Francesco Piccolo, l’intellettuale Teletubbies.

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L’intellettuale umanista, sulla cui capacità esegetica del contemporaneo è buona educazione sorvolare visto che ne ignora i fondamenti computazionali e scientifici, da figura arcigna e regale, pavone pontificante,  si è improvvisamente trasformato in un pacioso teletubbies.

Dagli strali escatologici e nostalgici di sacerdoti del pensiero senza alcun attrito reale, i vari monaci comunisti Asor Rosa, Vattimo e Paolo Flores d’Arcais che sono passati da una nostalgia di palingenesi ad un più ruspante giacobinismo giustizialista da tribunali del popoli,  fino al più defilato e incomprensibile  Severino,  ai fantasy scambiati per lavori di sociologia, la tragicomica versione di Guerre stellari scritta in chiave accademica ovvero Impero di Toni Negri e Michael Hardt, sembra che oggi siamo approdati ad una figura definitivamente museale e zuccherosa, reazionaria e di design, che piace agli adulti e anche ai bambini ovvero l’ intellettuale teletubbies.

Lisergico, affabile, colpevole per sua stessa ammissione e quindi inattaccabile, aiuta come una filastrocca ad addormentarci consolati.

L’  intellettuale teletubbies  fa parte di un’ecclesia di ex che si ritrovano nel vago passato “communista così” e che, se non c’erano perché troppo giovani, giurano e si affrettano ad affermare di esserci stati anche loro.

Il grande freddo di una generazione molto prescindibile, che altrove ha accettato le sue disastrose sconfitte e si lecca le ferite e che qui da noi è talmente buona e comunitaria (altrove si parla di lobbisti ma qui non si può e non usa) da consolarsi vicendevolmente.

L’intellettuale teletubbies è ecosostenibile. Piange da finto orfano e finge di essere defilato, e quindi libero. Crede ciecamente nel proprio buon senso e pur essendo dovunque conti davvero stare, autore, romanzierie , premiatore e premiato, è sempre pronto ad assecondare vecchi pontefici di area e ad ascoltare chiunque e  mantenendo sempre un tono minore da musica d’ambiente in un lounge bar, è terrorizzato dall’idea di disturbare con idee proprie preferendo invece non darsi pace nella sua ricerca spasmodica e infantile di affetti pur avendo sempre genitori sociali munifici e ben presenti , in primis la Rai in cui lavora come autore di trasmissioni che lui crede importanti e di cui non nota la chiara propaganda scambiata per pedagogia.

Il suo scopo è mantenere il proprio posto nel mondo strapagato ma sottotraccia, scopo legittimo e comprensibilissimo e ammirevole dopo tante fanfare e la sua, in fondo, è un’innocenza evidente, non ha colpe, non ha accusatori, piace a tutti, è amabile come il pupazzone che rappresenta e come lui concilia il sonno.

Il risultato del suo pensiero, persino onesto, è però uno slow food di idee di “qualità” con una spolverata folcloristica di note esistenziali riconoscibili da tutti.  Chi infatti non ha mai scavalcato un muro da ragazzo o rubato qualcosa persino non a Caserta?  E la sua onestà intellettuale o almeno esistenziale, colui che scrive quelle cose le ha almeno vissute davvero, (persino il pericolo di colera signora mia!) non si è annoiata in città come i suoi lettori, cittadini appunto bolsi e da consolare ad oltranza, curiosi di punteggiare la loro noia da ombrellone con  tutto ciò che per loro rappresenta l’incrocio tra l’esotico e lo straniamento: il sud, la criminalità, la politica, l’impegno.

L’intellettuale teletubbies garantisce questo ricettario in una forma liofilizzata e carica tutto con un’intimità pacificata, la sua,  e una profondità in cui immergersi in sicurezza. Poco importa che in fondo al mare non ci sia niente da vedere.

Nessuno si perde davvero nei suoi racconti reazionari ma di sinistra, così digestivi ma anche così veri e caricaturali, davvero piacevoli: il primo amore, l’incontro con la politica, la partita, la fede partitica e infine il santo da reliquiario che dà sfoggio e lustro alla pennica: Berlinguer, un passo avanti, un azzardo rispetto all’inflazionato Pasolini ormai spendibile solo in rassegne cinematografiche di provincia.

Sapori odori piccole cose, onestà e bellezza ritrovate nel mondo senza direzione di oggi così pieno di “deriva morale ” e sempre alla ricerca di grandi figure esemplari che ci vengono offerte dal gestore del presepe, lui.

L’album Panini più Donna Letizia più il ricettario di Frate indovino. Il desiderio di essere come tutti. E di piacere a tutti, meglio se giusti o in via di redenzione.

Un’aerodinamica dell’ovvio, una pleiade di figurine umane da segnaletica stradale per noi spaesati, da Berlinguer al calciatore, ma talmente amorfe e sbiadite che in questo pantheon di insignificanze persino  Berlinguer, una delle figure meno incisive  della storia patria,  può essere apprezzato come riferimento cardinale nel disordine che scompagina. Non sia mai, tutti insieme verso la boa sicura del passato seguendo l’intimità e il microcosmo dell’ auto fiction dell’autore.

A fare da collante al tutto, vero cemento ideologico imperdonabile, uno stile da catechismo con addirittura sviolinate di incarnazione dell’Idea che, per chi se la fosse persa per strada, è sempre quella comunista:

Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro. Ad altri sembrava poco il suo senso del progresso,  a me bastava. Era temperato , ma, appunto, pratico ed evidente

Un mix perfetto  tra una vita da mediano di Ligabue, dove bisogna “starci dentro” finché ne viene finché ce n’è, e un testo di catechesi di iniziazione cristiana dei fanciulli , cristiani e anche comunisti e anche  “corpo e concretezza ad un’idea”. Gesù?

Senza dimenticare la contemporanea “cultura del management”  “pratica ed evidente”, dove Berlinguer è “temperato ma pratico” e così ridotto potrebbe essere adatto agli esercizi di visualizzazione in un corso di coaching aziendale prima di camminare sui bracieri ardenti.  Tutti insieme.

Il ruolo sociale e politico dell’intellettuale teletubbies diventa così quello di essere il google maps del senso comune tra l’ilare e il vittimistico e il nostalgico, ben miscelati insieme e senza gerarchie.

Una mappatura, ridanciana o pensosa ma sempre passatista o malinconica, di idee sparse  nella realtà in cui l’utente iperinformato e inebetito e  travolto  decide di “farsi un’opinione”.

Quasi sempre  una notizia di cronaca con un tema tanto monumentale quanto sfuggente e inutile che però, guarda caso , è sempre emotivo e commovente e quindi vendibile nella catena delle emozione un tanto al chilo tipo, a scelta: immigrazione, femminicidio, criminalità, corruzione, giustizia, famiglia, cultura, meglio se cinema, e, ultimamente, teste mozzate.

Il  google maps dell’intellettuale teletubbies  interviene in questo marasma e ti dice dove arrivare e cioè di solito ad una rassicurante ovvietà ma ben scritta, scritta cioè in modo tale che la possa leggere e capire anche Peppa Pig.

Sempre  con un’aura di profondità  e costrizione da stipsi sofferta che commuove la lettrice di Io donna e garantisce la triade del culturale, dell’eroico e del necessario. Un gavazzare ma pallido e assorto, penitente e senza nessuna ostentazione di gioia ma con tanta corrucciata profondità o superficialità,  a scelta e a seconda del contesto.

Piccolo, con la bravura e talento indubitabili della sua autoironia, altro stigma necessario di questa microfisica dei poteri (a chi interessa è Foucault)  di un intellettuale di corte ma senza dubbio simpatico,  spiega questo processo a pagina 165 del suo libro:” Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente; e poi pensavamo, scrivevamo, che in tutti i luoghi del mondo ci sarebbe stato bisogno di pace e non di guerre. Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio ( nostro) senso civile”

Ora , prescindendo dallo stile che tiene insieme un testo di  Valerio Scanu  e l’ecumenismo di pensiero di Fra Cionfoli, questa auto assoluzione e questa bonomia della sincerità, che non sono  richieste da nessuno e sembrano tipiche di chi vuole piacere a tutti i costi e non disturbare  autodenunciandosi,  sono la sintesi del teletubbies e rendono questo testo tutto rotondo, anatomico e paffuto, come una puntata degli amati pupazzoni e con l’idea pedagogica che c’è anche in loro: intrattenere e consolare.

Ma quale sarebbe allora la colpa di Piccolo?  Nessuna evidente, tranne proprio forse proprio il fatto paradossale di non averne alcuna e di favorire, in ogni riga che scrive, il lisergico e letargico abbandono in cui ogni osservazione anche moderatamente eccitata rientra sempre nel verbo “infangare”.

Pura letteratura della bonaccia  la sua, che sembra scritta da un uomo minacciato da una pistola alla tempia che vuole tanto farsi amare dal “suo mondo”. E invece alla tempia non è puntato, grazie a Dio, proprio nulla e il capino può dormire tranquillo tra un doppio guanciale.

Perché se tutti sono colpevoli, nessun è colpevole, purché sempre tutti insieme, appassionatamente, tra noi. Ovvero loro.

Si narra infatti che la Bbc sorpresa dagli ascolti record dei Teletubbies  di Sabato mattina, abbia commissionato un’indagine per capire il perché di quel picco. I solerti funzionari della televisione pubblica britannica scoprirono così che il Sabato mattina, agli abituali bimbi in età prescolare, si aggiungevano gli adulti appena tornati dai rave, drogati, strafatti , inconsapevoli e incredibilmente felici di addormentarsi seguendo il calmante televisivo.

Il desiderio di dormire come tutti.

2 pensieri su “Francesco Piccolo, l’intellettuale Teletubbies.

  1. Non posso non leggere tra le righe di un peraltro non banale commento, una vena polemica oltremodo sprezzante, un integralismo
    non casuale forse figlio del “cazzo questo ce l’ha fatta…” che ti colloca inell’area in cui gioca Piccolo a campi invertiti. Non hai parlato della parte del Berlusca, Teletubbie per eccellenza, e di quanto è stato sbagliato l’approccio politico verso di lui, sottovalutandolo e non affrontandolo politicamente, così affronti il testo tu con grande sfoggio di aggettivi e sapiente scrittura.Forse fai il suo stesso errore? Il tuo ( nostro) errore più grande è quello di non riuscire ad essere veramente liberi da una compagna ingombrante che qualcuno chiama ideologia ed altri faziosità..
    ramon

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