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Una mamma imperfetta e il suo successo hanno una funzione pedagogica irrinunciabile: ci insegnano ad arrenderci.

Arrenderci alla mancanza di un minimo di acume sapido, arrenderci alla fuga dell’ ironia nella costruzione di un personaggio e delle sue relazione, arrenderci al fatto che non si possa e non si debba, mai,  fare ridere ma vendere invece  un modello.  Predicare cioè una lagnanza soporifera e sempre asessuata, rinnovare un vittimismo irreale e proporlo come paradigma di neo famiglia: donna infelice ma anche sprint, eterna pila energetica ma con, pochi,  ripensamenti,  scambiata  per contemporanea ma aggiornamento ristrutturato dei consigli di Donna Letizia , senza la pesantezza dei doveri formali e di prassi sociali vetuste, senza un’identità e un’epoca, senza una memoria.

Pura merce quindi.

Dalla necessità del sottobicchiere di feltro si è passati così alla mamma tenera perché incespicante, che si dibatte  in un recinto  Divani e Divani, esposta come oggetto e corollario di un armadio Ikea, come sua incarnazione.

L’ambientazione infatti, la scenografia , è di gran lunga più significante degli umani che abitano la serie. Un’ atroce evidenza da campionario.

La protagonista del racconto è una  mamma  condannata dal  suo ruolo merceologico, immolata ai cambi dell’armadio, oppressa dai sussulti di un dubitare alieno, subito sedato dal fare .

Una mamma penitenziale, cristologica nel suo ruolo di capro espiatorio e tappezzeria, condannata, dalla crudeltà dell’autore, ad  una doppia tortura: portare la croce ma con leggerezza.

Una mamma media in cui tutte le mamme consumatrici ed “emancipate” possano riconoscersi , una in cui tutte debbano  ritrovare qualcosa di sé e perdere le cose che ancora le renderebbero invece uniche e umane: il dubbio, la crepa, il contrasto, il paradosso, il sorriso, la crudeltà. Sesso, religione, politica, desiderio? Oggetti alieni.

Tranquilli,  la mamma di questa serie non li pensa mai.

Resta però il divano EKTORP fondale di verità nella storia e acquario per i veri intrusi: gli umani e la loro dimenticata unicità.

Unicità di storia, di racconto e in fondo di vita, tutta diserbata con un’ansia potatoria degna di una bomba H.

Anche per questo il volto slavato e amorfo della protagonista di Una mamma imperfetta, è perfetto.

Buona e indomabile.  I figli e i mariti , si sa , sono pezzi di cuore anche quando sono pezzi di merda.  Una mamma imperfetta lo sa.

Il  suo volto  ne è la testimonianza: così iconico da sembrare un incrocio tra una lampada di design, un teletubbies e una mozzarella al banco frigor, un volto tra l’infanzia, mai del tutto dimenticata, con il suo corollario di spontaneità e gioia nostalgica, signora mia quanti bei ricordi !,  e il rigor mortis del proprio nuovo ruolo sociale:  la salma che risolve i problemi.

Le amiche, erinni incarognite e avvizzite, solcate da occhiaie e povere infelici,  sono l’incarnazione merceologica di una canzone di Baldan Bembo con qualche sfumatura freudiana: “l’amica è qualcosa che”.

Inconscio collettivo di controparti  moralizzatrici, confessionale laico: un coro che si trasforma  in un tribunale inquisitorio di cagacazzi paradigmatiche,  in cui la poveretta ricasca ogni mattina.

Anche per questo il suo tono piagnucolante, un rumore bianco senza alcuna vertigine comica e  anzi  con lo sforzo vittimistico da cinto ernario del “signora mia quanto si soffre!”, è un tono sempre assolutorio e insopportabile.

Il tema è “alto”, è il tema dei propri limiti ma come limiti di un umano liofilizzato, un umano Mattel, sintetizzato in laboratorio  dalla “squisita leggerezza” e “sensibilità” dell’autore del testo, chiaramente un misogino .

I tormenti del cuore di mamma, simili al Cuore di Panna, di cui sono la controparte viva e il target.  Un cuore che rivela i suoi contrasti da laboratorio pavloviano, rendendo questo personaggio perfetto e terribile insieme.

Una specie di mostruoso sangue vivo per mobilio Ikea, carne per rendere il consumo  animato. Tutto ciò che manca in vendita all’Ikea, e cioè il suo consumatore ideale,  diventa incarnazione in una donna spigolante e lamentosa i cui problemi esperienziali , la sua asessualità e il suo funesto destino carcerario , invece di riscattarla in un salvifico suicido o in una strage o in una bestemmia contro una famiglia che l’ha ridotta così, reclusa in una costruzione di rapporti sadici e in tutta evidenza schizofrenici ( Bateson), la rendono una statuaria presenza: la santa postmoderna.

Icona del possibile e dell’auspicabile, essere ed esistere come una merce, come incubo ma con la leggiadria del sorriso da paresi e l’ansia del senso di colpa che non condanna mai e invece consola: essere mamme oggi, che impegno!

Non si ride mai in “Una mamma imperfetta”, non ci sono i requisiti minimi per ridere,  a meno che non ci si sclerotizzi nel ghigno  e non ci si senta partecipi della cronaca scolastica della storia e  di  tutti i suoi temini dovuti e svolti. Il collante è lo Stress come moloch del quotidiano sincopato, i cui ritmi sembrano però gli spasmi da Pronto Soccorso; il narrato quotidiano è un obbrobrio terrificante, con bambini recriminanti e petulanti, amiche che sproloquiano geremiadi, un marito afasico e ciavattone, forse  petomane, ma nel backstage e lontano da occhi indiscreti: un’ecologia domestica di mostri sdentati e anestetizzati, vendibili.

Qualcosa di archeologico persino per le logiche del marketing contemporaneo, qualcosa che ricorda  gli anni cinquanta, ma con un campo santo di piccole furberie tra morti, una competizione merceologica al ribasso tra gli scaffali dell’umano.

Certo, è inutile dubitarne, una mamma imperfetta è un prodotto perfetto, che forse aiuta tutto il settore,  sia dal punto di vista del marketing, ovvero il target, sia da un punto di vista economico e gestionale.

Richiede però una cosa che ormai ci pare naturale ma non la è: la dimenticanza e l’oblio di se stessi immersi in una salvifica placenta che consumi e rimastichi e digerisca, per noi spettatori, storie potenziali di veri personaggi, ammorbidendole, con un processo di regressione verso la media che semplifichi ogni unicità, pialli ogni spigolo,  ogni vitalità esemplare, ogni dialogo e recitazione che ci salvino con il dubbio.

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