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Smetto quando voglio nasce come film nuovo, come rilancio o meglio aggancio di un immaginario cinematografico di intrecci e trame che si muove altrove – l’Europa, l’America. Dovrebbe così costituire un modello per fare ridere in un momento di crisi, intento salvifico dal momento che non c’è niente di meglio che assecondare la decadenza anziché cercare di combatterla, consapevoli che è volgare e controproducente strombazzare dogmi in epoche estenuate come questa.

Film interessante dunque, come interessanti sono le reazioni che ha smosso, opera che nasce come sfogo e reazione, ed è a sua volta frutto di un’ ossessione citazionista, di modelli non imbrigliabili ma golosamente invidiati e cercati, che creano, volenti o nolenti, il nostro immaginario di consumatori  “colti” e i nostri rimpianti e aspirazioni di italiani condannati alla fiction nazionale. Così Smetto quando voglio  esprime una necessità sentita da tutto l’ambiente del cinema italiano, umiliato in questi anni dal Sistema o almeno sempre zavorrato dai fantasmi del sistema stesso, dai sistemisti tutti. Funzionari, produttori, complottatori di ogni risma e affaristi, tutti il più delle volte immaginati e inesistenti (magari ci fossero nel pantano alcuni nemici veri),  coagulati intorno al mistero e all’alveo di istituzioni kafkiane, la Rai su tutte, che alimentano paranoie proprio per la loro poca trasparenza, frutto però di pigrizia e sciatteria e non certo di un diabolico piano. Anche qui magari.

Chi ama Breaking Bad infatti difficilmente ama Don Matteo –in un certo senso sbagliando di grosso, mancando cioè completamente l’importanza rivelativa del contingente e disprezzandolo proprio per quello che è: un orrore reazionario e consolatorio che anche solo per questo è una cosa importante.

I giovani, in Italia categoria inventata dai vecchi e tragica perché emendata da ogni rabbia e imbrigliata nell’ambra della nostalgia anche di quarantenni che si sentono tali, si sa, aspirano alla “qualità”.

Tanto più pregnante quanto più generica, perché improponibile nella realtà che ci circonda, e quindi vagheggiata nell’America e nei suoi migliori prodotti. Questa fuga nell’altrove ci evita qualunque riflessione sull’accanto, sull’accanto più intimo, quello delle radici, quello che si potrebbe chiamare addirittura Noi, anche perché permette la riattivazione perpetua di un discorso da “esperti” – con l’analisi di aspetti specifici e divisivi: la regia, i dialoghi, le ambientazioni.

Analisi puntuta e colta ma ultima frontiera, la più solida e radicata, dell’ignoranza dei laureati e delle loro categorie sclerotiche e analitiche senza alcuna presa e utilizzo possibile: sapere tutto sul montaggio di Breaking Bad ma dimenticarsi dei rifiuti tossici nell’orto della nonna. Uno spiaggiarsi senza troppe tragedie e un dimenticarsi di sé come soggetto collettivo e politico. Un diventare invece cani assonnati e bastonati che, non a caso,  ascoltano i pessimi e soporiferi “Cani” furbetti del quartierino capitolino.

Dove viviamo e perché diventa un « almeno viviamo»,  godendo dei prodotti visivi di Paesi dove le professionalità sono altre, i modelli industriali e il loro humus, i soldi, sono ben altri e via così discorrendo. Un discorso spanato tutto fondato su aspirazione  e lagnanze ridotte poi a concreti dialoghi alla Friends.

L’ammissione della resa, copiare direttamente da lì, come fa Smetto quando voglio, diventa davvero in questo quadro l’inerzia conclusiva ma anche un colpo, un sussulto, di genio, la mèta di un dibattito critico senza critica, un rimpianto del «si potrebbe… si dovrebbe…» che per la prima volta prova a fare qualcosa: copiare appunto.

Un piccolo plagio è l’anima creativa del film. Dimenticando la natura debilitante e al tempo stesso ricca del nostro cinema, e cioè la ricerca di ossessioni autoriali, la produzione di prototipi sgangherati e antieconomici, la lezione di grandi registi rivelatisi anche degli smorti monumenti a se stessi e a loro insaputa (Moretti) la ricerca ossessiva di un cinema popolare in realtà per signore del circolo del bridge pronte alla commozione indotta (Ozpetek), la coltivazione di pensose minoranze “vittime del sistema” e investite da una missione sacrificale che le veda  immolarsi al sacro fuoco del messaggio meglio se politico e sociale e per pochi intimi amici (Gaglianone, ma anche molti altri).

Una ricchezza poliedrica che viene finalmente considerata un limite – e lo è, ma è anche il vero carattere di questa industria allo scatafascio.

E tuttavia, nonostante i lodevoli proponimenti, il  risultato di Smetto quando voglio –  come sempre accade quando l’intento è troppo pianificato – resta distante dal progetto iniziale e dal progetto di rinverdire il giardino con linfa nuova. Il film comico risulta in molte sue parti tragico, testamentario. In ritardo, certo, ma capace di chiudere un’epoca del tutto; simile, in questo, alla Grande Bellezza.

Due film ultimi.

In Smetto quando voglio il presepe di attori quarantenni risulta un carrello di bolliti, talmente vecchi da esigere un solo vecchio nel film, riproposti oltre il tempo massimo e mai vittime da vvero della società di anziani che infatti sono spariti dal film. Qualunque genitore in un film così potrebbe risultare un insulto, un richiamo giovanile che affosserebbe del tutto questi catorci che si vogliono giovani. Una censura inconscia ma rivelativa: i vecchi, i padroni, i potenti, i genitori e la loro inconsistenza famelica, non esistono.

In più  quell’immaginario comico si è esaurito non da minuti ma da anni. Come se fosse stato spolpato e saccheggiato dalla realtà, come se il confine tra lo schermo e la realtà fosse saltato e quest’ultima fosse ormai più comica, più serializzabile, più recitata del film. Noi tutti più personaggi di loro, residuali nella palude più di loro e invasi dal loro linguaggio che è diventato da tempo il nostro linguaggio quotidiano.

Sempre meno persone, sempre più personaggi.

Tragico e imbarazzante, in particolare, è il volto gommoso e inespressivo dell’attore protagonista, con una mimica tra il trancio di pesce spada e il pongo, eterno giovane diventato rugoso per forza di gravità e inerzia. Mai per pensiero.

Tragica e anestetizzante la coralità di improbabili soliti ignoti, inesistenti, scarni e sdentati per necessità di copione, ma in realtà cultori del colluttorio e ben pasciuti.

Tragico e annichilente il mondo di una società fantasmagorica e in attesa, senza spigoli veri e quindi senza alcun appiglio comico, in cui gli immigrati offrono lavoro agli italiani laureati e questi ultimi lo accettano pure. Magari. Un popolo intimamente razzista che così si perdona e si riscatta in vittima comica. La sospensione del contemporaneo per una fantascienza senza alieni ed invasori.-

Tragica l’estetica da grande distribuzione Conad,artificiale come la foto di un panino McDonald, non frutto del deserto californiano ma di una Roma pastasciuttara diventata, ma mai fino in fondo e senza alcuna cattiveria, un lunapark da racconto dell’orrore di Lansdsale.

Tragico l’utilizzo del Drone, ultimo gadget da cazzoni, che sorvola la città e nonostante questo la manca sempre, alla ricerca di un’anima metropolitana che è altrove, in altri film e mai su Roma che non è una metropoli.

Tragica la recitazione dei comprimari con la figura davvero commovente di Sermonti, un naufrago, un  sopravvissuto alla fiction più devastante ed importante dell’ultimo ventennio ed eterno vacanziere deambulante prestato alla recita che, lasco come un elastico di mutande troppo usate, è ancora entusiasta di trascinare, tra una battuta e l’altra, l’insulsa fisiognomica da ultimo Elvis senza tragedia, annacquato, stiracchiato, senza chitarra e costume. Lì per caso o per sbaglio.

Tragica e misogina, da società tribale, la figura delle donne nel film, o tutte escort o peggio matrigne castratrici come l’indomabile compagna del protagonista, incarnazione della cagacazzi paradigmatica e, almeno nel film e nella parte che le è stata scritta, imitazione stanca dell’urlatrice e sacerdotessa dell’ordine, madre del genere, Laura Morante.

Tragici i modelli registici, il muffito Marco Ponti ma soprattutto il primo Guy Ritchie di Lock and Stock, con quindici anni di ritardo.

La cosa davvero positiva è che durante il film qualche risata ce la siamo fatta, consapevoli di essere ormai noi stessi parte del film e della sitcom che ci ha formato, Friends, e di tutti i prodotti ad essa correlati. Una continuità  inestricabile tra ciò che vediamo lì sopra e ciò che pensiamo. Un prodotto che ha travalicato gli schermi per diventare la nostra vita, il nostro linguaggio, il nostro dialogare , il nostro ritmo da spasmo su un divano sdrucito a dimenticarci di tutto ma per prima cosa di noi.

Mentre era al volante, Miller udì nella sua testa la voce di sua moglie che lo tacciava di essere un buono a nulla. In genere, il pensiero di sua moglie e il ricordo della sua voce erano cose su cui non gli andava di rimuginare. In quel momento, però, con sua moglie morta e stecchita nel bagagliaio della macchina, quel pensiero non era poi tanto male”  Joe Lansdale

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