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Dovendo aprire la partita d’una legittimità nuova, scoperchiare cioè il sarcofago putrescente di un verminaio  di potenti incapaci di amministrare alcunché, in primo luogo il loro potere non avendo più soldi per comprarselo, questo trittico di contorni, offerti alle libagioni di un elettore illuso di nuovo di stare a tavola anche lui, mira solo alla conservazione di se stessi.

Conservazione di sé che però è impossibile per il campo di battaglia in cui si è scelto di apparire.

Il PD ha deciso, per la prima volta, di affrontare delle vere primarie rinunciando a quello che era il suo unico punto di forza: la coesione partitica, il silenzio assenso, la mostruosità della disciplina di partito che ha sempre garantito, a questa Chiesa, una permanenza almeno liturgica, con espulsi esclusi ed esiliati, una presenza museale  nel mercato della politica italiana:  moralizzatori fino a quando c’è stato il male, Berlusconi, o  sacerdoti  di un’ipotesi sempre più remota e nebbiosa,  la Rivoluzione, diventata poi “responsabilità di governo”, ovvero assaporare il potere  take away vista l’incapacità di conservarlo.

Le primarie quindi sono la follia finale di una Cosa informe che celebra il suo funerale negando anche la sua storia di rigore e di disciplina, il travaso di un immaginario televisivo che esige giovani fotogenici e il loro consumo mediale, rapido e indolore.

Naturalmente questo guazzabuglio sublime, troppo profondo e radicato, questo guazzabuglio che siamo noi, privi di una storia che non sia nostalgia parcellizzata in frammenti mediali di Drive in o di film, oggetti e mode, un guazzabuglio che ci dà un’identità poliedrica e frolla radicata più in Starsky e Hutch che in Gramsci ,  è troppo profondo per avere delle ragioni reali, delle prassi condivise, e per durare.

E’ solo nostalgia di frattaglie senza una ricostruzione lineare.

Come avere cioè un linguaggio che resista, che vada oltre l’inerzia dello slogan, la follia del repertorio che ognuno di questi ci propone ogni volta corredato di claim: Rottamare, Generazione Erasmus,  Meritocrazia, Libertà, Giovani?

Ha infatti una logica spietata questo linguaggio,  visto che vi accondiscende e può esistere solo al suo interno: il consumo.

Ha  cioè le trasmissioni contate,  massimo tre eventi televisivi e un biennio. E poi la caducità delle mode diventa la caducità di un’identità collettiva, politica.

Chi si ricorderà più di Renzi tra cinque anni?   O chi ricorderà ciò che dice e promette oggi?

Il Pd diventa ogni giorno più insipido nel suo trapasso e preferisce al funerale sontuoso ed eroico, in nome almeno di una storia che i troppi cambi di nome hanno sepolto,  una mesta dipartita come se anche il suo ricettacolo di singhiozzi, le sue mille evidenze sempre sconsolate, il suo moralismo piccolo borghese interessato a mantenere costante l’accumulo di un potere sfarinato ammantandolo di valori,  primo fra tutti la cultura con i propri famigli ad amministrarla, come se tutto questo fosse venuto a noia persino a loro, ai potenti.

Che infatti si suicidano esponendosi sempre di più al carosello mediale, piazzandosi sullo scaffale di un discount in fallimento, avariati appena consegnati.

I loro precetti irritano gli stessi attori che li pronunciano: non solo perché sono costretti a crederci ma perché ne intuiscono l’infondatezza e la caducità mentre li pronunciano.

Il passaggio della moda in bocca.

Recite che vanno dalle salmodianti parodie di un comunista, alle squisite interpretazioni da paninaro anni 80 spogliato della pesantezza del Moncler e reso simpatico dalla sua parlantina e dal suo agitarsi spasmodico, da raptus, travaso e scavallo di idiozia cristallina che supera la diga, venduta per impegno, volontà, analisi e soprattutto entusiasmo e futuro.

Come non sperare in un momento in cui non ci sarà più bisogno del PD?

Come non sperare in un tempo in cui cioè l’uomo della strada, turlupinato da questi furbi sciacalli, sfruttato per  la sua deprivazione culturale e esistenziale che nessuna Rivoluzione ha mai minimamente intaccato, sfruttato e ripiegato sulle sue ansie ormai economiche e rabbie per il non trovare mai la sua parola e  bisognoso almeno di un sogno, di una prospettiva, di un lavoro, di un posto nel mondo e anche solo di una consolazione o, come dicono loro,  di “una narrazione”, trovi finalmente una parola, la sua,  per designare i suoi abissi?

Come non sperare che  accetti l’ignoto per quello che è, ovvero scialbo come il noto? Senza il bisogno dell’inquietante trittico di marionette zelanti, con il ricettario pronto per ipotecargli il futuro prossimo almeno fino al voto?

Non esiste infatti insoddisfazione più profonda di quella di natura politica: i nostri fallimenti da elettori derivano proprio dalla nostra incapacità di concepire una scena diversa senza  ombre irrisolte, ameboidi, arrivisti senza arrivo.

Tutta la nostra pigrizia per adorarli è un’ insania a cui la ragione dovrebbe ribellarsi o arrendersi del tutto.

Farlo provando a conservare valori che sono assolutamente diversi da loro e, a differenza loro, sempre più incerti, più claudicanti. Ma ancora vivi. I valori dei diritti, dei doveri, della democrazia.

Riprendiamoci la volontà democratica e la dignità di non votarli.

Facciamolo almeno come consumatori non convinti dal sorriso smagliante , poco propensi a comprare da loro un’ auto usata che non ha i documenti in ordine, non ha una storia precisa, non ha le ruote per andare in una direzione.

Non saliamoci sopra. Sfracelliamoci altrove.

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