Nuovo sacerdozio: il funzionario culturale

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L’ultima frontiera dell’ebetismo di massa è sicuramente il funzionario culturale. Figura di mediazione tra l’iperuranio senza attrito degli artisti per auto convinzione, la notiziabilità dell’ovvio e la cura delle masse, questa figura medicale essenziale nel processo di infantilizzazione delle stesse, ruminatore e glossatore delle altrui pigrizie mentali sempre “migliorabili” o perdute, è ormai il cardine sacerdotale di una burocrazia di infanti che campa di “cultura” e di tutti i campi semantici ad essa collegati.

Campi che vanno dalla saggistica al giornalismo alla critica cinematografica fino allo chef, vera figura dell’intellettuale postmoderno che ha sostituito l’architetto e il designer in questo universo di mode esistenziali.

 

Colto il giusto per non sfigurare in un convivio di belatori di professione e corifei di retoriche dell’ovvio, gli è riconosciuto un ruolo oracolare in una filiera a mangiatoia in cui tutti devono ricamare il lavoro del prossimo per rimediare un obolo almeno simbolico. Il prossimo intanto si è a sua volta auto eletto a qualcuno, riconoscendosi una vocazione innata senza alcun senso del ridicolo e  non limitandosi ad  essere la punta più squisita di un narcisismo patologico di massa.

Ad esempio un grafomane perseguitato dalle sue ansie e affannato nella rincorsa ad un riscatto, una qualche pubblicazione o una firma. O il romanziere schiacciato dalle presunzioni ereditarie e dalle patologie di famiglie  borghesi che confondono gli sbadigli della propria noia  con la profondità e che lo hanno condannato a “spessore intellettuale” e “autenticità” senza domandarsi se servano davvero.

La  vittima sacrificale, un narcisista patologico, e il funzionario, un sadico represso,  giocano.

Il primo al ruolo di incompreso o incomprensibile, il secondo a quello di pontificante redentore che la sa lunga e accetta di perdonare, instradare o al massimo cooptare.  Il primo per rimuginare  il bolo del suo stesso giudice che lo ha reso infante perde ogni dignità del suo lavoro, il secondo per  un ruolo regale che la sua comunità di fanfaroni gli ha riconosciuto può ora battezzare, raddrizzare e giudicare chi gli è inferiore anche se indispensabile ai suoi rimpianti .

Le sue controparti sociali,  lo sceneggiatore, il romanziere, il regista, l’assassino, sono  riportate a terra grazie a narrazioni semplificate o complicate ad oltranza con l’elitaria pretesa di chi pensa di sapere che si sarebbe potuto e dovuto fare meglio, non sia mai,  ma si è scordato cosa fare e perché.

 

Vive nella certezza di passare prima o poi dall’altra parte e perpetuare la produzione di tisane culturali eternamente aggiustabili,il funzionario culturale  mantiene sempre la diplomazia da apnea, da sonnambulo consapevole o di non contare nulla o di contare solo in una gerarchia di terrori e compromessi che gli si potrebbero continuamente rivoltare contro stritolandone il regale portamento da cipria.

Nella sua aura giudicante, nella sua ricerca ossessiva della qualità “altra”, nella sua retorica da vittima di un sistema gretto e ignorante di cui lui però è uno dei principali ingranaggi, si installa e insedia una liturgia di singhiozzi talmente stucchevole e pedante che al confronto l’orrore di ogni prodotto di massa diventa una delizia artigianale e artistica.

Pretenzioso e giudicante nel suo ruolo sociale di critico, editor, saggista, è sempre più un anello mortifero di una burocrazia spietata, che lo accetta e lo ingloba come acuto analista e in realtà lo lascia delirare oberato dai suoi spasmi di redenzione del gusto intangibile delle masse che però corrisponde sempre e solo al suo. Una qualità intima e per elezione e illuminazione.

 

Represso nelle scelte da una formazione “alta” conseguita per guardare con vertigine l’insensato trespolo che ha raggiunto, massacrato dalla propria scolarizzazione senza afflati, senza drammi e rivolte e quindi senza scopi precisi che non fossero quelli di corrispondere ad un’ortopedia statale e famigliare nel conseguimento di inutili diplomi che certifichino un medagliere polveroso, corroso dall’incapacità di pensarsi per quello che è, un sonnacchioso ameboide senza vita, stritolato dal piumaggio di  un verboso vocabolario foraggiato da esangui tecnicismi, lo spettatore pretenzioso  e il funzionario colto rimpiangono il migliore dei mondi possibili scordandosi l’urgenza del mondo contingente.

In questa follia di lagnanze  Don Matteo dovrebbe avere una psicologia dostoevskiana, la casalinga dovrebbe discutere con il marito disoccupato della lotta di classe mentre risolvono equazioni, frequentano vegani  e si educano vicendevolmente ai diritti di: animali, donne, immigrati e altri alieni  del teatrino del ” se non ora quando”.

In questo universo immaginifico che vive solo nei livori pedagogici del funzionario e della sua cerchia microscopica, la cui massima aspirazione è organizzare un festival, la televisione dovrebbe educare ad una redenzione del gusto, aprire la mente a colpi di True detective, instillare un “dubbio”, svolgere ” il ruolo di servizio pubblico”, educare ” alla lettura”. Tutte spanate e appassite fanfare tra il politico e il sermone che dimenticano ad esempio la specificità del mezzo o la ricordano troppo.

 

Ciò che resta sembra la solitudine di un re senza regno e corona che per non morire di nenia e per provare a superarsi, parlare a qualcuno lì fuori,  ha creato i suoi sudditi, i suoi nemici e i suoi artisti, il suo ricettario di banalità profonde da spacciare come sedativi per le ansie di chi rincorre il palco d’onore per sfracellarsi nello scantinato ma sotto i riflettori anche se spenti.

 

 

 

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