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Her conferma  l’affermarsi sempre più radicale di un cinema di packaging, un cinema Ikea, in cui lo scopo spesso riuscito è confezionare in maniera impeccabile un prodotto di consumo che abbassi il livello estetico ed emotivo di uno spettatore che è tale proprio perché da non disturbare troppo ma da assecondare e perturbare con quello che già conosce: un sentimentalismo lubrificato e digestivo.

Uno spettatore talmente annoiato dal suo quotidiano che vive un perpetuo rimando ed è incapace di farsi una ragione del presente alla ricerca di qualche distillato di alienazione for dummies per attribuirsi una profondità emotiva e abissi interiori non da oceano ma da piscina. Affogare in una tinozza che lo faccia partecipe del connubio sentimento/profondità, entrambi in forme mignon o bonsai.

Una storia che funziona ancora meglio se confezionata come futura, eliminando così la pesantezza del contemporaneo e rifacendosi ad autori davvero perturbanti, Dick e Ballard, di cui si sceglie l’atmosfera e si eliminano gli spigoli.

In un futuro di certezze la prima è che non esisterà conflitto sociale ma solo squilibri privati: uomini senza problemi pratici anche se marchiati dal sentimentalismo appiccicoso e limitante degli ebeti, troveranno il lavoro che sviluppi al meglio il loro talento e il loro lato femminile, guardando nello schermo con un muso soffice da cani san bernardo e scrivendo finte lettere d’amore e cartacee nell’epoca della mail. Manca solo il piccione viaggiatore ma non è escluso che ci sia. Sono anche stimati dal capo ufficio, facile alla commozione e poco propenso al mobbing. Ma tanto alienati, un cataclisma di solitudini con luci al neon, gioia per gli altri e zavorra per loro: schiacciati dalla loro unicità e desiderio, ritrosi e timidi, perfetti per il pubblico femminile propenso al soccorso mammario.

Il loro l’unico problema sarà come gestire al meglio la propria noia privata, che diventa pure la nostra purtroppo, dandole una parvenza di tenue fastidio che rafforza la convinzione di essere unici, soli perché in un mondo che non ci vuole più.

Noi pubblico intanto godiamo abbindolati da un intreccio che stimoli sonnambulismi mai catartici o definitivi e ci consoliamo senza la radicalità dell’istinto che ci contraddistingue e del sociale nella sua forma più pura che ci tocca ogni giorno ovvero il potere.

Consumiamo questa purga anestetica in stiracchianti pomeriggi da disoccupati o in serate mondane post aperitivo dove la digestione facilita la fuga sentimentale nel buio della sala.

Un target perfetto per lo stereotipo della coppia di quarantenni in crisi perpetua, anche gay, litigiosi per inerzia e ad oltranza e riconciliati nel film carino. Un universo appagato di solerti consumatori di leisure adolescenziali per adulti, dal gastronomico al reading ma sempre su un letto o di rucola o di fetida pietanza jazzata, che si compiacciono di un film così “originale”. Un universo di single lacrimevoli per stipsi più che per simpatetico sentire e orfane di figliolanza anche a cinquant’anni o almeno di maschio rapinoso e cavaliere, che ritrovano nel faccione bonario del protagonista l’uomo salvabile.

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Oppure macrocosmo di pornomani che si riscoprono per una sera sentimentali e si riconoscono nell’alienazione tecnologica. O il più classico e collettivo narciso che smanetta dischi in ex balere di provincia e feste private, musico con un proprio seguito. Tutte fondamentalmente declinazioni contemporanee del solipsista a libro paga parentale che si annoia e annoia con sulfuree velleità artistiche spacciate come espressioni originali dell’io, il suo.

Un cinema confezionato bene e di massa, che percorra un arco ampio di storie possibili che vanno dall’orrido Winterbottom di Codice 46, al pruriginoso prodotto per catechiste con vampe e singulti di palpito, Shame.

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Un cinema che esiga abbandono nella partecipazione emotiva, la resa come vuoto a perdere di se stessi, l’ assopimento in un mammario liquido amniotico di prodotti emotivi similari e contigui, un cinema che aiuti a sentirsi partecipi, che porti al ruttino estetico e a riconoscersi in qualcosa di unico e in realtà serializzato alla fonte sia esteticamente che eticamente.

La prima cosa con cui identificarsi è l’attore protagonista, stropicciato in volto e appendiabito perfetto di vestiti vicini, abbordabili, possibili. Dal punto di vista psicologico uguale alle imbelli vittime in platea che soffrono il suo stesso languore, tra il digestivo l’erotico e il sentimentale. Lo stesso moto di spirito confuso che scatenerà l’acquolina e sovrasterà lo spettatore  quando scruterà scaffali  e si preoccuperà nevroticamente del suo cibo e del suo vestiario, firmerà appelli per dovere, chiuderà gli occhi ascoltando il trio jazzato con un calice di vino da lui scelto in quanto consumatore attento di corsi da sommelier per elevarsi. Lui che sceglie il meglio cioè una cosa sola: consumare.

Gli ingredienti di questa brodaglia scambiata per acume profetico, futuribile,  con tutto l’armamentario ideologico, falso, dell’alienazione dell’uomo post moderno che si arrovella tra i propri sussulti senza grida, sono perfetti.

Come è perfetta la scelta degli abbinamenti di gusto in un panino Mcdonalds. Perfetti a tal punto da disorientare lo spettatore italiano colto ed estetizzante, massacrato dalla tv locale e infastidito dalla sciatteria dei nostri prodotti dove la cosa principale , l’immagine e il lavoro maniacale sulla stessa fatto da un gruppo di persone, è quasi sempre l’ultimo dei problemi o peggio viene dimenticato del tutto.

Questo invece è un prodotto pensato come un tutto che va dal video musicale, al marketing emozionale, all’interior design, dove tutto è debitamente mescolato grazie alla stratificazione di professionalità impeccabili, come ad esempio l’art director KK. Barrett , quello per intenderci degli indimenticabili non luoghi di Lost in translation.

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Professionalità  però le cui capacità potrebbero essere benissimo impiegate in contesti diversissimi dal cinema e anzi dove il cinema è quasi sempre un impaccio casuale: l’arredamento di un salone espositivo, una mostra evento, una sfilata di moda, l’apertura di un nuova catena di parrucchieri, l’organizzazione economica ed estetica e di consumo di un supermercato.

I costumi, insieme alle ambientazione da skyline perpetuo del film, di Casey Storm, sono l’approdo nostalgico in un futuro di continui richiami al passato: nessuna spietata freddezza metallica, nessun contrasto, nessuna spallina mascolinizzante come in Blade Runner, ma colori auto evidenti, braghe ascellari ottocentesche, prodotti consolanti, caldi.

Non a caso la fotografia si ispira al pestilenziale fotografo giapponese Rinki Kawauchi, esteta lounge del sovra viraggio e della messa a fuoco, con sfondi tenui impalpabili e sbiaditi sinonimo collettivo di chissà quali esplorazioni nel territorio del bello e del profondo, tra l’haiku il mistico e la dimenticanza purché tutto solo accennato.

Scenari da centro massaggi, giardino zen e centro estetico rotti però dai colori, colori per facilitare il focus dell’attenzione dello spettatore: camicia,bottiglia, gadget,particolare urbano.

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Ed è bello farsi cullare dall’ebetismo estetico di questa complessità pianificata e serializzabile, dove la metropoli è consolante come un salottino Divani e Divani e lo shock emotivo di noi imitatori stanchi ci lascia uno spazio di libertà che è solo quello di comprarci mobili uguali a quelli del film.

E’ bello essere parte integrante dell’unica cosa che conta davvero: la particolare forma di irrealtà che il pubblico può essere indotto a comprare. (Il paradiso in Terra, Christopher Lasch)

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3 pensieri su “Her, sonnambulismo lounge.

  1. Trovo attraente e profonda questa lettura di Her, simmetrica alla mia per certi versi; senonché, di fronte ad argomentazioni acute e oggettive quanto si può, il risultato che si è creato in me, alla visione del film, è stata quella che brillantemente Marco Toscano (forse non è né il primo né l’unico) chiama “nostalgia del corpo”.
    Compresa la voglia di ritrovarlo, il corpo.

    P.S. Avevo osservato gli interni modaiolo/chic, ma l’accostamento con Lost in translation sulla figura professionale di KK. Barrett mi ha aperto una nuova prospettiva di lettura dei due film. Grazie.

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