DavidFosterWallace1Non ho la pretesa di esaurire il mio rapporto da lettore con un autore così complesso nelle poche righe di un articolo per un blog.

Quello che mi resta dopo aver letto qualunque cosa di Foster Wallace, sia un saggio sia un romanzo sia un racconto, è la sensazione di spaesamento che ritrovo non tanto in me lettore quanto in lui scrittore. Ed è legittimo leggere Foster Wallace come se fossimo noi a scrivere perché è proprio lui a dirci che lettura e scrittura sono la stessa cosa.

Senza ricorrere alle facili scorciatoie biografiche, per le quali il suicidio dell’autore sarebbe la prova provata di tutta l’angoscia della sua scrittura, scorciatoie che lui stesso avrebbe odiato nella disamina dell’opera di un autore , è però davvero inutile leggerlo cercando sempre di rimuovere il fatto che si sia suicidato. E allora diciamolo subito: Foster Wallace fu trovato impiccato dalla moglie alle nove e mezza di sera nella sua casa di Claremont , California.

Per dirla alla Wallace, lo scrittore si trasferì in questa casa nel 2002, costruita nel 1956, la casa ha due garage dove Wallace ha costruito il suo ufficio, un sistema di energia solare sul tetto e persino tre grandi aree giardino ma deserte. Wallace si impicca nel patio, a settembre 2008 e Green mette in vendita la casa nel gennaio del 2009 per la cifra di 575.000 dollari. Eccetera. Qui Wallace avrebbe inserito note sulle diverse tipologie degli impianti solari, sulle tipologie di costruzione e sulla storia del patio in California, sull’andamento del mercato immobiliare americano nel 2009 e sulla tempistica dell’asfissia nella morte da soffocamento e da strangolamento, sulle teorie psicoanalitiche delle famiglie disfunzionali in cui una madre vedova abbia trovato il marito impiccato e lo debba raccontare al figlio.

Avrebbe cioè tentato di arginare la complessità delle mille sfaccettature possibili e dei mille punti di vista anche solo di un microcosmo, un caso isolato e di cronaca, la morte di uno scrittore, la sua morte.

Ma il “problema Wallace”  è proprio in questa ricchezza poliedrica: quei mille punti di vista possibili si incarnano e trovano parole scritte in una persona sola, lui. Un universo sulle spalle di uno scrittore solo.

Ogni volta che mi metto a leggere Foster Wallace me lo immagino nel suo patio a cercare quiete e argini e limiti e perimetri e metterli poi in nota e accorgersi che non basta mai.

Di Foster Wallace a sorprendermi sempre è la sua razionalità e lucidità analitiche, fino alla sfinimento delle cose. Arrivare ai simboli che le possiedono senza esaurirne il battito,  in un tentativo sempre disperato di tenere il mondo nei confini delle proprie parole ma parlate da altri: personaggi luoghi e teorie. E al tempo stesso ragionare sul senso delle parole stesse, le proprie, guardandosi dall’esterno.

Un lavorio costante sulla propria scissione.

Un tentativo filosofico prima ancora che artistico.

Usando un autore che lui amava molto, si può dire che Foster Wallace tenti di essere in ogni pagina della sua scrittura nevrotica il primo e il secondo Wittgenstein ma contemporaneamente.

Immergersi fino in fondo nel ” problema Wittgenstein” ( leggere in proposito Il plenum vuoto in Di Carne e di nulla) fino a inabissarsi con lui. Ma inabissarsi dove di preciso e perché?

Essere cioè il Wittgenstein “robotico” del Tractatus in cui linguaggio e il mondo hanno una logica comune che ne rende possibile il rapporto a patto che proprio la logica che innerva le cose sia solo mostrata nel linguaggio stesso che a sua volta esprime un mondo come insieme di dati inermi.

E al tempo stesso essere il Wittgenstein “umano” delle Ricerche Filosofiche, in cui i giochi linguistici rendono giustizia alle sfaccettature del mondo, alla sua complessità irriducibile in consolanti tassonomie.

Ora alla base di questo approccio al mondo c’è l’idea che Wallace ha dell’arte: l’arte come trasfigurazione della realtà, come capacità di costruire un percorso di senso all’interno di un materiale infinito e inerte: animare la galassia della complessità e creare vie e villaggi.

Quello che sorprende, che piega tutto il suo lavoro verso un dolore estremo, è la sensazione di leggere in Foster Wallace l’impossibilità di filtrare davvero le cose del mondo, di dimenticarle e lasciarle andare  e soprattutto di preservarsene, schiacciato sia come lettore che come scrittore da uno strabordare continuo di fantasmi, un’eccedenza di senso e di sentimento, marchingegni che girano a vuoto nell’insensatezza e spiegano però tutto.

Un’invasione aliena di un esercito di simboli della cultura scientifica e  pop e della televisione, dello sport e della pubblicità, un esercito muto che avanza con il proprio carico sentimentale e di consumo e con la violenza di uno scopo ma intangibile, di uno starnuto direbbe Wallace. Cultura popolare o scientifica che avanza dal sottoterra della semantica per invadere ogni possibile utopia anche quella  risolta e strutturata, ogni spiegazione chiusa.

Al centro di tutto lui, un argine che sobbalza in digressioni spaziali e temporali e si crepa di continuo, espandendo il testo in note e note delle note, una rincorsa alla definizione, alla bellezza della matematica sbeccata dai percorsi di senso inventati dalla sua, unica, arte, crepaccio per tuffarsi in una vertigine liminare.

L’incapacità di dimenticare, accantonare, lasciar andare, che si accompagna sempre con il suo opposto: un’esuberanza che cerca la morte, una roccia che cerca la sabbia, un’ironia che denuncia chi ride.

Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso e a percorrerlo e abitarlo, una serie di personaggi fumettistici ma reali, raccontati da un fantasma che si scopre tale solo se compie il gesto che, paradossalmente, lo incarna e rende presente a se stesso: scrivere.

“Che tu possa cavalcare felice e beato sul dorso del più maestoso eccetera” amico Wallace, anche per tutti noi, me per primo.

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Un pensiero su “Amico David Foster Wallace

  1. bellissimo pezzo, sono assolutamente d’accordo con te. Posso chiederti se wallace abbia espressamente scritto da qualche parte che scrittura=lettura, come dicevi all’inizio, e se sì, dove?

    Grazie!

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