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Scrive Woody Allen: “Volevo scrivere per il teatro non pensavo assolutamente di fare l’autore comico. La spiegazione, così mi sembrava, era di scrivere quello che aveva scritto Ibsen  o quello che aveva scritto Cechov. Certo sapevo di avere un talento comico perché mi guadagnavo  da vivere con quello ma, pur continuando ad aver successo in quell’ambito, desideravo fare il gran salto verso territori più impegnati”

Anche nell’ ultimo film Woody Allen  c’è riuscito,  costruendo un personaggio di donna  marchiata dalla più acuta e intima menzogna. Non tanto un essere per apparire quanto un più radicale non essere per apparire in cui la protagonista continua a  negarsi ogni ipotesi di sconfitta per rimanere a dialogare, per sempre,  con il fantasma dei propri pensieri che la abitano e la vengono a  trovare senza andarsene più.

Raramente al cinema si riescono a vedere delineati così bene dei personaggi tanto sfarinati e che si danno a noi spettatori proprio nel momento in cui si perdono a se stessi. La difficoltà di scrittura di questo tipo di personaggio sta proprio nel fatto che continuamente, mentre lo si scrive, lo si mina, lo si ama  per sabotarlo, lo si costruisce per smontarlo.

La filosofia della protagonista è di tipo pragmatico ma senza più alcun pragma, un’idea calvinista del fare  impiantata  su un frasario ideologico come “i soldi creano i soldi”, una cantilena irreale e favolistica che è la base per il dramma dell’illusione e del sogno perpetuo, un dramma sempre e solo mentale: la completa mancanza di resa , la completa rinuncia al dolore, la negazione paradossale del limite, la volontà bacata che precede sempre la verità dell’evidenza.

Woody Allen ci regala un personaggio immenso, che sembra il risultato di tutte le ideologie consumistiche di salvazione che hanno nella manualistica  di guru faccendieri, più che nel calvinismo , i propri testi di riferimento: uno psicologo come Wayne W. Dyer o il tarantolato e miliardario Anthony Robbins, motivatori  e coach  della seconda possibilità ad oltranza , che diventa poi terza e quarta e poi così all’infinito, un bulimico rilancio nel futuro della speranza di sperare.

La protagonista del film è tragica non tanto per le sue dipendenze, non tanto per le  sue debolezze mentali da alcolista e sedata perenne, non perché subisce un destino, quanto piuttosto perché il suo destino è sempre un destino di domani mai un accumulo di fatti dati. Quel destino che è marchiato dalla memoria negata, è però salmodiato continuamente in una parola fantasmatica e muta, tragica perché rivolta a nessuno: ricominciare di nuovo a ricostruire la propria menzogna fino all’ingorgo, all’inceppo, fino all’ingranaggio strangolato.

In questo senso la forza del personaggio è proprio nei suoi gesti, una continua ricomposizione formale e fisiognomica per ricompattare un ordine che non esiste più: rimettere a posto la borsetta sul braccio, aggiustare la gonna, vestirsi come quando c’era l’opulenza data dal furto.

La ricomposizione del copro può fare da corazza all’invasione del presente e del passato, alla sua verità,  di lei che, come si capisce dal finale,  ha sempre saputo tutto, tutti i furti del principe azzurro.

Scrive Robbins nel suo “Manuale del successo nella vita nel lavoro” dal titolo “Come ottenere il meglio da sé e dagli altri”: “ll segreto del vivere bene è di istituire un equilibrio tra tutte le cose, ivi compresi i filtri percettivi di associazione dissociazione. Possiamo creare un’associazione e una dissociazione con qualsiasi cosa vogliamo. Il segreto consiste nel creare associazioni inconsce, cosa questa che c’è di aiuto in quanto possiamo controllare ogni rappresentazione che facciamo sorgere nel nostro cervello.”

Il controllo totale che ci cura mentendoci. Questa farsa ha proprio il suo punto focale nel potere delle credenze, non da smontare ma da alimentare, nell’uomo che si manipola da solo, realizzazione perfetta del consumatore che non va più nemmeno manipolato:  lo fa da sé e se ne compiace perché ne ricava un’identità consolata e fittizia.

Una nevrosi risolta, cercata, vista e accudita.

Solo così si sfarina l’identità che non è mai memoria. I luoghi dell’affetto sono i luoghi del consumo anche se non c’è più, la nostalgia non esiste perché non c’è nulla da rimpiangere ma tutto da sperare.

Non entrare mai in intimo contatto con il  proprio dolore non per negazione dello stesso ma per la sua inutilità in un cammino da redenti o redimibili.  Rimandarlo ad oltranza finché non ci ha piegato per sempre, come nell’ultima scena del film.

Piegati in un dialogo verso il vuoto, in una nostalgia di punti cardinali scardinati su una panchina dove chi ci sta accanto solo per caso e mai per affetto, pur di non ascoltarci, scappa.

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