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Abbacinato dal contesto, la Locanda Blues, baita alpina sorta tra forre della Giustiniana, mi sono appollaiato sotto al palco a sentire il mio gruppo preferito: gli U2.

Ma non erano loro , ma imitatori malsani, afflitti dagli anni , simpatici signori di mezza età che nel dopo lavoro ci dichiarano: volevamo essere gli U2 ed eccoci qui.

Questi signori ad esempio suonano meglio dell’originale, il chitarrista è più tecnico e ha meno mezzi di the Edge, il cantante potrebbe sostituire Bono Vox se non fosse evidente la sua fisicità, il suo corpo non truccato e non abbigliato dai brand, con uno stile suo ovvero di tutti, un mix di Oviesse e alopecia: tutto l’insieme risulta patetico, assurdo e posticcio. C’è un sentore di muffa e di morte in ogni loro mossetta, in ogni nota. Sono la versione hard discount del mito, una sorta di Lumberjack al posto delle Timberland: ma non basta.

Nella cover band si riassumono molti motivi dell’arte e della vita in genere: la fortuna, il feticcio, lo star system, il camp.

E’ proprio nel camp chesi trova un motivo , il sangue e la vita della cover band. Se aveva ragione la Sontag a dirci che c’è un’estetica dell’orribile che è bella proprio in quanto orribile e che esiste un buon gusto del cattivo gusto, loro ne sono senz’altro l’incarnazione. Non per ribaltamento ma per straniamento, non quindi il kitsch ma la radicalizzazione dello spaesamento in cui imitatori sono a volte più bravi dell’originale eppure persi per sempre nell’iperuranio della dimenticanza o nell’esaltazione locale: i fan degli U2 che decidono di suonarli per partecipare alla loro grandezza e sono seguiti da un nutrito gruppo di fan dei fan degli U2.

Un’estetizzazione del quotidiano che diventa parcheggio di feticci, di ombre che imitano ombre.

Fenomeno che possiamo giudicare come mortifero o vitale a seconda del nostro grado di apocalitticità. Per me è vitalissimo e angosciante, come la visione feticistica di una reliquia in una chiesa barocca.

Non che gli originali, i veri U2, fossero dei veri paladini del buon gusto, ma sicuramente l’effetto aura di cui ci parla Benjamin e il loro tradimento in copie-feticcio, rendono tutto ciò mostruoso e affascinante insieme. Un’effrazione, un’apertura di campo, un gesto provocatorio di gusto proprio che scardina il gusto altrui amandolo.

La cover band è un’esplicitazione del costruttivismo strutturalista di Bourdieu: da una parte i musicisti si costruiscono un’identità propria che li riaffermi in quanto musicisti, originali artisti e unici, investire cioè il contesto di una valenza personale, le proprie facce ad esempio e il proprio incedere e suonare, il proprio abbigliamento e corpo, le proprie miserie umane; dall’altra sono condizionati e imbrigliati da una struttura, gli U2, il modello autonomo, la condanna e il mito. Condanna ribadita dall’entusiasmo della loro nicchia di fan: “siete meglio dell’originale”.

E in questo scarto tra il mito e l’evidenza di panze sfatte di quarantenni che zompano sul palco credendosi gli U2 , c’è tutta la vita di una possibilità mancata, di un sogno infranto che però la cover band ci permette di rivivere, loro e noi, in un diorama feticistico ricostruito qui, allo sprofondo della Locanda Blues.

Di nuovo e ancora, volevamo essere gli U2 o il loro pubblico e, sparendo nell’imitazione, li siamo.

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