Biblioteca nazionale.

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Nella sala Spettacolo della Biblioteca Nazionale c’è un grande pianoforte nero.  Sarebbe  naturale che suonasse, anche da solo e  ogni tanto,  in questa grande sala che è l’androne sconfinato di un condominio sovietico dove una volta, anche solo dieci anni fa,  spadroneggiava il bibliotecario meglio detto bibliotecaro, anfibio essere alieno, potentissimo e statuario nei suoi silenzi e nelle sue angherie. Oggi lui , lei, anestetizzati  dal silenzio, rinchiusi in un cataclisma di attese, appollaiati allo scoglio del loro bancone, svuotano solo carrelli elettrici, trasportatori di volumi dalle viscere, code di una macchina meccanica che sferraglia. Altrove, un mondo sotterraneo fumoso e pieno di fiamme ed energie a scoppio, dovrebbe avere persino un motore. Ma il motore non sono più loro.

A loro resta la nostalgia degli abusi, la libertà vissuta da sgherri, le ingiustizie e i sadismi che compensavano abbondantemente uno stipendio da fame e una condizione da portierato senza ruolo e forma, senza guardiola, ombre senza corpo.

Il loro sguardo acquoso ci ricorda un passato mitico, sospeso tra la contemplazione estatica degli spazi e il consumo di un tempo pesante e spesso, immobile, quello della loro giornata lavorativa, ripreso, salvato, rianimato da sporadiche richieste di ritiro volumi.

Il pianoforte vuole arredare il titolo della sala, incarnarne un senso , precisare l’apparato semantico, svelare un’ anima: Spettacolo.  E parte della commedia erano senz’altro loro, compagnia di giro formata da grandi interpreti del rimando, del cavillo, del distinguo, cesellatori spasmodici del particolare che intoppa, ricercatori certosini del granello di sabbia che schianta l’edificio.Loro, ex esegeti della scheda di richiesta.

Androne aperto e spaziato oltre misura, casuale hangar, dove il mutismo dei gesti è rotto dalle chiacchiere su ricette ed eventi sportivi non degli ingobbiti lettori ma  dei gestori. Unico segno di una vita che fu.

L’informatizzazione ha tolto l’arbitrio sadico di non capire mai calligrafie evidenti, puerili e gigantesche, leggibili anche da un primate addestrato, ha tolto la gioia di rimandare la richiesta nel gorgo dell ‘attesa, nel limbo davvero kafkiano  della dimenticanza dove c’era sempre viva una pur vaga speranza, ma solo per frustrarla meglio e dopo , la speranza del poi, la sospensione senza tempi precisi  nell’attesa. I libri non arrivavano mai, gli appelli e i desideri dell’utente, voglioso e curioso di ficcare lo sguardo in chissà quali storie e ricerche, rimanevano tali . Restano però loro, reduci:  fossili in ciabatte, alcuni centenari o quarantenni sfasciati e sfarinati , neo assunti solo perché  sciancati, sordi o ciechi, pazzi veri o simulati, percossi dal miracolo di un lavoro dopo tutti gli sforzi per averlo: lo zio amico del vescovo, il concorso per categorie protette, il sottosegretario dello stesso  paese dei genitori, le pannocchie e i prosciutti e le cornucopie grasse di  brilli, frutta e verdure, bestiame, damigiane  e fiaschi e contanti risparmiati da generazioni e riesumati da crepe mattoni e materassi e  spesi in un attimo per comprarselo il posto e inchiavardarsi, lì.

Una volta potenti di arbitrare ora  appendici robotiche di qualche carrello, scheda e tastiera, ora rami.

Il libro nun c’è , dicevano , nun se trova , forse è annato perduto. Il libro, nello sfacelo di cui erano i custodi, acquisiva gambe proprie, libero di fuggire dalla pietrificata collocazione.  Ed erano loro a deciderne le rotte e  i destini, rubato, mangiato dai topi, eroso  dall’incuria .

In realtà non gli andava semplicemente di cercarlo,  perché non era l’ora giusta per chiederlo, perché i postumi postprandiali di qualche abbuffata invitavano ad una siesta prolungata fino all’imbrunire, perché il volto spigoloso e puntiglioso di qualche insipido intellettuali, così odioso e preciso e petulante,  li aveva indispettiti, indisposti. Impegnati e scomparsi per ore agli sguardi, imbucati nel sottosuolo o pertugio o corridoio o interstizio o catacomba, sempre assiepati a grappoli in crocicchi ignoti a raccontarsi il quotidiano trapasso.

Allora, lo ricordo bene, il pianoforte non c’era, la sala Spettacolo si chiamava sala e pochi ma cattivi erano lì per noi.

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