da soldi dei risparmiatori  e salvate da un sistema di potere cristallizzato  ci porta oggi a fare i conti con una situazione che ha superato l’assurdo, la farsa , e che è entrata ufficialmente nella tragedia.

Alitalia :  in estrema sintesi  e senza entrare nelle complicità anche sindacali, Alitalia poteva essere venduta ad Air France per 2,4 miliardi di euro nel 2008, senza alcun carico per il contribuente. Oggi , dopo che i privati hanno versato 1,17 miliardi, il contribuente si è accollato 3,2 miliardi di euro (quasi un’Imu sulla prima casa) e i consumatori si sono accollati prezzi monopolistici sulla rotta Milano-Roma, il valore stimato di Alitalia è di solo 230 milioni. Da due miliardi e mezzo a 230 milioni.

Telecom: nel 1997 un’azione Telecom valeva nella prima quotazione in borsa 10.902 lire per azione (5 euro circa) . Oggi vale 0,5 /0,6 euro.  Inutile ripercorrere l’iter storico di tutte le finte  privatizzazioni e le spoliazioni degli asset strategici. L’unica cosa da sapere è la logica che c’è dietro e che ha dell’incredibile: compro una cosa a debito, cioè facendomi prestare i soldi da una banca compiacente, poi scarico i debiti sul bene acquisito e non contento di ciò vendo le parti produttive del bene e rivendo ciò che resta cioè un cadavere pieno di debiti.

Sviluppo? Ricerca? Equità? Patria?

Fanfare retoriche  per creare una cortina di fumo di balle motteggianti e moralistiche.

Alla base di tutto questo chi c’è?

C’è un uomo e una cultura: Giovanni Bazoli.

Nato  nel 1932, praticante nel più famoso studio legale di Brescia in cui il capo, Giuseppe Tovini, alla morte fu fatto beato (?), eredita lo studio legale e ci mette dentro il fratello di Papa Montini, Ludovico. Suo padre è deputato della democrazia Cristiana. Entra nel Banco San Paolo di Brescia, e nel 1982 a cadavere caldo che penzola impiccato sotto un ponte , fa parte della cordata che compra Il banco Ambrosiano. Diventa il fervido predicatore di un gruppo capeggiato da monsignor Attilio Nicora, un gruppo di potenti che si segnala per la crociata contro la finanza laica ( leggi Enrico Cuccia) .

Il nocciolo culturale di questi devoti appoggiati dal Vaticano, la cui banca, è sempre bene ricordarlo, è stata il principale snodo di riciclaggio dell’economia criminale del Paese tangenti comprese,  è semplice: controllare l’economia italiana e ammantarsi di cattolicesimo sociale e di sinistra  escludendo qualunque pratica di mercato, qualunque concorrenza, e controllando la cosa più importante per lo sviluppo imprenditoriale: l’accesso al credito e i soldi per eventuali fusioni e scalate.

Una serie di vertiginose fusioni e l’ultima operazione che dà il profilo definitivo alla banca, cioè la fusione col San Paolo di Torino nel dicembre 2006,  porta il gruppo con 5.500 sportelli, 13 milioni di clienti, un valore di Borsa superiore ai 65 miliardi di euro, 500 miliardi di attivi e 300 di raccolta ad essere  il più importante gruppo bancario italiano.

La filosofia di questo “gigante” la possiamo leggere in Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, recensendo Mercato e disuguaglianza (Morcelliana 2004): «Lasciato a se stesso, il mercato – osserva Giovanni Bazoli uomo di banca – “aggrava le disuguaglianze” tra i popoli della terra e quello “globale” non si sottrae a tale destino. C’è la possibilità – chiede il Bazoli giurista – che la società regolamenti il mercato in modo da indurlo non solo a creare ricchezza ma anche uguaglianza? Questa possibilità dev’esserci, risponde il Bazoli cristiano».

Il “cristiano” è naturalmente amico intimo di Prodi ed entrambi sono allievi “spirituali” o reali di Andreatta, l’unico sempre chiamato in causa per legittimare patenti etiche e competenze, ma purtroppo morto e sepolto da anni e quindi poco propenso a replicare .

C’è dunque il crisma di una “morale” e di “una visione” prospettica della società radicate in un’idea di “unicità culturale” della nazione: l’Italia come eccezione nell’economia globale e come Nazione guidata da saggi, legittimati però da se stessi. Risultati? Dati? Verifiche?

Quisquilie di fronte al verbo degli illuminati.

L’unico risultato di questo gruppo di potere è chiudere l’Italia al controllo e alla competizione del mercato globale attraverso alcune idee di fondo: la finanzia mondiale è a volte il diavolo, lo Stato delega ad un sistema bancario chiuso, trenta  persone al massimo, la gestione del  capitalismo nazionale e di alcuni asset “strategici” per garantire “un’equità sociale”.

Dietro questa nobilità di principi nessun “organo di controllo” si preoccupa di  chiedere cose semplicissime: quali sono gli asset strategici?  Cos’è la pomposa  equità sociale quando un volo Roma Milano costa il 500% in più del suo prezzo di mercato, quando l’energia costa il 60% in più di un qualunque paese europeo, quando la gestione del risparmio privato è saccheggio e rapina a danno dei piccoli risparmiatori scaricando su di loro i debiti di scelte nefaste ( Parmalat, Cirio) ?

Perché  nessuno dei “capitalisti” appartenenti a questo giro  fallisce mai?

Nessuno si preoccupa cioè di verificare i risultati di un’oligarchia di rapina e di un capitalismo di conoscenze, che sa sempre chi finanziare e perché,  ma al  tempo stesso ammantare con motteggi da “alta morale”, versione italica della “demoniaca”  alta finanza , inginocchiatoi e bacio di pantofole cardinalizie, la promozione di famigli , di imprenditori del tutto incapaci ma organici alla politica ( ricordiamo che il figlio di uno di questi è il responsabile economico del Pd)  e utili per cementare l’isolamento dal mondo del mercato con un flusso costante di soldi non guadagnati ma da sprecare e buttare.

I soldi  dei risparmiatori che evidentemente non sono visti mai come bravi cattolici o bravi compagni ma come peccatori da “educare” e “dirigere” .

Come enunciato pomposamente nel piano 2011, gli obiettivi di Intesa Sanpaolo sono di «contribuire alla crescita e allo sviluppo dell’economia e della società» attraverso una «banca dell’economia reale», che non si arricchisce attraverso speculazioni finanziarie («incidenza dei ricavi da proprietary trading inferiore all’1% del totale»), ma con progetti di sviluppo che «promuovono e adottano l’innovazione a tutti i livelli».

Risultati : grandi operazione di sistema coordinate da Intesa: Alitalia, Telco, Rcs. Negli ultimi quattro anni queste operazioni hanno impegnato complessivamente 1,3 miliardi di euro di prestiti e 756 milioni di capitale investito, che è costato a Intesa perdite pari a 624 milioni.

Se guardiamo al rendimento delle azioni in Borsa, Intesa ha certamente brillato nel panorama italiano: chi avesse investito all’inizio del 2007 si troverebbe oggi una perdita di solo il 67%, contro una del 92% per Montepaschi e dell’87% per UniCredit. La performance di Intesa, però, rimane nettamente inferiore a quella dell’indice bancario europeo durante il periodo (-57%)

Naturalmente il baciapile non può rinunciare alla finanza e alla speculazione finanziaria viste le proporzioni della banca. Per farla senza sporcarsi le mani si affida all’uomo più ricco di Francia, Romain Zaleski.

Come scrive Zingales : “È da più di quattro anni che Intesa continua a rinnovare un prestito di 1,3 miliardi di euro alla Tassara di Zaleski  nonostante il valore stimato del patrimonio di questa società sia inferiore ai sui debiti, tanto che tutti i creditori stranieri sono rientrati nel 2008. Forse che la Carlo Tassara Spa contribuisce «alla crescita e allo sviluppo dell’economia e della società»? No. È un veicolo dedicato prevalentemente alla speculazione sui titoli delle principali società finanziarie italiane (tra cui la stessa Intesa)”.

Cioè finanzio una società fallita che può speculare con i soldi che la finanziano sulla società che la finanzia. Oltre l’assurdo, oltre le nuvole, e vicino all’iperuranio di  Dio che però non esiste o conta molto meno dei suoi uomini in terra. Zaleski nel frattempo lascia un piccolo “pagherò” ovvero una perdita da 850 milioni di euro.  Se ne accorge l’Ad di Intesa San paolo che non a caso verrà a breve liquidato da Bazoli padrone centenario del risparmio di 13 milioni di italiani.

A noi comuni mortali resta la teologia dell’estratto conto per vedere se almeno lì esiste ancora qualcosa  prima dell’intervento di qualche “devoto”.

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