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Il personaggio primate di Checco Zalone, che non è il suo autore, Luca Medici, ma il parto della sua fantasia e del suo talento, non scardina molto il dibattito critico dai soliti punti cardinali. E’ dato per scontato che sia parte integrante di una consolazione collettiva per masse in crisi nelle sue varie declinazioni: economica, di valori , di identità. Masse  che troverebbero in questo mostro primordiale una catarsi, un’assoluzione collettiva e al tempo stesso un sollievo.

Qualche applauso o scomunica  da chi è disturbato o codino, qualche comprensibile balzo sul carro del vincitore, il cui successo al botteghino, ex post, tutti, dicono ora, fosse scontato.

Il deserto.

Ma,  in mezzo alle dune di sabbia, come il mistero di un dolmen o di un cactus, il  paradigma degli ebeti Checco Zalone, la sua presenza vegetale, la sua maschera mostruosa. Che scalza una logica consolidata, la ribalta fin dalla locandina: un gigante scemo sulle spalle di un bambino, un titolo che chiama la pioggia e dichiara il sole nell’Italia in tempesta.

Questa logica, ribaltata da Zalone, la diamo ormai per scontata, senza vederne invece la pervasiva essenza ideologica e politica, reazionaria. Questa logica prevede in ciò che resta di “cultura” delle reti generaliste, un cammino di redenzione, sempre incompleto,  delle masse, la possibilità di consolarle ma “educandole”.

Cammino auspicato dalle pruderies di beghine e bigotte, corrette e buoniste e ormai soporifere, la cui tribuna annichilente è l’ebetismo sistemico del mediatore culturale Fabio Fazio e il suo giro di pensosi comici da sbadiglio e ronfo. Lui, massimo cantore e venditore contemporaneo di midcult, ci ricorda continuamente il rischio che corriamo  e ci smercia prodotti per evitarlo ed elevarci:  il rischio della “facile consolazione”.

In questa visione è implicito il fatto che  ogni comicità contenga, per un popolo comunque bue, una consolazione annichilente, uno sviamento dal giusto percorso escatologico.  Non si capisce però come un popolo bue possa annichilirsi se è già dato come bue.

L’ideologia midcult è apparentemente democratica e il bue esiste ma si lava in famiglia, il popolo,  ovvero gli spettatori, lo si esorta a non distrarsi  dai veri fini. Come ad esempio sorbirsi  le catechesi di Gramellini e gli elzeviri moralistici di Scalfari o dell’ingenuo, sincero  e ormai sfruttato, Saviano, lacrimare alla lettura delle pagine piene di cuori e orfani e sanguinacci della Mazzantini, ghignare all’intelligenza sapida e provocatoria della Littizzetto, vista ancora come coscienza critica, giullare di corte che fa avvampare e scandalizza il povero Fazio in una recita e in un gioco tra sonnambuli: loro due.

Una congrega di venditori in disarmo armati dei propri ragli pregiudiziali, i propri anatemi ma soprattutto le proprie filmografie e bibliografie da comunità di recupero, social network di pochi ombelichi, festival che premiano prodotti a chilometro zero, feste tra amici.

Il  mostruoso personaggio creato da Luca Medici invece, un grumo di stereotipi odiosi e primordiali, come ad esempio l’odio per un’entità inesistente come la sinistra comunista intesa e ridotta a registi vanesi e psicoanaliste incapaci, un bulimico rapace che vive per fare soldi e si nutre  delle sue misoginie latenti,  è un’orribile misantropo.  Ama solo i suoi aspirapolveri da piazzare, i suoi prestiti da rinnovare e le sue misantropie non risparmiano neppure gli infanti figli dei ricchi, oggetti di logopedie e mentalismi che li ammazzano in quanto li complicano. Un mostro che si compiace delle parolacce del figlio ed emerge potente nella sua essenza di merda, nella sua paradigmatica presenza vociante: lui sasso, maschera, scimmia, arruffone, lui ciarlatano, arcitaliano di merda.

Il  pubblico consumista di cultura però dovrebbe evitare l’altro pericolo che i sacerdoti del midcult ci sottolineano: la catarsi e l’assoluzione dalle proprie colpe. Ma in un paese di confessionali e inginocchiatoi questo richiamo è sempre un’esortazione ad entrare in altre chiese e consorterie, ben altre, e lasciare lì l’obolo dovuto. Dimenticare Zalone per credere a Nanni Moretti?

Le masse così  sarebbero affascinate da Zalone per assolversi. Ma assolversi da cosa? Il  pubblico mostruoso che siamo noi non può non riconoscersi in Zalone, bambinesco gigante che non vuole e non può mai esorcizzare nulla.

E’ il nulla che non rimanda a nulla, tranne il talento di colui che lo ha creato e il peso artistico di farsene carico, di incarnarlo. Ecco aprirsi così una serie di scenari molto più sociologici e politici degli ultimi dieci anni di filmografie edificanti o morettiane: il sud come trogolo, paese di anziani , fantasmi morti o moribondi e miserabili, una borghesia sempre truffatrice, un protagonista consumista implacabile ed entusiasta ad oltranza , capace di incarnare il massimo livello del pensiero positivo proprio perché privo di pensiero, una famiglia distrutta, una moglie cassaintegrata che va in televisione per denunciare il suo dramma esistenziale e viene surclassata da un marito che ci va per apparire come in un eterno reality.

Proprio la presenza claustrofobica del suo volto scimmiesco, del suo abbigliamento ripugnante, calzoni rosa, sciarpette come addobbo elegante, proprio le smorfie ebeti della sua bocca ghignante, il suo paleo linguaggio e il suo gesticolare da primate, la neolingua sgrammaticata forse con echi dialettali pugliesi ma ormai italiana e di tutti, rende questo mostro uno dei più potenti, riusciti e miracolosi personaggi comici e tragici dell’Italia di oggi.

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